sabato 4 maggio 2019

To Bee or not to Bee?







Mentre scrivo questo post, sul web sono arrivate, con il fragore di un onda, le ennesime notizie di Api morte a causa di pesticidi o coltivazioni Ogm.
Le foto parlano chiaro e ti arrivano al petto come un colpo ben assestato.
56.000 like e 62.000 condivisioni.
Tra i commenti che spiccano maggiormente, anche perché ha 900 like, noto questo, che vi riporto:

Abolire tutti i pesticidi subito, non possono continuare a fare finta di nulla, serve una legge urgente. Che non faranno mai, burattini nelle mani delle multinazionali. I coltivatori possono fare la differenza, quindi mi appello a loro.

L’altro post che circola con maggiore intensità ha questo titolo: Milioni di api morte attorno ai campi di mais OGM.
Inizia con l’intervista ad un apicoltore che dice:

Una volta che il mais è stato piantato le nostre api sono morte a milioni” ha detto l’apicoltore Dave Schuit nell’estate 2013, come riportato da Eat Local Grown.
Un altro post parla della nuova decisione del governo francese di abolire cinque pesticida considerati pericolosi. A differenza di quello italiano, che ne ha aboliti solo tre, la Francia, secondo questo articolo, appoggia in pieno le direttive UE; anche perché, si legge 

la Francia è il primo paese europeo ad aver fatto uso di pesticida e di aver subìto fin dall’inizio la perdita di 400.000 colonie di api.
Negli anni Novanta, i pesticidi sono stati testati per la prima volta sui campi francesi, così gli agricoltori hanno assistito in prima persona agli effetti che si sono verificati sugli insetti. Nel 1994, 400mila colonie di api sono morte in pochi giorni, eppure la vicenda è stata sottaciuta per interessi delle lobby.

Fonte.


Iniziamo a parlare delle Api, vi va? Ma soprattutto: perché stanno morendo?

Innanzitutto le Api sono degli insetti sociali appartenenti alla famiglia delle Apidae. Ad oggi ne conosciamo 4000 specie differenti, ma solo due vengono sfruttate a nostro beneficio per il miele (Apis mellifera e Apis cerana).
Nel 2011 le Nazioni Unite hanno divulgato un report che evidenzia l’importanza delle Api, perché impollinano più del 75% dei frutti di cui ci nutriamo.
La notizia non è falsa, sia chiaro, ma non è estremamente accurata.
Nei post e nei comunicati si fa sempre riferimento alle Api; in realtà gli impollinatori al mondo appartengono a circa 20.000 specie differenti, tra le quali possiamo annoverare farfalle, falene, vespe, scarafaggi, uccelli, pipistrelli e altri vertebrati (tralasciando il vento che animale non è).

Quando Cristoforo Colombo mise piede nelle Americhe, nel 1492, trovò una biodiversità incredibile; ma non trovò Api.
Quando gli Europei si fecero strada in quella che noi oggi chiamiamo Oceania (Con Oceania si intende il continente che comprende Polinesia, Melanesia, Micronesia, Australia e Nuova Zelanda) trovarono una natura meravigliosamente ricca, ma neppure lì le Api erano presenti.
Pur essendo senza ombra di dubbio importantissime, sono state esportate poco alla volta dagli Europei, e solo dal XVI secolo nelle Americhe e nell’Oceania; ma prima dell'esportazione le biodiversità erano comunque infinite e rigogliose. Questo a riprova che: definire le sole Api “impollinatori” è estremamente riduttivo, nonché sbagliato.
Pensiamo al Cacao, originario del Venezuela, che da sempre viene impollinato unicamente da un piccolo e fastidioso moscerino, il Forcipomyia. Senza dimenticare le farfalle Monarca, che ogni anno attraversano letteralmente metà Nuovo Mondo, spingendosi dal Canada fino al Messico e viceversa. Oppure i kaktus, impollinati dai soli uccelli, e gli altri frutti della natura, come l’avocado, la vaniglia, le more, i cardi, le fragole, i melograni, i frutti tropicali come la papaya e il mango o l'ananas; tutti coltivati, in origine, senza l'aiuto delle nostre infaticabili amiche.
Ma torniamo a loro e vediamo i principali motivi per cui, purtroppo, muoiono.
  • Vecchiaia 
  • Predatori naturali 
  • Verroa
  • Virus 
  • Mutazioni climatiche
  • Agricoltura intensiva
  • Pesticida 


Primo punto: La Vecchiaia.

Un Ape operaia vive all’incirca 40 giorni (fino a 180 in inverno) poi muore.
Le Api muoiono, ovviamente, dove gli capita, ma molto spesso muoiono nei loro alveari. Per questo non è infrequente ritrovarle morte ai piedi degli stessi; proprio perché quelle in forza si sbarazzano delle decedute, buttandole letteralmente fuori.
In un singolo alveare, in estate, possono coabitare fino a 60.000/90.000 api. Questo non significa che ogni 40 giorni troveremo 60.000 Api morte ai piedi di esso; perché non tutte muoiono lì, perché la vecchiaia, i predatori, gli inquinanti, gli acari e i virus le fanno morire anche altrove; però è un dato di fatto che va tenuto in considerazione: trovarne ciclicamente morte a centinaia, ai piedi dei loro nidi è una cosa più che naturale.

