Il 26 Novembre 2010 tra le ore 22 e le prime ore dell’alba del giorno successivo perse la vita Yara Gambirasio; aveva solo 13 anni.
“Ciao a tutti sono Yara Gambirasio e frequento lo terza media presso la scuola Maria Regina di Bergamo. Ho tredici anni e sono una ragazza snella con occhi castani e capelli abbastanza lunghi, mossi e castani. Adoro vestirmi alla moda anche se i miei vestiti non lo sono. Il mio attore preferito è Johnny Depp, la mia cantante preferita Laura Pausini, il film “Step Up”. Adoro la pizza, le patatine e le caramelle. Il mio sogno è viaggiare”.
Ancora oggi, a distanza di 11 anni, si ignora quasi tutto sulla dinamica dell’attacco omicida, ma quello che sappiamo, poco o tanto che sia, lo dobbiamo ad un pugno di donne e uomini che non si sono arresi, a qualche geniale intuizione, a lei Yara e agli scienziati che esaminarono le prove.
Yara fu ritrovata in un campo, tra le fitte e alte sterpaglie, il 26 Febbraio 2011 a 3 mesi esatti dalla scomparsa e, come vedremo, dall’omicidio.
Quando i medici legali arrivarono a meno di 3 metri dal suo corpo (ad una distanza maggiore non era distinguibile dalla vegetazione) Yara iniziò a raccontare: “Non mi potevate vedere da lassù, mentre mi cercavate, neppure dalla strada più vicina che è comunque troppo lontana e nessuno è mai arrivato fino a qui.”
Supina, la testa reclinata verso sinistra, aveva gli arti superiori parzialmente flessi ed extraruotati. Quelli inferiori invece erano distesi e divaricati.
Indossava un giubbotto nero con la lampo allacciata fino all’altezza dell’addome. Sotto una felpa di colore nero di Hello Kitty, chiusa fino allo sterno, e sotto alla felpa una maglia di colore blu con delle scritte e con il bordo superiore bianco. I pantaloni, tipo leggings, erano anch’essi scuri, come d’altro canto scure erano le scarpe da ginnastica con il pelo dentro.
Quella destra era allacciata e la caviglia “guardate la caviglia” disse, “è avvolta stretta dagli arbusti perché sono stata girata dal mio assassino e i rovi mi si sono avvinghiati addosso e non si sono più staccati.”
La scarpa sinistra venne invece trovata slacciata e la caviglia era libera. Le calze a righe, al contrario degli altri indumenti visibili, avevano i colori dell’arcobaleno.
La mano sinistra di Yara era coperta dalla manica del giubbotto, come se avesse freddo, quella destra invece stringeva ancora un ciuffo d’erba. “Sì, è avvenuto qui, è qui che sono stata ammazzata” disse ai medici legali “e no, non sono stata spostata, è qui che è avvenuto quasi tutto e ora vi racconterò.”
Nella tasca destra del giubbotto le trovarono un tettore MP3 con auricolari, le chiavi di casa unite da un nastro blu, una scheda SIM che risultò poi di sua proprietà, una batteria del telefono marca LG (la batteria del suo telefonino), ed entrambi i guanti. Il telefonino non fu mai ritrovato, ma la sua assenza indicò un attenzione particolare dell’assassino per i dettagli e la paura di essere localizzato.
I pantaloni erano ampiamente lacerati e le scarpe imbrattate da una secca poltiglia fangosa compatibile con quella del luogo del ritrovamento.
Già ad una prima ispezione il suo corpo presentò tagli a margini netti riconducibili ad uno strumento da taglio. Il collo le era stato reciso da un estremo all’altro, come del resto recisi risultarono anche i polsi.
“In bocca ho ancora l’apparecchio, con quello i miei genitori mi potranno identificare.”
Sul gluteo destro videro la ferita più profonda, quella inferta con maggiore rabbia. Lo squarcio aveva la forma di una J e le era stato inferto con così tanta forza da tagliare di netto, insieme a muscolo e carne, mutandine e leggings.
Sulla gamba destra notarono altri tagli sovrapposti, lunghi circa 4 centimetri.
“Sì, mi ha torturato, mi ha voluto far soffrire”.
Gli esami successivi mostrarono che la schiena di Yara era stata incisa ad X; una X abbastanza grande da coprirle tutto il dorso.
Il reggiseno viola le era stato slacciato e sul petto trovarono un escoriazione che le percorreva tutto l’emitorace; probabilmente dovuta a trascinamento.
