giovedì 25 novembre 2021

Yara



Il 26 Novembre 2010 tra le ore 22 e le prime ore dell’alba del giorno successivo perse la vita Yara Gambirasio; aveva solo 13 anni.

Ciao a tutti sono Yara Gambirasio e frequento lo terza media presso la scuola Maria Regina di Bergamo. Ho tredici anni e sono una ragazza snella con occhi castani e capelli abbastanza lunghi, mossi e castani. Adoro vestirmi alla moda anche se i miei vestiti non lo sono. Il mio attore preferito è Johnny Depp, la mia cantante preferita Laura Pausini, il film “Step Up”. Adoro la pizza, le patatine e le caramelle. Il mio sogno è viaggiare”.

Ancora oggi, a distanza di 11 anni, si ignora quasi tutto sulla dinamica dell’attacco omicida, ma quello che sappiamo, poco o tanto che sia, lo dobbiamo ad un pugno di donne e uomini che non si sono arresi, a qualche geniale intuizione, a lei Yara e agli scienziati che esaminarono le prove.

Yara fu ritrovata in un campo, tra le fitte e alte sterpaglie, il 26 Febbraio 2011 a 3 mesi esatti dalla scomparsa e, come vedremo, dall’omicidio.
Quando i medici legali arrivarono a meno di 3 metri dal suo corpo (ad una distanza maggiore non era distinguibile dalla vegetazione) Yara iniziò a raccontare: “Non mi potevate vedere da lassù, mentre mi cercavate, neppure dalla strada più vicina che è comunque troppo lontana e nessuno è mai arrivato fino a qui.
Supina, la testa reclinata verso sinistra, aveva gli arti superiori parzialmente flessi ed extraruotati. Quelli inferiori invece erano distesi e divaricati.
Indossava un giubbotto nero con la lampo allacciata fino all’altezza dell’addome. Sotto una felpa di colore nero di Hello Kitty, chiusa fino allo sterno, e sotto alla felpa una maglia di colore blu con delle scritte e con il bordo superiore bianco. I pantaloni, tipo leggings, erano anch’essi scuri, come d’altro canto scure erano le scarpe da ginnastica con il pelo dentro.
Quella destra era allacciata e la caviglia “guardate la caviglia” disse, “è avvolta stretta dagli arbusti perché sono stata girata dal mio assassino e i rovi mi si sono avvinghiati addosso e non si sono più staccati.
La scarpa sinistra venne invece trovata slacciata e la caviglia era libera. Le calze a righe, al contrario degli altri indumenti visibili, avevano i colori dell’arcobaleno.
La mano sinistra di Yara era coperta dalla manica del giubbotto, come se avesse freddo, quella destra invece stringeva ancora un ciuffo d’erba. “Sì, è avvenuto qui, è qui che sono stata ammazzata” disse ai medici legali “e no, non sono stata spostata, è qui che è avvenuto quasi tutto e ora vi racconterò.
Nella tasca destra del giubbotto le trovarono un tettore MP3 con auricolari, le chiavi di casa unite da un nastro blu, una scheda SIM che risultò poi di sua proprietà, una batteria del telefono marca LG (la batteria del suo telefonino), ed entrambi i guanti. Il telefonino non fu mai ritrovato, ma la sua assenza indicò un attenzione particolare dell’assassino per i dettagli e la paura di essere localizzato.
I pantaloni erano ampiamente lacerati e le scarpe imbrattate da una secca poltiglia fangosa compatibile con quella del luogo del ritrovamento.
Già ad una prima ispezione il suo corpo presentò tagli a margini netti riconducibili ad uno strumento da taglio. Il collo le era stato reciso da un estremo all’altro, come del resto recisi risultarono anche i polsi.

In bocca ho ancora l’apparecchio, con quello i miei genitori mi potranno identificare.

Sul gluteo destro videro la ferita più profonda, quella inferta con maggiore rabbia. Lo squarcio aveva la forma di una J e le era stato inferto con così tanta forza da tagliare di netto, insieme a muscolo e carne, mutandine e leggings.
Sulla gamba destra notarono altri tagli sovrapposti, lunghi circa 4 centimetri.

Sì, mi ha torturato, mi ha voluto far soffrire”.