Secondo punto: I predatori.

I predatori fanno ovviamente la loro parte. Gli uccelli insettivori, in primis, si nutrono di questi imenotteri (anzi ne vanno ghiotti) ma anche le puzzole, i ragni, calabroni, le vespe come quelle Velutine, e i coleotteri come Aethina tumida fanno il loro dovere; pertanto una parte delle Api è da sempre esposta a vecchi e nuovi pericoli.
Specifico vecchi e nuovi perché, ad esempio, le vespe Velutine che sono killer spietati, sono arrivate in Europa solo nel 2004. Le uova erano dentro ad un carico di vasi Cinesi, ordinati da un coltivatore di Bonsai di Bordeaux, in Francia.

Terzo punto: Gli Acari.

Gli acari come la Varroa e il Nosema apis sono un vero e proprio flagello. L'acaro varroa è il parassita con il più pronunciato impatto economico nell'industria dell'apicoltura; insieme sono la principale causa di morte al mondo.
Il primo, la Varroa, è arrivato in Italia solo dopo il 1981, perché fino ad allora era presente solo nei paesi asiatici. Si nutre del loro sangue e funge da vettore per innumerevoli virus. Relativamente parlando è una novità per noi Italiani, ma un problema molto serio per gli apicoltori, che hanno imparato a temerlo.
Proteggerle è un impresa davvero difficile, pensate che la Varroa è endemica e se non si fanno almeno due trattamenti l'anno (inverno/primavera) la perdita dell'intera colonia è assicurata nel giro di due/tre anni.
Sostanzialmente esistono due strade da percorrere, quella chimica che ha prezzi elevati, con prodotti tipo Amitraz e Tau-Fluvalinate, che però hanno rese scostanti e lasciano residui; oppure i metodi biologici, sicuramente più economici, alcuni più efficaci di altri ma con risultati di nuovo discontinui, come l'acido formico.
Alla fine, entrambi i metodi non preservano adeguatamente le colonie, anche perché risulta difficile rispettare i tempi e le quantità di somministrazione.
In ultimo l'acido Ossalico, efficace nel 95% dei casi, ma con una certa dose di tossicità anche per le Api, purtroppo.

Quarto Punto: I Virus.

I virus del quarto punto sono una realtà di cui, involontariamente, ci si dimentica spesso e volentieri. Sono tra i principali responsabili nella mortalità delle Api. Tra i più pericolosi ce ne sono 7 e se volete approfondire l’argomento vi lascio un link.
Nelle mie ricerche ho trovato uno studio del 2007 citato 1545 volte in articoli scientifici.
Il titolo è "A Metagenomic Survey of Microbes in Honey Bee Colony Collapse Disorder".
L'abstract sostanzialmente conclude con queste parole: "nell'esame di campioni prelevati da diversi siti per un periodo di 3 anni, è stato individuato un organismo, il virus israeliano di paralisi acuta delle api, fortemente correlato con il CCD" (collasso delle colonie).

Fonte.

Ve ne cito solo un altro paio, soprattutto per non annoiarvi troppo, ma trovo utile farvi meglio comprendere cosa è in grado di fare un virus.
Il DWV “Deformed wing virus” virus delle ali deformate, è tra quelli più pericolosi e presenti nelle colonie.
Il virus ABPV o APV “Acute bee paralysis virus” induce alla paralisi le Api e gioca anch’esso un ruolo importante nel collasso improvviso e asintomatico negli alveari.
Come per noi umani, così i virus degli insetti hanno un impatto notevole sulla salute e la qualità della loro breve vita.

Quinto Punto: Il Cambiamento Climatico.

Il quinto punto, il cambiamento climatico, è da decenni sulla bocca di tutti. Innegabilmente grave, è uno dei problemi principali del nostro pianeta.
Pensare che possa influire solo sulla nostra qualità di vita, e non su quella degli animali ed insetti utili, è impensabile.
Vi lascio un report della rivista Focus, con grafici molto chiari e in un qualche modo piuttosto inquietanti.

Sesto Punto: L'agricoltura Intensiva.

Il sesto punto, cioè l’agricoltura intensiva nasce per far fronte ad una richiesta sempre maggiore di cibo, però gli effetti disastrosi sui terreni, e chi li popola, è innegabile.
Queste sono le parole di Duncan Cameron, biologo dell’università di Sheffield (UK): "Oggi il tasso di erosione dei campi arati è da dieci a cento volte superiore al tasso di formazione del suolo".
Il ricercatore sottolinea che il sistema di agricoltura intensiva è insostenibile, in particolare per l'uso massiccio dei fertilizzanti, che a lungo andare degradano il suolo anziché arricchirlo. Senza contare che la produzione di fertilizzanti assorbe almeno il 2% delle fonti energetiche disponibili annualmente.”

Fonte.

Settimo Punto: Pesticida.