Tibia e perone destri erano stati colpiti con forza da fendenti "ho cercato di scalciarlo ma era troppo forte per me" però non c’erano segni d’arma bianca sulle mani, e questo stava ad indicare solo una cosa: che non si era o non aveva potuto difendersi.
Il motivo più plausibile venne scoperto poco dopo; trovarono che era stata colpita ripetutamente e con forza al volto... con estrema forza. L'aveva colpita allo zigomo sinistro, all’angolo mandibolare destro e alla nuca… “tredici anni capite?”
Quest’ultimo, il colpo sulla nuca, le causò un trauma cranico sufficiente a farle perdere i sensi, ma non abbastanza per cagionarle la morte: “è per quello che non mi difesa”.
Sotto la mandibola destra, non contento delle ampie ferite inferte, la colpì con un arma da punta e da taglio, e con una forza tale da intaccarle il tessuto scheletrico.
Le armi utilizzate per colpire Yara al volto e al corpo non furono mai ritrovate, ma si presume possano essere state un martello, oppure un sasso, ma anche possibili calci e probabili pugni, non si sa, forse tutte queste cose insieme. Neppure il coltello venne mai ritrovato e, anche se frammenti della lama furono rinvenuti nella ferita al polso, la presenza di titanio risultò comune nella maggior parte delle lame in commercio.
Per lo più le ferite riscontrate risultarono superficiali, inflitte per causarle paura e dolore (tipiche degli attacchi sadici e nelle torture) altre invece le furono inflitte con forza, come quella al polso, al gluteo destro, al volto in più punti e alla nuca.
Il taglio alla gola, quello che andava da parte a parte, era abbastanza profondo da averle inciso la trachea, ma purtroppo le aveva solo scalfito la carotide; profondo sì, ma non abbastanza per farla morire per dissanguamento in pochi minuti.
Strano a dirsi no?
Sarebbero bastati 3 o 4 mm in più per assicurarle un agonia inferiore, invece nulla, non le concesse neppure quel tipo di pietà che un cacciatore riserva alla preda appena colpita.
Tutte le ferite avevano residui emoglobinici o di glicoforina, dettagli forse incomprensibili par qualcuno, ma da questo capirono che ogni singola ferita le era stata inferta da viva.
Yara non fu violentata, la trovarono inviolata, ma è un particolare di poco conto non trovate? Dopo che un adulto si scaglia su una ragazzina con intenti sessuali, la rapisce, la sevizia, la tortura, le fa provare dolore e paura e, non contento, la gira e le incide la schiena e poi le squarcia il gluteo con forza e con altrettanta forza la pugnala al volto e in altre zone del corpo e la colpisce ancora con pugni sul volto fino a tramortirla: beh direi che il mancato stupro non tolga nulla all’accaduto.
Gli indumenti erano, sia sopra che sotto, ampiamente imbrattati dal fango. La caviglia destra, come vi ho descritto in precedenza, era avviluppata e parzialmente coperta dalla flora del campo (Hopilobium hirsutus e Sorghum halepense).
Una volta rimosso il corpo dal terreno l’impronta risultò ben visibile, pertanto capirono che doveva essere lì comunque da parecchio tempo. Ovviamente i liquidi putrefattivi impregnavano il terreno sottostante e sul corpo trovarono spine e semi: materiale botanico del campo fu rinvenuto anche sotto un unghia spezzata della mano destra.
Sotto al cadavere, come tutto lascava presagire, furono rinvenuti semi non germinati che necessitano di luce e temperature superiori agli 8/10 gradi centigradi per schiudersi; prova ulteriore che il corpo non fu mai spostato dal luogo dell’omicidio.
Mentre attorno al cadavere c’erano numerose foglie secche, sotto di lei, a farle da cuscino, trovarono una foglia di Solidago ancora turgida e fresca: "l'ho protetta io con il mio volto".
L’assenza di Epilobium sotto al cadavere indicò agli esperti che il corpo doveva essere sul posto dagli inizi di febbraio, e la foglia, protetta dal capo, perlomeno dal tardo autunno.
Sul cadavere ovviamente erano presenti un gran numero di insetti e larve. In svariati distretti corporei furono rinvenute, come dice la sentenza, “larve di Trichoceridae, di Calliphoridae e di Heleomyzidae e del genere Muscidae con livelli diversi di sviluppo e, dunque, frutto di ripetute ovodeposizioni, oltre a numerosi insetti, presenti anche nel terriccio circostante. Le larve di Calliphora, in particolare, considerati gli stadi di sviluppo e la temperatura esterna dei mesi compresi tra la scomparsa e il ritrovamento, erano indicative di un’esposizione del cadavere di due-tre mesi.” Addirittura quelle di Heleomyzidae indicarono una decomposizione di tre mesi e oltre.