Gli esami successivi mostrarono che la schiena di Yara era stata incisa ad X; una X abbastanza grande da coprirle tutto il dorso.
Il reggiseno viola le era stato slacciato e sul petto trovarono un escoriazione che le percorreva tutto l’emitorace; probabilmente dovuta a trascinamento.
Tibia e perone destri erano stati colpiti con forza da fendenti "ho cercato di scalciarlo ma era troppo forte per me" però non c’erano segni d’arma bianca sulle mani, e questo stava ad indicare solo una cosa: che non si era o non aveva potuto difendersi.
Il motivo più plausibile venne scoperto poco dopo; trovarono che era stata colpita ripetutamente e con forza al volto... con estrema forza. L'aveva colpita allo zigomo sinistro, all’angolo mandibolare destro e alla nuca… “tredici anni capite?
Quest’ultimo, il colpo sulla nuca, le causò un trauma cranico sufficiente a farle perdere i sensi, ma non abbastanza per cagionarle la morte: “è per quello che non mi difesa”.
Sotto la mandibola destra, non contento delle ampie ferite inferte, la colpì con un arma da punta e da taglio, e con una forza tale da intaccarle il tessuto scheletrico.
Le armi utilizzate per colpire Yara al volto e al corpo non furono mai ritrovate, ma si presume possano essere state un martello, oppure un sasso, ma anche possibili calci e probabili pugni, non si sa, forse tutte queste cose insieme. Neppure il coltello venne mai ritrovato e, anche se frammenti della lama furono rinvenuti nella ferita al polso, la presenza di titanio risultò comune nella maggior parte delle lame in commercio.
Per lo più le ferite riscontrate risultarono superficiali, inflitte per causarle paura e dolore (tipiche degli attacchi sadici e nelle torture) altre invece le furono inflitte con forza, come quella al polso, al gluteo destro, al volto in più punti e alla nuca.
Il taglio alla gola, quello che andava da parte a parte, era abbastanza profondo da averle inciso la trachea, ma purtroppo le aveva solo scalfito la carotide; profondo sì, ma non abbastanza per farla morire per dissanguamento in pochi minuti.

Strano a dirsi no?
Sarebbero bastati 3 o 4 mm in più per assicurarle un agonia inferiore, invece nulla, non le concesse neppure quel tipo di pietà che un cacciatore riserva alla preda appena colpita.

Tutte le ferite avevano residui emoglobinici o di glicoforina, dettagli forse incomprensibili par qualcuno, ma da questo capirono che ogni singola ferita le era stata inferta da viva.
Yara non fu violentata, la trovarono inviolata, ma è un particolare di poco conto non trovate? Dopo che un adulto si scaglia su una ragazzina con intenti sessuali, la rapisce, la sevizia, la tortura, le fa provare dolore e paura e, non contento, la gira e le incide la schiena e poi le squarcia il gluteo con forza e con altrettanta forza la pugnala al volto e in altre zone del corpo e la colpisce ancora con pugni sul volto fino a tramortirla: beh direi che il mancato stupro non tolga nulla all’accaduto.

Gli indumenti erano, sia sopra che sotto, ampiamente imbrattati dal fango. La caviglia destra, come vi ho descritto in precedenza, era avviluppata e parzialmente coperta dalla flora del campo (Hopilobium hirsutus e Sorghum halepense).
Una volta rimosso il corpo dal terreno l’impronta risultò ben visibile, pertanto capirono che doveva essere lì comunque da parecchio tempo. Ovviamente i liquidi putrefattivi impregnavano il terreno sottostante e sul corpo trovarono spine e semi: materiale botanico del campo fu rinvenuto anche sotto un unghia spezzata della mano destra.
Sotto al cadavere, come tutto lascava presagire, furono rinvenuti semi non germinati che necessitano di luce e temperature superiori agli 8/10 gradi centigradi per schiudersi; prova ulteriore che il corpo non fu mai spostato dal luogo dell’omicidio.
Mentre attorno al cadavere c’erano numerose foglie secche, sotto di lei, a farle da cuscino, trovarono una foglia di Solidago ancora turgida e fresca: "l'ho protetta io con il mio volto".
L’assenza di Epilobium sotto al cadavere indicò agli esperti che il corpo doveva essere sul posto dagli inizi di febbraio, e la foglia, protetta dal capo, perlomeno dal tardo autunno.

Sul cadavere ovviamente erano presenti un gran numero di insetti e larve. In svariati distretti corporei furono rinvenute, come dice la sentenza, “larve di Trichoceridae, di Calliphoridae e di Heleomyzidae e del genere Muscidae con livelli diversi di sviluppo e, dunque, frutto di ripetute ovodeposizioni, oltre a numerosi insetti, presenti anche nel terriccio circostante. Le larve di Calliphora, in particolare, considerati gli stadi di sviluppo e la temperatura esterna dei mesi compresi tra la scomparsa e il ritrovamento, erano indicative di un’esposizione del cadavere di due-tre mesi.” Addirittura quelle di Heleomyzidae indicarono una decomposizione di tre mesi e oltre.