Il settimo punto, l’uso dei pesticida, è la più conosciuta e dibattuta tra le cause di morte delle Api.
Siccome i pesticida sono nati apposta per difendere i raccolti, fanno sicuramente il loro dovere; senza però risparmiare queste nostre amiche, che colpe non hanno (se non, purtroppo, quella di appartenere alla famiglia degli insetti).
Per affrontare questo problema mi sono avvalso del metodo Bressanini.
In cosa consiste? Innanzitutto evitare di cercare informazioni sui siti e sui libri, perché ricerche di questo tipo possono condurre a verità, oppure a supposizioni confuse con verità assodate, oppure a falsità.
Come ripete di continuo, se una cosa è scritta, oppure pubblicata, non è detto che sia matematicamente certa; oppure che non sia stata corretta o bocciata da ricerche successive.
Per questo ho aperto Google Scholar e ho cercato le pubblicazioni scientifiche sull’argomento.
Perché cercare informazioni scientifiche attraverso questo motore di ricerca?
Perché le pubblicazioni scientifiche sono lo strumento più valido che abbiamo per capire cosa è stato provato e cosa no, cosa è attuale, oppure superato.
Se dovessi discute con qualcuno sulle false proprietà delle lampade di sale e mi affidassi, come unico strumento di ricerca, a Google, perderei fin dall’inizio perché milioni di siti parlano delle loro proprietà, ma forse solo un paio cercano di smontarle.
Quindi, tornando a Google Scholar, tra gli 8000 risultati ottenuti, ho cercato tra quelli più recenti, risalenti al 2018. Tra questi ho messo in evidenza quelli che la comunità scientifica ha preso più in considerazione, divulgandone e citandone il contenuto.
L’articolo scientifico più apprezzato e condiviso e questo.
Sono 57 pagine, di cui solo 23 sono dedicate alla ricerca, perché le restanti sono reference.
Il titolo è questo: Factors impacting honeybee colony vitality: from the individual to the population level.
Una volta tradotto, la ricerca conferma la diminuzione delle colonie di api nel mondo, in questi termini.

“È stata segnalata una drastica diminuzione del numero di colonie di api gestite negli Stati Uniti (Ellis et al 2010; vanEngelsdorp et al ., 2010) e in Europa (Potts et al . 2010a)
Inoltre, le colonie di api selvatiche sono in declino su scala mondiale (Potts et al. 2010a).”

Prosegue con queste considerazioni:

“Oggi, è ampiamente accettato che numerose potenziali interazioni tra più fattori, in particolare tra parassiti, agenti patogeni e pesticidi, e le variazioni climatiche sono tra i molteplici effetti che concorrono alla moria delle api.
(Bailey & Ball 1991; De la Rúa et al . 2009; Neumann & Carreck 2010; Potts et al . 2010a; Nguyen et al . 2010; vanEngelsdorp & Meixner 2010; Dainat et al . 2012; McMenamin e Genersch 2015).
"Ad esempio, gli studi hanno dimostrato che il microsporidia Nosema , in combinazione con pesticidi, aumentano la suscettibilità delle api da miele alle infezioni fungine. (Alaux et al 2010; Vidau et al . 2011; Aufauvre et al . 2012; Wu et al . 2012; Doublet et al . 2015)."
"Sia che esse siano selvagge o gestite, possono essere influenzate in modo differenziale da questi agenti patogeni. Infatti la recente diffusione mondiale dell'acaro ectoparassita Verroa destructor ha dato luogo alla drammatica perdita di colonie selvatiche e selvagge negli ultimi decenni, lasciando per la maggior parte solo le colonie gestite, probabilmente a causa di misure protettive adottate dagli apicoltori (Kraus & Page 1995; Rosenkranz et al . 2010)."
Prosegue citando lungamente i parassiti, senza dimenticarsi dei virus:

“l'infestazione da verroa e i loro virus vettoriali possono avere un impatto negativo sull'idoneità delle colonie, influenzando la risposta immunitaria delle api domestiche e rendendole più suscettibili alle malattie. (Gregory et al ., 2005; Yang & Cox-Foster 2005, 2007)."

Non fa nessun accenno ai predatori naturali, ma ad un certo punto arriva, ovviamente, a parlare degli antiparassitari:

“Le api da miele sono particolarmente sensibili a una vasta gamma di insetticidi chimici (Stefanidou et al. 2003; Thompson 2003; Barnett et al. 2007) a causa di un relativo deficit di enzimi di disintossicazione (Yu et al., 1984; Claudianos et al., 2006) e sono esposti a un cocktail di pesticidi usati nel controllo dei parassiti agricoli (ad es. neonicotinoidi) e da alveare (Rosenkranz et al., 2010).”