Non c’era dubbio, Yara era stata ammazzata almeno 3 mesi prima ed il corpo non era mai stato spostato da quel luogo isolato.
Prove ulteriori arrivarono dai medici patologi. Il giorno della scomparsa, o del probabile rapimento (ancora non avevano la certezza), aveva mangiato pesce con un contorno di piselli. Il contenuto gastrico al momento dell'autopsia risultò molto ridotto però ritrovarono amidi, fibre della carne e residui di bucce di piselli; insieme a questo c’era anche una foglia di rosmarino non digerita.
I tempi di digestione sono in ognuno di noi estremamente variabili, stimabili al massimo in 8 ore dal pasto, ma potrebbero essere stati rallentati dal freddo e dall’agonia che fu costretta a subire.
Tutto questo l’ho riportato per un motivo ben preciso; la difesa ha sempre tentato di mettere in dubbio luogo e tempi del decesso, perché se Yara fosse stata aggredita altrove, o in altro orario, e poi trasportata lì in seguito: se fosse stata aggredita e magari reclusa per giorni o settimane prima di essere ammazzata, le prove a carico dell’unico imputato sarebbero risultate minori (anche se non nulle come vedremo in seguito) ma sufficienti a minare il castello accusatorio: ma così non è, Yara morì in quel luogo e a circa 8 ore dal pranzo.
Prima di toccare brevemente la storia di Ignoto 1, già ampiamente trattata in mille trasmissioni televisive, sarebbe bene spendere qualche parola in più sulle sevizie che fu costretta a sopportare.
Prestate attenzione perché durante gli esami si evinse che alcuni marcatori biologici erano molto alterati. Trovarono un’alta concentrazione di acetone (24 mg/dl nel sangue, tipica nei casi di cheto acidosi metabolica letale) e delle catecolamine nel sangue e nelle urine.
Sommate al fatto che le ferite inferte non furono sufficienti a causarne la morte, stabilirono che Yara era deceduta dopo ore di agonia. Morì a causa delle ferite, per il dolore, per lo stress causato dalle violenze subite e dal freddo intenso di quella notte di novembre.
In condizioni di stress estremo e di ipotermia, l’assalitore ebbe il coraggio di infierire ripetutamente e sadicamente sul suo corpo, di colpirla, pugnalarla ovunque, anche al volto, tentando anche di sgozzarla, ma non fu in grado di finirla: Yara morì a causa dell’insieme di tutte queste cose, ed impiegò con tutta probabilità alcune interminabili ore.
Sul corpo e sugli indumenti non vennero ritrovate impronte. Un gran numero di peli, fibre colorate di vario tipo, semi sia sopra che sotto di lei, sferette ferrose da residuo di saldatura, residui di cemento sia addosso che nei polmoni e vari profili genetici. Quasi tutto quel che trovarono era riconducibile a due sole cose: al campo incolto del ritrovamento e ad un ambiente legato al mondo dell'edilizia.
Sui 17 tamponi inerenti l’apparecchio dentale, alla maglietta, al reggiseno e alle scarpe fu rinvenuto il suo solo profilo genotipico. Lo stesso sui 13 tamponi riguardanti la felpa; solo in 1 trovarono un profilo differente e più precisamente accanto alla zip, ma purtroppo era misto e non interpretabile.
Sul salvaslip non venne trovato nessun profilo. Sul polsino della manica del giubbotto venne invece rinvenuto un profilo misto dal quale isolarono quello della sua istruttrice di ginnastica.
Sul guanto sinistro vennero trovati due profili di sconosciuti (Uomo 2 e Donna 1) e precisamente quello maschile sul pollice e quello femminile sulla punta del dito medio. Uomo 1, se ve lo steste chiedendo, siccome non l’ho ancora nominato, venne rinvenuto su una salvietta sporca di sangue a più di 100 metri dal cadavere e che risultò, in seguito, estranea al caso.
Sugli slip della vittima, denominati campione 31, venne estrapolato un profilo genetico maschile. Scoprirono che era molto più ricco dei precedenti e lo denominarono Ignoto 1.