Non c’era dubbio, Yara era stata ammazzata almeno 3 mesi prima ed il corpo non era mai stato spostato da quel luogo isolato.
Prove ulteriori arrivarono dai medici patologi. Il giorno della scomparsa, o del probabile rapimento (ancora non avevano la certezza), aveva mangiato pesce con un contorno di piselli. Il contenuto gastrico al momento dell'autopsia risultò molto ridotto però ritrovarono amidi, fibre della carne e residui di bucce di piselli; insieme a questo c’era anche una foglia di rosmarino non digerita.
I tempi di digestione sono in ognuno di noi estremamente variabili, stimabili al massimo in 8 ore dal pasto, ma potrebbero essere stati rallentati dal freddo e dall’agonia che fu costretta a subire.

Tutto questo l’ho riportato per un motivo ben preciso; la difesa ha sempre tentato di mettere in dubbio luogo e tempi del decesso, perché se Yara fosse stata aggredita altrove, o in altro orario, e poi trasportata lì in seguito: se fosse stata aggredita e magari reclusa per giorni o settimane prima di essere ammazzata, le prove a carico dell’unico imputato sarebbero risultate minori (anche se non nulle come vedremo in seguito) ma sufficienti a minare il castello accusatorio: ma così non è, Yara morì in quel luogo e a circa 8 ore dal pranzo.

Prima di toccare brevemente la storia di Ignoto 1, già ampiamente trattata in mille trasmissioni televisive, sarebbe bene spendere qualche parola in più sulle sevizie che fu costretta a sopportare.
Prestate attenzione perché durante gli esami si evinse che alcuni marcatori biologici erano molto alterati. Trovarono un’alta concentrazione di acetone (24 mg/dl nel sangue, tipica nei casi di cheto acidosi metabolica letale) e delle catecolamine nel sangue e nelle urine.
Sommate al fatto che le ferite inferte non furono sufficienti a causarne la morte, stabilirono che Yara era deceduta dopo ore di agonia. Morì a causa delle ferite, per il dolore, per lo stress causato dalle violenze subite e dal freddo intenso di quella notte di novembre.
In condizioni di stress estremo e di ipotermia, l’assalitore ebbe il coraggio di infierire ripetutamente e sadicamente sul suo corpo, di colpirla, pugnalarla ovunque, anche al volto, tentando anche di sgozzarla, ma non fu in grado di finirla: Yara morì a causa dell’insieme di tutte queste cose, ed impiegò con tutta probabilità alcune interminabili ore.

Sul corpo e sugli indumenti non vennero ritrovate impronte. Un gran numero di peli, fibre colorate di vario tipo, semi sia sopra che sotto di lei, sferette ferrose da residuo di saldatura, residui di cemento sia addosso che nei polmoni e vari profili genetici. Quasi tutto quel che trovarono era riconducibile a due sole cose: al campo incolto del ritrovamento e ad un ambiente legato al mondo dell'edilizia.

Sui 17 tamponi inerenti l’apparecchio dentale, alla maglietta, al reggiseno e alle scarpe fu rinvenuto il suo solo profilo genotipico. Lo stesso sui 13 tamponi riguardanti la felpa; solo in 1 trovarono un profilo differente e più precisamente accanto alla zip, ma purtroppo era misto e non interpretabile.
Sul salvaslip non venne trovato nessun profilo. Sul polsino della manica del giubbotto venne invece rinvenuto un profilo misto dal quale isolarono quello della sua istruttrice di ginnastica.
Sul guanto sinistro vennero trovati due profili di sconosciuti (Uomo 2 e Donna 1) e precisamente quello maschile sul pollice e quello femminile sulla punta del dito medio. Uomo 1, se ve lo steste chiedendo, siccome non l’ho ancora nominato, venne rinvenuto su una salvietta sporca di sangue a più di 100 metri dal cadavere e che risultò, in seguito, estranea al caso.
Sugli slip della vittima, denominati campione 31, venne estrapolato un profilo genetico maschile. Scoprirono che era molto più ricco dei precedenti e lo denominarono Ignoto 1.
Ovviamente l’istruttrice di ginnastica venne messa sotto osservazione, anche attraverso intercettazioni telefoniche, ma i sospetti a breve caddero per mancanza di qualsivoglia movente o indizio; di fatti fu ritenuto del tutto legittimo che il suo DNA fosse presente sul bordo della manica del giubbotto di una sua alunna.
Al contrario, per ancor più ovvie ragioni, il campione di Ignoto 1 fu ritenuto di estrema importanza perché collocato in luogo estremamente più significativo.
Da quel momento le ricerche si concentrarono sugli slip che vennero suddivisi in griglie, dalle quali venne rinvenuto il DNA di Ignoto 1 su ben 16 campionature differenti.
Anche sui leggings venne rinvenuto il medesimo profilo e precisamente su 2 griglie differenti.