Siccome cita i neonicotinoidi, li descrive:

“I neonicotinoidi furono sviluppati negli anni '80 e il primo disponibile in commercio, l'imidacloprid, è in uso dall'inizio degli anni '90 (Kollmeyer et al ., 1999). I loro vantaggi di bassa tossicità per vertebrati, alta tossicità per gli insetti, uso flessibile e attività sistemica hanno portato ai neonicotinoidi a diventare rapidamente la classe più utilizzata di qualsiasi altro insetticida a livello globale (Goulson 2013).”
“Alla fine degli anni '90 i neonicotinoidi erano sottoposti a un controllo crescente sul loro impatto ambientale. Pertanto, sono stati condotti numerosi studi per valutare se potessero essere dannosi per le api, con particolare attenzione al gruppo più tossico ( es. N- nitroguanidine). Tutti e due gli effetti letali e sub-letali sono stati segnalati ripetutamente, tra cui mobilità ridotta, memoria, comunicazione e navigazione aerea . (es. Bortolotti et al., 2003; Desneux et al., 2007; Gross 2008; Decourtye & Devillers 2010; Gill et al. 2012; Henry et al. 2012; Whitehorn et al .2012).”
“Questo corpus di lavoro ha galvanizzato la preoccupazione pubblica per il benessere delle api e ha portato al bando l'uso dei tre neonicotinoidi più comuni (es . imidacloprid, clothianidin, thiamethoxam) sulle colture degli impollinatori dell'Unione europea (2013).
"La moratoria è stata criticata per essere basata su prove deboli, in particolare perché gli effetti riscontrati sulle api, erano imputabili ad una alimentazione indotta con concentrazioni di neonicotinoidi superiore ai livelli trovati nel nettare e nel polline (Dicks 2013, Carreck & Ratnieks 2014; Godfray et al. 2014).”


Siccome questo studio (il più citato nelle fonti) include i neonicotinoidi tra le cause principali della morte degli insetti impollinatori, avvertendo però che la moratoria è stata criticata per essere basata su prove deboli, ho voluto fare ulteriori ricerche.
Questo studio della Cornell University, cerca di chiarire alcuni punti.

"Nel complesso, la maggior parte delle ricerche di laboratorio e semi-campo dimostrano che i neonicotinoidi possono essere dannosi per le api mellifere; tuttavia, la maggior parte degli studi sul campo trova solo effetti limitati o senza effetto sulle api mellifere. È qui che si trova la controversia. Le prove più convincenti per l'effetto di questi pesticidi provengono da studi sul campo su larga scala che indagano sugli effetti del mondo reale delle API di impollinazione dei nostri sistemi agricoli. Di questi tipi di studi compiuti fino ad oggi con l'ape del miele (nove in totale) [14-22], solo quattro riferiscono almeno alcune conseguenze negative [19-22]."

A questo punto della mia ricerca non ho potuto fare a meno di indagare maggiormente su questi studi. Con il metodo precedentemente descritto, ho cercato su Google Scholar qualche ricerca e sono incappato in questa.
E’ della Università degli studi di Padova: Dipartimento di Agronomia Animali Alimenti - Risorse Naturali e Ambiente e Dipartimento di Scienze Chimiche, che vi esorto a leggere perché a mio avviso è meravigliosa.
Sono 91 pagine che ho letto in circa tre ore, anche se la maggior parte del tempo l’ho impiegato a comprendere a fondo i grafici.
Questi ricercatori hanno fatto uno studio molto approfondito in campo aperto, e tra qualche riga ve lo andrò a riassumere.
Va premesso che studi in laboratorio, effettuati in tutto il mondo, hanno confermato la tossicità dei neonicotinoidi. Se alle Api viene somministrata una quantità pari a 20ppb di questi pesticidi, si accorgono della loro presenza, e anche se non si possono notare reazioni avverse o dannose, le api cercano comunque di evitare questa sostanza.
A 40ppb appaiono i primi sintomi: iniziano a stare male, il volo risulta rallentato e lo stato confusionale è passeggero, ma comunque riscontrabile.
Con 80ppb le Api muoiono.
Siccome i test in laboratorio vanno sempre confermati in campo, lo prevede il metodo scientifico, sono iniziati tutta una serie di esperimenti, e quello dell’università di Padova ne è un esempio.
Hanno preso varie colonie in un sito e hanno colorato, con diversi colori, una certa percentuale di queste api.
Nel sito hanno posizionato dei contenitori di acqua e zucchero, in modo che le api ne fossero attratte, nonché telecamere nascoste, utilizzate per individuare i colori sui soggetti.
Lo studio in campo ha riscontrato che a concentrazioni pari a 20ppb le api si accorgono del pesticida. Questo non ha nessun effetto negativo apparente su di esse, ma tendono sempre ad evitarlo, e se viene tolto, riprendono a nutrirsi del liquido senza problemi.
A concentrazioni pari a 40ppb le api iniziano a stare male; non solo evitano di berlo, ma risultano rallentate e in stato confusionale. Impiegano molto più tempo a ritornare all’alveare, ma se il liquido contaminato viene sostituito da uno puro, ritornano in grande numero, evidenziando che non perdono la memoria e che lo stato confusionale e la navigazione aerea rallentata sono passeggeri.
A 80ppb le api non tornano alla colonia.
Siccome sono scienziati, non possono formulare congetture su ciò che non riescono a provare, né tantomeno dare qualcosa per scontato, ma non vedendole rientrare azzardano che è molto probabile che siano morte.
Un altro studio che mi ha particolarmente colpito è questo.
Pare che Apinet abbia comunicato che: nelle gocce di Guttazione che si trovano ogni mattina sulle foglie del Mais trattato (questo solo nel primo periodo vegetativo) la concentrazione del veleno arrivi fino a 350 mg/L.
Purtroppo non ho trovato lo studio su Google Scholar né sul web, ma solo una citazione in un articolo. Con questo non voglio asserire che non siano dati reali, ma solo che io non sono stato in grado di reperirli.
Il Professor Andrea Tapparo, del Dipartimento di Scienze Chimiche dell’Università di Padova, sostiene invece che le gocce di guttazione possono arrivare a 10 mg/L. e in questo caso ho trovato lo studio su Google Scholar.