Ovviamente l’istruttrice di ginnastica venne messa sotto osservazione, anche attraverso intercettazioni telefoniche, ma i sospetti a breve caddero per mancanza di qualsivoglia movente o indizio; di fatti fu ritenuto del tutto legittimo che il suo DNA fosse presente sul bordo della manica del giubbotto di una sua alunna.
Al contrario, per ancor più ovvie ragioni, il campione di Ignoto 1 fu ritenuto di estrema importanza perché collocato in luogo estremamente più significativo.
Da quel momento le ricerche si concentrarono sugli slip che vennero suddivisi in griglie, dalle quali venne rinvenuto il DNA di Ignoto 1 su ben 16 campionature differenti.
Anche sui leggings venne rinvenuto il medesimo profilo e precisamente su 2 griglie differenti.
Le analisi complessive furono innumerevoli, basti dire che sul solo giubbetto vennero eseguiti 119 esami, sulla felpa 26, sull’assorbente 4, sulle calze 2, sugli slip 52, sul reggiseno 5. Varie analisi sull’apparecchio, 12 sulla maglietta, 12 sui leggings e 8 sulle stringhe delle scarpe. Complessivamente fecero 294 prelievi sugli indumenti a cui si devono sommare 20 tamponi autoptici e 150 tra fibre e formazioni pilifere prelevate dai vestiti. E poi ancora 52 strip adesive sul giubbotto, 12 sulla felpa, 2 sui calzini, 4 sugli slip, 2 sul reggiseno, 16 sulla maglietta, senza contare le analisi del terriccio sotto il cadavere e sotto le scarpe contenuto in 33 provette.
Dovete sapere che nei profili complessi, come in questo caso, dove più tracce di DNA vengono rinvenute mischiate anche a causa dello stato di decomposizione del cadavere, non è possibile separarle preventivamente. Eppure le tracce di DNA di Yara e di Ignoto 1 sono state analizzate a fondo, in più occasioni, e il DNA del solo Ignoto 1 è stato identificato dal RIS in 24 marcatori STR autosomici contro i 13 fissati dagli standard internazionali e i 15-16 usualmente ritenuti necessari in ambito forense. A questi vanno aggiunti 12 marcatori del cromosoma X e 16 marcatori del cromosoma Y, per un totale di 51 marcatori.
Tutto questo è presente su tutti e 18 i campioni di DNA isolati sugli slip e leggings, a prescindere da ciò che la difesa racconta nelle interviste.
L’origine biologica del fluido lasciato da Ignoto 1 è rimasta incerta. Potrebbe essere sangue, urina, saliva o sperma, e anche se quest’ultimo verrebbe escluso da un esame specifico, in realtà i tecnici del laboratorio non lo possono escludere del tutto. Tra le molteplici incognite quello che non lascia adito a dubbi è la parte che troverete qui sotto e che riguarda il DNA di Ignoto 1 raffrontato con quello dell’imputato:
“Una compatibilità con ordine di grandezza di dieci alla meno ventisette, che significa che per avere un soggetto che possa avere lo stesso DNA di Ignoto 1, o dell’imputato, sarebbe necessaria una popolazione mondiale di due miliardi di miliardi di miliardi di soggetti. Per cui da qui deriva l’unicità del profilo di Ignoto 1 confrontato con quello dell’imputato”.
Da quel momento parte una caccia all’uomo che non ha precedenti in Italia e forse nel mondo, perché il DNA c’è ma manca un riscontro dalla banca dati e soprattutto non esiste neppure un sospettato.
Ci vorranno 3 anni di indagini, alcuni errori madornali, 18.000 tamponi e molti colpi di scena fino ad arrivare ad un presunto colpevole da poter analizzare, poi arrestare e infine processare.
E’ una storia descritta in 60.000 pagine di verbali, piene di indizi e poche prove; difatti è lo stesso avvocato della difesa a sostenere che la prova regina sia una sola, un unico chiodo che sosterrebbe tutte le accuse. Basterebbe toglierlo per veder franare tutto quanto ma, quel chiodo, non lo si può levare perché è diventato un tutt’uno con la parete che lo accoglie.
Vi sono ottime ricostruzioni sul web, cercatele, dall’aplotipo y ritrovato in un ignaro parente dell’assassino (ignaro nel senso che non sapeva di essere parente), ad un probabile padre deceduto però anni prima, che doveva aver avuto una relazione clandestuna.. Dall’intuizione su un probabile figlio illegittimo, al ritrovamento della madre di Ignoto 1 che negherà fino alla morte la relazione con quell’uomo (alla fine le indagini porteranno alla luce che di 3 figli nati durante il matrimonio, nessuno dei 3 è figlio del marito, bensì di due uomini differenti) fino all’arresto di colui che ora è in carcere a vita.