Le analisi complessive furono innumerevoli, basti dire che sul solo giubbetto vennero eseguiti 119 esami, sulla felpa 26, sull’assorbente 4, sulle calze 2, sugli slip 52, sul reggiseno 5. Varie analisi sull’apparecchio, 12 sulla maglietta, 12 sui leggings e 8 sulle stringhe delle scarpe. Complessivamente fecero 294 prelievi sugli indumenti a cui si devono sommare 20 tamponi autoptici e 150 tra fibre e formazioni pilifere prelevate dai vestiti. E poi ancora 52 strip adesive sul giubbotto, 12 sulla felpa, 2 sui calzini, 4 sugli slip, 2 sul reggiseno, 16 sulla maglietta, senza contare le analisi del terriccio sotto il cadavere e sotto le scarpe contenuto in 33 provette.

Dovete sapere che nei profili complessi, come in questo caso, dove più tracce di DNA vengono rinvenute mischiate anche a causa dello stato di decomposizione del cadavere, non è possibile separarle preventivamente. Eppure le tracce di DNA di Yara e di Ignoto 1 sono state analizzate a fondo, in più occasioni, e il DNA del solo Ignoto 1 è stato identificato dal RIS in 24 marcatori STR autosomici contro i 13 fissati dagli standard internazionali e i 15-16 usualmente ritenuti necessari in ambito forense. A questi vanno aggiunti 12 marcatori del cromosoma X e 16 marcatori del cromosoma Y, per un totale di 51 marcatori.
Tutto questo è presente su tutti e 18 i campioni di DNA isolati sugli slip e leggings, a prescindere da ciò che la difesa racconta nelle interviste.

L’origine biologica del fluido lasciato da Ignoto 1 è rimasta incerta. Potrebbe essere sangue, urina, saliva o sperma, e anche se quest’ultimo verrebbe escluso da un esame specifico, in realtà i tecnici del laboratorio non lo possono escludere del tutto. Tra le molteplici incognite quello che non lascia adito a dubbi è la parte che troverete qui sotto e che riguarda il DNA di Ignoto 1 raffrontato con quello dell’imputato:

Una compatibilità con ordine di grandezza di dieci alla meno ventisette, che significa che per avere un soggetto che possa avere lo stesso DNA di Ignoto 1, o dell’imputato, sarebbe necessaria una popolazione mondiale di due miliardi di miliardi di miliardi di soggetti. Per cui da qui deriva l’unicità del profilo di Ignoto 1 confrontato con quello dell’imputato”.

Da quel momento parte una caccia all’uomo che non ha precedenti in Italia e forse nel mondo, perché il DNA c’è ma manca un riscontro dalla banca dati e soprattutto non esiste neppure un sospettato.
Ci vorranno 3 anni di indagini, alcuni errori madornali, 18.000 tamponi e molti colpi di scena fino ad arrivare ad un presunto colpevole da poter analizzare, poi arrestare e infine processare.

E’ una storia descritta in 60.000 pagine di verbali, piene di indizi e poche prove; difatti è lo stesso avvocato della difesa a sostenere che la prova regina sia una sola, un unico chiodo che sosterrebbe tutte le accuse. Basterebbe toglierlo per veder franare tutto quanto ma, quel chiodo, non lo si può levare perché è diventato un tutt’uno con la parete che lo accoglie.

Vi sono ottime ricostruzioni sul web, cercatele, dall’aplotipo y ritrovato in un ignaro parente dell’assassino (ignaro nel senso che non sapeva di essere parente), ad un probabile padre deceduto però anni prima, che doveva aver avuto una relazione clandestuna.. Dall’intuizione su un probabile figlio illegittimo, al ritrovamento della madre di Ignoto 1 che negherà fino alla morte la relazione con quell’uomo (alla fine le indagini porteranno alla luce che di 3 figli nati durante il matrimonio, nessuno dei 3 è figlio del marito, bensì di due uomini differenti) fino all’arresto di colui che ora è in carcere a vita.
Tutta questa ricostruzione, che alcuni di voi ricorderanno magari in parte, la lascio ad altri soffermandomi solamente su alcuni particolari dei campioni di Ignoto 1, ovvero l’assenza del DNA Mitocondriale: il fulcro della difesa.