Vorrei catalizzare la vostra attenzione su questi dati, perché la lettura prolungata a volte fa perdere la concentrazione.

80 ppb, che è la dose letale accertata nei test, è incomparabile ai 10 mg/L trovati sulle gocce di Guttazione del Mais trattato. Sarebbe come se paragonassimo un petardo ad una bomba H. Su questo punto vorrei essere molto chiaro. Inoltre vorrei essere altrettanto chiaro su un altro punto: in Italia il Mais non viene più conciato con neonicotinoidi dal 2008 essendo illegale. Pertanto i dati dei test si riferiscono ad un quadro del passato.
Altri test sono stati fatti, in tutto il mondo, con metodo scientifico, e tutti quelli in laboratorio e in campo hanno dato i medesimi risultati: i pesticidi fanno male alle Api se si superano determinate dosi.
Le controversie, però, non vertono su questi dati, ma sull’ultima parte della ricerca; cioè quella in campo, senza l’ausilio di una nutrizione indotta (la prova del nove).
I test svolti hanno dato risultati discordanti. In alcune situazioni le colonie, in presenza di campi trattati con neonicotinoidi, hanno subìto perdite, in altri nessuna. In alcuni casi le colonie hanno subito ingenti perdite, in alcuni altri il numero nelle colonie è aumentato.
Per questo motivo (accade purtroppo di sovente) quando gli scienziati non riescono a trovare un accordo, le decisioni politiche prendono strade differenti: pertanto alcuni paesi hanno deciso di limitare o abbandonare l’uso di questi pesticidi in via precauzionale, mentre altri no.
Efsa ha confermato i rischi per le Api, e anche se non può legiferare, gli stati Europei hanno deciso di ascoltarla e di non usare più questi prodotti, mettendoli al bando come misura preventiva.
Vi sono altri test che sarebbe bello approfondire, alcuni dei quali prevedevano voli forzati di Api chiuse in gabbiette, fissate sui trattori che seminavano mais trattato con neonicotinoidi. La direzione del vento monitorata con borotalco, ed esami sulle vittime degni di C.s.i. Però anche questi hanno portato a conclusioni diametralmente opposte, che hanno sfruttato i politici per confermare o negare, arbitrariamente, la pericolosità di questi antiparassitari.
I più attenti si saranno sicuramente accorti che, nell'elenco delle cause di morte, non ho inserito il CCD (sindrome dello spopolamento degli alveari).
Il CCD ha segni distinguibili unici, che lo rendono facilmente individuabile dagli esperti, anche se purtroppo viene confuso con altro, soprattutto dalla stampa.

Rapida perdita della maggior parte delle api operaie
Presenza di una covata abbondante
Presenza della regina
Abbondanza di scorte di cibo (sia miele sia polline)
Le scorte non sono immediatamente rubate da altre api e l’attacco da parte di altri insetti è notevolmente ritardato
Notevole mancanza di api operaie morte sia al di fuori che all’interno dell’arnia
Il primo vero, enorme, collasso degli alveari accade negli Stati Uniti, nell'autunno del 2006.

Nel 2007 si ripresenta e negli anni successivi accade in molte altre parti del mondo, ma è già allarme.

Perché ho iniziato questo scritto con le pagine Facebook, citando parte degli articoli che mi avevano triggerato? Perché il CCD è l'evento che ha dato il via all'allarme mondiale sulla salute delle Api, ma che è una cosa totalmente diversa da quello che questi articoli trattano.
Le manciate di Api morte di quelle foto, probabilmente avvelenate da chissà cosa e a quale scopo, non rientrano tra gli effetti del collasso.
IL CCD è l'abbandono totale dell'alveare e la scomparsa materiale di tutte le api, che non vengono trovate, mentre la regina e poche ancelle presidiano un luogo desolato, ma ricco di cibo. Cibo che non viene depredato dalle colonie limitrofe.
Pare un film horror, se non fosse che è la cruda realtà.
Le cause sono al vaglio, ma sembra che i pesticidi, l'inquinamento, lo stress che subiscono per la competizione al cibo, l'inquinamento elettromagnetico, contaminazioni chimiche, altri fattori di stress, e ovviamente i virus e parassiti, compongano la sinergia necessaria per innescare questa tragedia.
Fortunatamente pare un problema in remissione, ma occorre fare molta attenzione.
Approfondimenti e fonti.