Tutta questa ricostruzione, che alcuni di voi ricorderanno magari in parte, la lascio ad altri soffermandomi solamente su alcuni particolari dei campioni di Ignoto 1, ovvero l’assenza del DNA Mitocondriale: il fulcro della difesa.
Sugli slip e sui pantaloni della vittima, come ben sappiamo, vennero trovate tracce e vennero prelevati DNA differenti tra loro, ma occorreva stabilire anche quale fosse la natura delle tracce. Pertanto fecero test specifici, ma siccome gli indumenti erano impregnati dai fluidi di decomposizione non fu facile stabilire cosa fosse.
Venne tentato tutto il possibile. Tre diverse analisi per lo sperma risultarono negative, come negative risultarono quelle per la saliva e l’urina. Gli unici test positivi furono 17 su 26 per l’emoglobina umana. Ci sarebbe da urlare “ok, allora è sangue!” ma purtroppo difficilmente è tutto bianco o nero a questo mondo.
Sarebbe stato di grande utilità stabilire con certezza se le tracce fossero di sangue o di liquidi della decomposizione (entrambe danno positività all'emoglobina ma non sono la stessa cosa) quindi decisero di cercare anche per questo del DNA Mitocondriale, utile ad avvicinarsi alla natura delle tracce, perché nello sperma difficilmente ne avrebbero trovato. Ma lo fecero anche per utilizzare tecniche sperimentali volte a scoprire caratteristiche fisiche e/o provenienza geografica del soggetto, oltre che per eventuale Eteroplasmia (mutazioni genetiche di interesse investigativo).
Lo stesso venne fatto anche con il DNA Nucleare, ma in un laboratorio differente e con tecniche del tutto diverse.
Cosa scoprirono? Scoprono che il DNA Mitocondriale di Yara era ovviamente presente e dominante sugli slip, ma non quello di Ignoto 1. Al posto di quello trovarono un profilo Mitocondriale non chiaro e pertanto inutilizzabile, che non apparteneva ad esempio ad un ipotetico Ignoto 2, ma era bensì una sequenza parziale che con tutta probabilità era frutto di artefatti o DNA Mitocondriali di Ignoto 1 e la vittima mischiati, indistricabili, uniti per sempre l’uno all'altro.
Al fine delle indagini è bene specificare e sottolineare che il DNA Mitocondriale non ha alcun valore in tribunale, perché per identificare una persona occorre il solo DNA Nucleare.
Per farvi un esempio stiamo parlando di circa 16.540 basi presenti nella struttura Mitocondriale, contro i 3 Milioni in quella Nucleare.
Nel 2015, data in cui fu trascritta la sentenza, non esistevano praticamente studi scientifici in grado di fornire una linea guida per l’estrazione del DNA Mitocondriale da campioni di fluidi misti, i quali comprendevano anche DNA di muffe, batteri e murino. Tra l’altro, a processo, uno dei due esperti genetisti spiegò in alula che le tecniche di analisi sul DNA Mitocondriale sono rimaste indietro se confrontate con quelle per il DNA Nucleare. Specificò che è come se nel primo caso si usasse il telegrafo e nel secondo un IPhone. Disse che le analisi sono arretrate perché il DNA Mitocondriale non identifica con precisione una persona, men che meno il sesso, solo il DNA Nucleare lo fa ed è per questo che lo si estrae solo in determinate occasioni.
E’ vero, il DNA Mitocondriale resiste di gran lunga di più di quello Nucleare, questo è noto (probabilmente perché è semplicemente in quantità maggiore), ma è consigliato quasi esclusivamente per estrarre DNA da peli o capelli privi di bulbo, mummie, cadaveri carbonizzati e ossa fossilizzate e non, ma sconsigliato su campioni misti. Di fatti le analisi su DNA Nucleare vennero svolte dal RIS di Parma, mentre quelle sul Mitocondriale dall'università di Firenze, da una specialista in archeologia forense.
Ma occorre ripetere a gran voce un altro concetto importantissimo: non è stato trovato sia chiaro, ma anche se avessero isolato un DNA Mitocondriale estraneo ad Ignoto 1 e a Yara, mancherebbe il corrispettivo DNA Nucleare: in parole povere un Ignoto X (chiamatelo come vi pare) sugli slip e sui leggings non è mai stato trovato, e anche se fosse stato trovato non scagionerebbe Ignoto 1 il cui DNA è presente in ben 18 campioni situati accanto alle parti intime della vittima.