Sugli slip e sui pantaloni della vittima, come ben sappiamo, vennero trovate tracce e vennero prelevati DNA differenti tra loro, ma occorreva stabilire anche quale fosse la natura delle tracce. Pertanto fecero test specifici, ma siccome gli indumenti erano impregnati dai fluidi di decomposizione non fu facile stabilire cosa fosse.
Venne tentato tutto il possibile. Tre diverse analisi per lo sperma risultarono negative, come negative risultarono quelle per la saliva e l’urina. Gli unici test positivi furono 17 su 26 per l’emoglobina umana. Ci sarebbe da urlare “ok, allora è sangue!” ma purtroppo difficilmente è tutto bianco o nero a questo mondo.
Sarebbe stato di grande utilità stabilire con certezza se le tracce fossero di sangue o di liquidi della decomposizione (entrambe danno positività all'emoglobina ma non sono la stessa cosa) quindi decisero di cercare anche per questo del DNA Mitocondriale, utile ad avvicinarsi alla natura delle tracce, perché nello sperma difficilmente ne avrebbero trovato. Ma lo fecero anche per utilizzare tecniche sperimentali volte a scoprire caratteristiche fisiche e/o provenienza geografica del soggetto, oltre che per eventuale Eteroplasmia (mutazioni genetiche di interesse investigativo).
Lo stesso venne fatto anche con il DNA Nucleare, ma in un laboratorio differente e con tecniche del tutto diverse.

Cosa scoprirono? Scoprono che il DNA Mitocondriale di Yara era ovviamente presente e dominante sugli slip, ma non quello di Ignoto 1. Al posto di quello trovarono un profilo Mitocondriale non chiaro e pertanto inutilizzabile, che non apparteneva ad esempio ad un ipotetico Ignoto 2, ma era bensì una sequenza parziale che con tutta probabilità era frutto di artefatti o DNA Mitocondriali di Ignoto 1 e la vittima mischiati, indistricabili, uniti per sempre l’uno all'altro.

Al fine delle indagini è bene specificare e sottolineare che il DNA Mitocondriale non ha alcun valore in tribunale, perché per identificare una persona occorre il solo DNA Nucleare.
Per farvi un esempio stiamo parlando di circa 16.540 basi presenti nella struttura Mitocondriale, contro i 3 Milioni in quella Nucleare.

Nel 2015, data in cui fu trascritta la sentenza, non esistevano praticamente studi scientifici in grado di fornire una linea guida per l’estrazione del DNA Mitocondriale da campioni di fluidi misti, i quali comprendevano anche DNA di muffe, batteri e murino. Tra l’altro, a processo, uno dei due esperti genetisti spiegò in alula che le tecniche di analisi sul DNA Mitocondriale sono rimaste indietro se confrontate con quelle per il DNA Nucleare. Specificò che è come se nel primo caso si usasse il telegrafo e nel secondo un IPhone. Disse che le analisi sono arretrate perché il DNA Mitocondriale non identifica con precisione una persona, men che meno il sesso, solo il DNA Nucleare lo fa ed è per questo che lo si estrae solo in determinate occasioni.
E’ vero, il DNA Mitocondriale resiste di gran lunga di più di quello Nucleare, questo è noto (probabilmente perché è semplicemente in quantità maggiore), ma è consigliato quasi esclusivamente per estrarre DNA da peli o capelli privi di bulbo, mummie, cadaveri carbonizzati e ossa fossilizzate e non, ma sconsigliato su campioni misti. Di fatti le analisi su DNA Nucleare vennero svolte dal RIS di Parma, mentre quelle sul Mitocondriale dall'università di Firenze, da una specialista in archeologia forense.

Ma occorre ripetere a gran voce un altro concetto importantissimo: non è stato trovato sia chiaro, ma anche se avessero isolato un DNA Mitocondriale estraneo ad Ignoto 1 e a Yara, mancherebbe il corrispettivo DNA Nucleare: in parole povere un Ignoto X (chiamatelo come vi pare) sugli slip e sui leggings non è mai stato trovato, e anche se fosse stato trovato non scagionerebbe Ignoto 1 il cui DNA è presente in ben 18 campioni situati accanto alle parti intime della vittima.

Per quanto riguarda i polimeri scaduti (e siamo praticamente alla fine), secondo cavallo di battaglia della difesa, sarò breve.
La difesa fece più volte notare che il RIS, durante l’estrazione del DNA di Ignoto 1, utilizzò anche polimeri scaduti. Nella sentenza viene menzionato anche questo aspetto e ora ve lo riassumerò. Polimeri scaduti possono anche essere utilizzati, però previa rivalidazione e questo non accadde. Insieme al fatto che per mesi cercarono la madre di Ignoto 1 con il DNA Mitocondriale di Yara, la difesa ha cercato di sollevare più di un dubbio sulla qualità delle analisi.
Occorre però anche ammettere che non tutti i polimeri erano scaduti, e che tutti, scaduti e non, diedero il medesimo risultato su Ignoto 1.
Gli esperti specificarono inoltre che un polimero scaduto impedisce la reazione e rende un profilo non leggibile, ma in nessun caso può dare un profilo diverso da quello reale.
Nelle interviste sentirete più e più volte i legali della difesa commentare sul fatto che il DNA rilevato potrebbe essere completamente differente e appartenere ad un'altra persona, ma un conto sono le interviste, altro sono le carte processuali.