Siamo quasi giunti al termine di questo lungo scritto, ma siccome la letteratura scientifica americana, da cui ho tratto la maggior parte delle informazioni, è riconoscibile da un metodo narrativo particolare: cioè fare un riepilogo finale, con l’aggiunta di ulteriori particolari: posso forse esimermi dal farlo pure io?
Ricapitolando: Le api hanno un ciclo vitale molto breve, circa 40 giorni d’estate e 180 d’inverno; pertanto è del tutto normale che in un arco di 40 giorni, circa 60.000 Api perdano la vita a ridosso o nei pressi di ogni singola arnia.
La causa principale della loro morte prematura è da imputare agli acari Varroa e Nosema Apis, che ad esclusione dell'Australia, dove non sono ancora arrivati, sono diventati endemici.
I virus contribuiscono alla loro morte, in modo del tutto simile a come contribuiscono alla nostra.
I pesticidi possono contribuire a loro volta, sia sulle perdite abituali, sia su quelle da CCD; essendo per loro natura tossici per gli insetti, e potenzialmente tossici per le Api. Quando non lo fanno, contribuiscono all'indebolimento del sistema immunitario, rendendole più soggette alle malattie.
Le mutazioni climatiche non hanno certo reso loro la vita facile e l’agricoltura intensiva, sempre più usata a livello globale, ha contribuito non poco alla loro prematura dipartita.

Questo mio lungo scritto non può però finire senza indicare, a sorpresa, un altro colpevole.

Lo avete avuto davanti a voi fin dall’inizio, da quando ho elencato i 7 punti che comportano la morte di queste nostre meravigliose amiche.
Tralasciando il loro ciclo vitale, gli altri 6 punti hanno un' unica arma fumante: e quando 6 cause su 7 sono imputabili ad un' unica cosa, per la ricerca scientifica e per me ci sono pochi dubbi.

La principale causa imputabile alla riduzione delle Api nel mondo è l’allevamento intensivo delle Api stesse.

Gli apicoltori sono l’arma fumante, e per apicoltori intendo quelli che praticano questa attività in maniera intensiva e scellerata, non certo quelli che lo fanno come passatempo, o che hanno piccole o medie aziende.
Da quando l’uomo ha iniziato ad abusare del loro operato, con lo sfruttamento intensivo, le Api hanno iniziato a morire. Costrette a vivere dove l’allevatore vuole, con migrazioni forzate tramite camion, da stato a stato, senza la possibilità di sciamare come è nella loro natura si sono trovate a dover combattere e convivere con tutta una serie di problematiche fatali.
Nella sola Central Valley della California, durante la stagione della fioritura, oltre il 60% delle api degli Stati Uniti sono gestite ad uso commerciale.

Oltre il 60% delle Api negli Stati Uniti, localizzate in un unico luogo, ok?

Assembrate come nei peggiori allevamenti intensivi di bestiame, da noi tutti odiati, vivono la loro breve esistenza lottando per il cibo e la sopravvivenza. Tutto attorno ci sono gli altri tipi di allevamenti intensivi, che sono le piantagioni di frutta, verdura e ortaggi, che devono essere trattati per difendersi dagli attacchi dei parassiti (perché l'uomo non è più abituato a nutrirsi di frutti bacati e verdure infestate da parassiti).
L’assembramento “disumano” amplifica il proliferare di parassiti, a cui poco importa degli alberi da frutto, ma che hanno l’unico scopo di vita quello di nutrirsi del sangue delle nostre povere amiche.
Come accade per ogni allevamento intensivo, negli assembramenti i parassiti sguazzano e i virus dilagano.
Una colonia isolata soccombe ai Virus e alla Varroa, ma non può infettare nessun’altra colonia; ma questo non accade certo nella Central Valley della California.
I predatori naturali, spesso dall’alto, ma anche da terra, non devono far altro che dirigersi a frotte in questo enorme supermercato a cielo aperto.
Le Api non possono fuggire, o lo fanno raramente, essendo legate al loro alveare e alla loro regina, e non possono nulla contro questi assedi e ripetuti assalti.
Soccombono per 6 motivi principali, ognuno dei quali vede come protagonista l'allevatore intensivo.
Il Colony Collapse Disorder (CCD) ha colpito il Nord America alla fine del 2006.
Milioni di Api sono scomparse improvvisamente. Questo fenomeno si è poi sparso a macchia d’olio in tutto il mondo, con una perdita pari a circa 10 milioni di alveari dal 2006 al 2013.
Questo grafico riguarda i soli Stati Uniti.