Per quanto riguarda i polimeri scaduti (e siamo praticamente alla fine), secondo cavallo di battaglia della difesa, sarò breve.
La difesa fece più volte notare che il RIS, durante l’estrazione del DNA di Ignoto 1, utilizzò anche polimeri scaduti. Nella sentenza viene menzionato anche questo aspetto e ora ve lo riassumerò. Polimeri scaduti possono anche essere utilizzati, però previa rivalidazione e questo non accadde. Insieme al fatto che per mesi cercarono la madre di Ignoto 1 con il DNA Mitocondriale di Yara, la difesa ha cercato di sollevare più di un dubbio sulla qualità delle analisi.
Occorre però anche ammettere che non tutti i polimeri erano scaduti, e che tutti, scaduti e non, diedero il medesimo risultato su Ignoto 1.
Gli esperti specificarono inoltre che un polimero scaduto impedisce la reazione e rende un profilo non leggibile, ma in nessun caso può dare un profilo diverso da quello reale.
Nelle interviste sentirete più e più volte i legali della difesa commentare sul fatto che il DNA rilevato potrebbe essere completamente differente e appartenere ad un'altra persona, ma un conto sono le interviste, altro sono le carte processuali.
Tutta quanta questa brutta storia vede un unico condannato al carcere a vita e, forse, vi sarete anche accorti che in tutto questo lungo scritto non l'ho mai nominato. Non l'ho fatto perché questa storia è intrisa di tanti piccoli particolari; dall'assenza di un alibi, che neppure la moglie riuscirà a fornirgli, al fatto che era presente in zona un ora prima della scomparsa della vittima. Ma soprattutto che, l'aver spento il cellulare, non lo posiziona in un luogo e un tempo differente da quello dell'omicidio.
Ci sono le fibre dei sedili del furgone che sono del tutto simili a quelle trovate sulla vittima, anche se non sono abbastanza univoche da appartenere a quell'unico furgone. Vi sono le tracce di residui di saldatura, presenti nell'abitacolo del furgone e sulle scarpe della vittima, e i filmati che lo individuano passare più e più volte dalla palestra.
Ci sono altri piccoli indizi, ma vi sono anche tanti dubbi perché viene descritto dai più come un ottimo padre di famiglia, un buon marito, un lavoratore onesto e fondamentalmente un uomo buono che non avrebbe mai e poi mai fatto del male a nessuno, tantomeno ad una sconosciuta ragazzina.
E' vero vi sono tanti dubbi, ma c'è anche una granitica certezza, ovvero una grande quantità di materiale biologico finito sulle mutandine di Yara, e quel materiale biologico appartiene a lui e solo a lui. Non è finito lì per il vento e non può neppure essere stato trasferito da una ipotetica lama sottrattagli, con cui in passato si sarebbe ferito (così disse).
Ampie tracce di DNA lo inchiodano ad un luogo, in una determinato giorno e ora, con intenti animus necandi, e chiamarlo per nome significherebbe almeno per me umanizzare "qualcuno" che di umano, in quella occasione, non è stato.
Tra non molto alla difesa verrà concesso di prelevare, dai campioni, altro materiale genetico e ripetere i test per il DNA; come se ce ne fosse ancora bisogno dopo tutte le analisi svolte, ma così è stato deciso e da una parte ne sono felice.
In attesa di una conferma, o di una improbabile smentita, che in ogni caso aggiungerò a questo scritto, vi lascio con una mia piccola richiesta personale.
Yara Gambirasio morì di notte, o poco prima delle prime luci dell'alba del giorno successivo alla sparizione.
Poco prima di morire, sembra in maniera del tutto involontaria, ebbe degli spasmi agonici violenti, e questo lo sappiamo perché la vita fa davvero di tutto per non abbandonare un corpo, ma anche perché l'ultima cosa che fece fu quella di afferrare, con la mano destra, un ciuffo d'erba e serrarlo fino a strapparlo.
Morì così, con quel ciuffo di erba tra le dita, ciuffo che dopo tre mesi stringeva ancora.
L'erba apparteneva al Sorghum halepense, detto anche Sorgo selvatico o Sorghetta.
Vi lascio la foto in modo che lo possiate riconoscere e pensare a Yara ogni volta che lo incontrerete sul vostro cammino.
Grazie.