Tutta quanta questa brutta storia vede un unico condannato al carcere a vita e, forse, vi sarete anche accorti che in tutto questo lungo scritto non l'ho mai nominato. Non l'ho fatto perché questa storia è intrisa di tanti piccoli particolari; dall'assenza di un alibi, che neppure la moglie riuscirà a fornirgli, al fatto che era presente in zona un ora prima della scomparsa della vittima. Ma soprattutto che, l'aver spento il cellulare, non lo posiziona in un luogo e un tempo differente da quello dell'omicidio.
Ci sono le fibre dei sedili del furgone che sono del tutto simili a quelle trovate sulla vittima, anche se non sono abbastanza univoche da appartenere a quell'unico furgone. Vi sono le tracce di residui di saldatura, presenti nell'abitacolo del furgone e sulle scarpe della vittima, e i filmati che lo individuano passare più e più volte dalla palestra.
Ci sono altri piccoli indizi, ma vi sono anche tanti dubbi perché viene descritto dai più come un ottimo padre di famiglia, un buon marito, un lavoratore onesto e fondamentalmente un uomo buono che non avrebbe mai e poi mai fatto del male a nessuno, tantomeno ad una sconosciuta ragazzina.
E' vero vi sono tanti dubbi, ma c'è anche una granitica certezza, ovvero una grande quantità di materiale biologico finito sulle mutandine di Yara, e quel materiale biologico appartiene a lui e solo a lui. Non è finito lì per il vento e non può neppure essere stato trasferito da una ipotetica lama sottrattagli, con cui in passato si sarebbe ferito (così disse).
Ampie tracce di DNA lo inchiodano ad un luogo, in una determinato giorno e ora, con intenti animus necandi, e chiamarlo per nome significherebbe almeno per me umanizzare "qualcuno" che di umano, in quella occasione, non è stato.

Tra non molto alla difesa verrà concesso di prelevare, dai campioni, altro materiale genetico e ripetere i test per il DNA; come se ce ne fosse ancora bisogno dopo tutte le analisi svolte, ma così è stato deciso e da una parte ne sono felice.
In attesa di una conferma, o di una improbabile smentita, che in ogni caso aggiungerò a questo scritto, vi lascio con una mia piccola richiesta personale.

Yara Gambirasio morì di notte, o poco prima delle prime luci dell'alba del giorno successivo alla sparizione.
Poco prima di morire, sembra in maniera del tutto involontaria, ebbe degli spasmi agonici violenti, e questo lo sappiamo perché la vita fa davvero di tutto per non abbandonare un corpo, ma anche perché l'ultima cosa che fece fu quella di afferrare, con la mano destra, un ciuffo d'erba e serrarlo fino a strapparlo.

Morì così, con quel ciuffo di erba tra le dita, ciuffo che dopo tre mesi stringeva ancora.

L'erba apparteneva al Sorghum halepense, detto anche Sorgo selvatico o Sorghetta.
Vi lascio la foto in modo che lo possiate riconoscere e pensare a Yara ogni volta che lo incontrerete sul vostro cammino.
Grazie.




Fonti

https://www.scienzecriminali.it/dna-nucleare-e-mitocondriale-la-prova-genetica-nellomicidio-yara-gambirasio/

https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1875176819300915

https://biosci-batzerlab.biology.lsu.edu/Publications/WALKER~3.PDF

https://www.annualreviews.org/doi/abs/10.1146/annurev.genom.4.070802.110352

sabato 3 aprile 2021

Hendra



Questo scritto dovrebbe avere un inizio e una fine, proprio come le cose che piacciono a me, ma già dalle prime battute qualcosa mi dice che non sarà così.

Se qualcuno mi chiedesse: tra i Virus qual è il tuo preferito? Risponderei senza esitazione che sono due: i Potyvirus e i Paramixovirus (che appartengono all'ordine dei Mononegavirus) e tra questi Hendra è di gran lunga il mio favorito.
Hendra è un Virus all'apparenza "un po' banale" se mi concedete il termine, infatti, ad oggi, ha causato la morte di sole 4 persone e 104 cavalli; e con tutto il rispetto per le vittime, sia quelle umane che quelle animali, se lo mettessimo sul piatto della bilancia insieme agli altri Virus ben più noti non ci sarebbe partita; Hendra perderebbe in partenza.
Eppure Hendra Virus è entrato a far parte della categoria C del Bioterrorism Agents/Diseases del CDC e figura tra quelli emergenti e che destano maggior preoccupazione.
Vediamo il perché.