La storia non è piena di questi vasti disastri ambientali, però la scomparsa improvvisa delle Api, anche se rara in passato, è nota fino dall’antichità e ogni nazione aveva un nome per definirla; in Italia si chiamava e si chiama ancora mal di Maggio.
Milioni di colonie morte negli soli Stati Uniti, colonie che ricordo, non sono autoctone perché importate dagli Europei, costrette a nutrirsi e a procreare e ad entrare in competizione tra loro, tra cambiamenti climatici sempre più importanti e coltivazioni intensive che vengono protette da antiparassitari, per loro potenzialmente letali.
Quando ci chiediamo i motivi, quando leggiamo che le Api stanno scomparendo nel mondo, siamo proprio certi che tutto quello che oggi diamo per assodato e scontato, corrisponda alla realtà?
Queste impollinatrici sono la terza/quarta fonte di reddito da sfruttamento animale.
Una volta appurato che le specie impollinatrici sono più di 20.000 cosa accadrebbe se queste venissero a mancare?
Per tutte e 20.000 non lo sappiamo, ma una cosa è certa, cambiamenti così radicali avrebbero conseguenze disastrose per tutti noi e per il nostro stile di vita.
Ci estingueremmo? No, perché, anche se il 75% dei prodotti alimentari presenti nei nostri supermercati, è legato in un qualche modo all'operato degli impollinatori, vi sono altre forme di sostentamento.
Se invece venissero a mancare le sole Api, avremmo una parte di questi problemi, ma non tutti, e la nostra esistenza non cesserebbe nel giro di quattro anni.

Einstein non centra.

Con questo, ci tengo a sottolinearlo, non intendo sminuire gli effetti disastrosi che i nostri comportamenti e le sostanze che utilizziamo, hanno sull’ambiente e gli animali.
Però ritengo che, se una lotta è necessaria, vada svolta con dati reali, scientifici ed oggettivi e non con escamotage.
Le sementi OGM, ampiamente usate in tutto il mondo, ma boicottate in Italia, non hanno nulla a che vedere con la moria delle Api; soprattutto perché l’uso degli OGM abbatte drasticamente l’uso di pesticidi, preservando gli impollinatori.
In Italia e nel mondo sono tutti pronti ad additare i pesticidi come veleni certi, per noi e gli animali utili (in realtà Efsa redige report annuali che dimostrano che il cibo di cui ci nutriamo è assolutamente privo di residui di pesticidi, ormoni e antibiotici; pertanto sicurissimo) ma se l’alternativa sono gli OGM, allora è lotta furiosa.
In Italia sono vietati per uso alimentare umano, anche se sono consentiti per l'alimentazione animale.
Non solo, l’etica Bio vieta categoricamente l’uso di OGM, nonché di antiparassitari chimici come i neonicotinoidi, però concede antiparassitari come il verde rame, ammettendone però l’alta pericolosità (fonte Ansa).
Mi chiedo quanti comportamenti o Bias mentali, che crediamo logici ed etici, contribuiscano allo sfacelo del nostro pianeta?
Le Api, essendo così importanti per l'impollinazione e il miele, sono da sempre monitorate, perché rispecchiano realmente lo stato di salute del pianeta.
Vi lascio "Il Sito" quello principale, quello dove tutti i dati mondiali, riguardanti le nostre amiche, confluiscono: Coloss.

Alla fine vorrei lasciarvi con un ultima considerazione, in parte personale.

In questo lungo scritto ho cercato di essere il più obiettivo possibile, senza farmi influenzare da bias che mi avrebbero condotto in tutt'altra direzione.
Ho letto molto, mi sono documentato, ho fatto il minor copia incolla possibile, ma anche quando costretto, l'ho fatto sempre e solo previa e attenta lettura.
Sono centinaia di pagine studiate e poi riassunte in poche righe, che non hanno uno scopo illusorio di fare chiarezza assoluta, ma solo quello di portarne alla luce una parte.
Eppure, dopo tutto questo leggere e scrivere, ho la sensazione di aver tralasciato qualcosa di fondamentale.
Mi sono posto ripetute volte una domanda, che ora vorrei porre a voi.

Se vi chiedessi: Tra tutto questo scritto e tra tutto quello che sentiamo in giro e che leggiamo, l'unica cosa assodata è che gli insetti impollinatori stanno scomparendo, vero?

Potrà sembrarvi folle questa domanda, perché mai, in questi anni, e mai durante questi studi, ho sentito mettere in dubbio questa affermazione.
I dubbi sono bias mentali, politici, economici, su chi sta decimando cosa; ma nessun blog o articolo di giornale ha mai messo in dubbio che le Api stiano effettivamente scomparendo.

Questo credo sia assodato, giusto?

Solo che, durante questa mia lunga ricerca, sono incappato in una foto che mi ha condotto ad un articolo, che mi ha condotto a sua volta alla fonte da cui era stato tratto.
Questo report è del 2018 ed è stato divulgato dalla Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura).
Dice che nel mondo, dal 1961 fino ad oggi, il numero di colonie negli allevamenti di Api è passato da 50 milioni a quasi 100 milioni.
Raddoppiato del 100% in soli 60 anni.
E questa cosa, ve lo giuro, mi ha lasciato letteralmente di stucco!



Fonte.


Questo sito ha una sorta di motore di ricerca: basta selezionare lo stato, da che anno a che anno volete la ricerca e ovviamente il tipo di animale.

Invece tramite Coloss sono arrivato a questo report di cui ora vi riporterò solamente la conclusione.

"I dati e le conoscenze globali attualmente disponibili sul declino degli impollinatori non sono sufficientemente convincenti per dimostrare che esiste un unico impollinatore mondiale e una relativa crisi di produzione. Sebbene gli alveari delle api siano globalmente aumentati, attorno al 45% negli ultimi 50 anni, sono stati registrati cali in diverse località, in gran parte in Europa e nel Nord America. Questa discrepanza apparente dei dati può essere dovuta a interpretazioni di declini locali che possono essere mascherati da dati aggregati regionali o globali.
Durante lo stesso periodo di 50 anni, la produzione agricola indipendente dall'impollinazione degli animali è raddoppiata, mentre la produzione agricola che richiede l'impollinazione degli animali è aumentata di quattro volte (raggiungendo il 6,1% nel 2006).
Ciò sembra indicare che l'agricoltura globale è diventata sempre più dipendente dagli impollinatori negli ultimi 50 anni.
Tuttavia, le attività umane e il loro impatto ambientale possono essere dannosi per alcune specie ma benefiche per gli altri, con legami causali talvolta sottili e controintuitivi.
L'impollinazione non è solo un servizio gratuito ma richiede investimenti e gestione per proteggerla e sostenerla .
Ci dovrebbe essere una rinnovata attenzione allo studio, alla conservazione e persino alla gestione delle specie di impollinazione nativa per integrare la tradizione della colonia gestita.
Le valutazioni economiche della produttività agricola dovrebbero includere i costi sostenuti per sostenere popolazioni di impollinatori selvatici e gestiti."


Ma anche a questo report che dice sostanzialmente le stesse cose, ma con qualche discrepanza nei numeri.

"La prospettiva che una crisi di impollinazione globale minaccia attualmente la produttività agricola ha attirato un intenso e recente interesse tra gli scienziati, i politici e il pubblico che in generale segnala l'imminente crisi di impollinazione in Nord America Ad oggi, le evidenze di una crisi globale sono state tratte da Cali regionali o locali negli stessi impollinatori. Flessione parallela degli impollinatori e delle piante impollinate degli insetti in Gran Bretagna e nei Paesi Bassi. Al contrario, la nostra analisi dell'organizzazione per l'alimentazione e l'agricoltura (FAO) prova che la popolazione globale di alveari gestiti con API del miele sta aumentando ~ 45% nel corso dell'ultimo mezzo secolo e suggerisce che la globalizzazione economica, piuttosto che i fattori biologici, spinge sia le dinamiche della popolazione globale gestita dalle API del miele, che le crescenti richieste di servizi di impollinazione agricola. Le tendenze globali a lungo termine nel raccolto e nella produzione non rivelano alcuna carenza di impollinazione attuale, ma aumentano la dipendenza da impollinatori. Tuttavia, i dati disponibili rivelano anche un molto più rapido (> 300%) aumento della frazione di agricoltura che dipende dall'impollinazione degli animali durante l'ultimo mezzo secolo, che può essere sottolineato dalla capacità di impollinazione globale.
Anche se la causa principale dell'aumento accelerato della dipendenza dell'impollinatore dell'agricoltura commerciale sembra essere economica e politica e non biologica, la rapida espansione della coltivazione di molte colture impollinatori-dipendenti ha il potenziale di innescare futuri problemi di impollinazione, sia per queste colture che per le specie autoctone nelle zone limitrofe. Tali costi ambientali meritano di essere considerati durante lo sviluppo delle politiche agricole e di conservazione."

In soldoni affermano che gli impollinatori non sono scomparsi, ma non sono sufficienti all'incessante incremento, continuo ed inarrestabile, di coltivazioni dipendenti da loro.

Quindi, alla fine vi ripeto la domanda.
Gli impollinatori stanno scomparendo?
Una risposta, ad oggi, non mi è possibile darla.
Lascio a voi questo arduo compito.

Buona ricerca.


Qui troverete il secondo capitolo di questo lungo scritto, in cui ho trovato le Api in pericolo.
Mentre qui troverete il parere del naturalista e divulgatore scientifico Alfonso Lucifredi.

2 commenti:

  1. Trovo pressoché impossibile una macchinazione volta a farci credere che le api stiano scomparendo per un qualche interesse di grandi apicoltori, nordamericani o di altrove. L'apicoltura resta una briciola in confronto ai grandi produttori agricoli. Sono d'accordo che le cause possano essere molteplici, compresi i pesticidi, a volte i poteri della politica possono inquinare anche le fonti che dovrebbero essere più affidabili, bell'articolo e bel blog comunque, ciao

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    1. Ciao! Ti devo chiedere scusa perché fino ad oggi non mi sono accorto del tuo commento.
      Ti lascio il seguito di questo scritto e vorrei sapere il tuo parere.
      s. Interesse di grandi apicoltori? No lo escludo, gli apicoltori non c'entrano proprio nulla in questo intrigo; o perlomeno… non nel senso che intendiamo io e te. Ti lascio il link e scrivimi se ti va.
      https://moonforscience.blogspot.com/2019/09/bumblebee.html

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