Nel 2011 uscì un film, Contagion, che scosse gli animi del pubblico. Il virus protagonista era un Heniphavirus, anch'esso della famiglia dei Mononegavirus, in grado di scatenare una Pandemia infernale. Al regista chiesero "perché proprio quello?" con tanti virus tremendi e ben più famosi e la risposta fu "perché è un Virus che esiste, anche se è poco conosciuto, ed il suo nome è Nipah Virus."
Dovete sapere però che il NiV (Nipah Virus), che nella sua storia personale ha fatto di gran lunga molte più vittime, è il parente più prossimo ad Hendra Virus, ed è per questo che siete qui ora, perché c'é una storia da raccontare, una storia che mi è sempre stata a cuore e credetemi ne varrà la pena perché sarà una di quelle storie con una morale da tenere a mente e forse qualcosa su cui riflettere.

Sette casi

Primo caso: Tutto ebbe inizio nell'agosto del 1984 nei pressi di Mackay, una città del Queensland (Australia) bagnata ad Est dal Mar dei Coralli; mare dal quale approdò il famosissimo capitano James Cook nel lontano 1770.
Nella fattoria di Mark Preston, un giovane contadino di 35 anni, due cavalli si ammalarono di una malattia improvvisa e sconosciuta che ebbe un esito infausto.
Margaret Preston, la moglie del fattore, è un veterinario e fu essa stessa a prestare le prime, quanto inutili, cure e in seguito ad eseguire l'autopsia.
Solo che fare un autopsia ad un cavallo non è una cosa da poco, fu per quello che il marito ebbe la malaugurata idea di darle una mano.
Non avendo mai riscontrato una malattia dal decorso così rapido e dagli effetti così devastanti, decise di prelevare dei campioni dal tessuto della vittima e di conservarli: col senno di poi fu la decisione migliore che potesse prendere.
Lo fu perché da li a pochi giorni Mark iniziò a stare male. Emicrania, rigidità cervicale, poi sempre peggio fino a quando fu ricoverato e gli fu riscontrata una Meningite Asettica.
Le Meningiti colpiscono le Meningi (membrana che riveste il cervello e il midollo spinale) e possono avere svariate cause: virus, batteri, funghi, microrganismi, tumori e più di rado per reazioni iatrogene (ai farmaci) o reazioni autoimmuni.
Fu dimesso dopo un po' di tempo in buona salute, senza che i medici riuscissero a trovare una causa, e proseguì con la sua normale vita insieme alla moglie e ai suoi cavalli, circondati da immense piantagioni di canna da zucchero.

Secondo e terzo caso: Un mese dopo, nel settembre dello stesso anno ma a quasi 1000 km di distanza, si ammalò una cavalla gravida di nome Drama Series. Quando iniziò a stare male si trovava a riposo a qualche chilometro da Hendra, un piccolo sobborgo di Brisbane, nel Queensland.
Il proprietario decise di trasportarla immediatamente nel maneggio per farla visitare del veterinario.
La storia completa la potrete trovare in Spillover di David Quammen, mentre qui mi limiterò a raccontare solo i passaggi salienti.
I dubbi furono: avrà mangiato un erba velenosa, sarà stata morsa da un serpente?
Siccome inappetente e debole, a tratti letargica, l'allevatore decise di alimentarla a forza, con le proprie mani, ma con risultati alquanto deludenti.
Nel giro di un paio di giorni peggiorò, fuggì dal box, si ferì ripetutamente ansimando e scalciando e procurandosi ferite profonde, con la bava che le usciva dalla bocca e dalle narici. L'allevatore, non consapevole dei rischi a cui sarebbe andato incontro, cercò di liberarle le narici per non farla soffocare, ma fu tutto invano perché, quando arrivò il veterinario, la morte era già sopraggiunta.
Venne gettata nella fossa comune, quella in cui venivano portati i cavalli di Brisbane quando morivano, e non le venne fatta l'autopsia perché costosa e ritenuta non necessaria.
Tredici giorni dopo però i cavalli della scuderia iniziarono a loro volta a stare male. Febbre, difficoltà respiratorie, occhi arrossati, spasmi, difficoltà nei movimenti e perdita di muco dalla bocca e dalle narici.
Iniziarono a cadere "come birilli", così almeno e ciò che racconta Quammen.
Ne morirono 12, tra atroci spasmi. Uno di questi si suicidò lanciandosi ripetutamente contro un muro di cemento. Alcuni vennero abbattuti come ultimo atto misericordioso.
Un veterinario eseguì un autopsia su una delle vittime e riscontrò numerose emorragie interne; nessuno di loro aveva mai visto una cosa del genere.
Nel frattempo, il proprietario del maneggio e uno stalliere iniziarono a stare male. Il primo peggiorò rapidamente e dopo una settimana dal ricoverò morì. L'autopsia evidenziò due elementi importanti. Il primo fu la presenza di un nuovo e sconosciuto Virus, l'altro che i suoi polmoni erano letteralmente pieni di sangue e altri fluidi.
Lo stalliere invece ebbe una sorte migliore. Si curò da solo, superando quella che gli sembrò una brutta influenza e si rimise in sesto, anche se forse mai del tutto perché da quel giorno non fu più al 100%.
Da quel momento, ovviamente, iniziarono le autopsie ai cavalli, con teste e arti mozzati che riempivano il cortile del ranch. I protagonisti descrissero bidoni della spazzatura pieni di organi e sangue e viscere ovunque, ma nonostante tutti qui fluidi nessuno si ammalò. Neppure il veterinario che aveva prestato le prime cure si infettò, e lo stesso valse per il veterinario che eseguì la prima autopsia.
Esclusero gli Hantavirus e quello della Peste Africana e venne catalogato come un Paramyxovirus ma, differente da quelli conosciuti perché aveva una doppia corona di spicole.
Inizialmente fu classificato come una specie di Morbillovirus equino, ma alla fine realizzarono che era semplicemente un nuovo tipo di Virus e decisero di chiamarlo Hendra.
Questo secondo caso fece registrare la prima vittima umana ma, a distanza di un anno, il primo e ormai dimenticato caso tornò alla ribalta, perché Mark Preston, il protagonista della prima storia, iniziò a stare di nuovo male. Venne così ricoverato e scoprirono che era di nuovo Meningite. Morì 25 giorni dopo il ricovero e neppure questa volta i sanitari riuscirono a stabilire cosa gli avesse procurato la seconda e letale infezione. Però i campioni conservati dalla moglie, durante l'autopsia, urlarono la verità: il loro cavallo, o meglio i resti del loro cavallo, risultarono affetti da HeV (Hendra Virus).

A distanza di anni sappiamo che i Nipah Virus possono causare Encefaliti recidive che insorgono dopo mesi, fino a dieci anni dopo il primo contagio. Per Hendra non vi sono certezze ma solamente qualche controverso dubbio: e se il Virus fosse rimasto latente in Preston e dopo un anno, magari a causa di un deficit immunitario, avesse ripreso vigore?

Quarto caso: Nel Queensland settentrionale e più precisamente a Cairns, alla fine del 2004 un veterinario ventenne si espose al Virus durante le cure prestate ad un cavallo infetto. Eseguì egli stesso l'autopsia ed entrò in contatto con una grande quantità di fluidi corporei. Sette giorni dopo si ammalò di quella che sembrò una leggera influenza, ma alla fine le analisi riscontrano una sieroconversione all'HeV. Fortunatamente si riprese velocemente e il Virus non venne trovato in nessuna delle persone che ebbero a che fare con il cavallo.

Quinto e sesto caso: Nel luglio del 2008 un ospedale veterinario a Redlands, nei sobborghi di Brisbane, viene messo in quarantena dopo che quattro cavalli iniziarono a manifestare forti malesseri. Due membri dello staff, che si prendevano cura dei cavalli, svilupparono una malattia acuta simile all'influenza, la quale, in breve tempo, fu seguita da Encefalite. Nuovamente le analisi evidenziarono la presenza di HeV e dopo poco uno dei due purtroppo morì.

Settimo caso: Nell'agosto del 2009 a Cawarral, nel Queensland, un cavallo manifestò disagio, febbre e difficoltà respiratoria. Un veterinario di 55 anni eseguì un endoscopia nasale che evidenziò petecchie ed ecchimosi. Solo in seguito ad entrambi, medico e cavallo, venne riscontrata un infezione da HeV. Sviluppò inizialmente i sintomi influenzali, poi sopraggiunse un Encefalite e il ventunesimo giorno dall'esposizione morì.

Sette casi, quattro morti.

Di Hendra ora sappiamo che, come Nipah, è un Virus presente in numerosi pipistrelli pteropidi della frutta. E' una zoonosi che si trasmette da pipistrello ad animale, e più precisamente, per Hendra, da pipistrello Pteropus ad equino (in alcuni casi anche ai cani) e da equino ad essere umano. L'infezione nei pipistrelli sembra del tutto asintomatica, ma i cavalli che si nutrono della loro placenta che cade dagli alberi, o che vengono in contatto con fluidi corporei come urina, o si nutrono dei resti della frutta infettata dalla loro saliva, sviluppano una virosi multiorgano che può infettare gli esseri imani, con una conseguente infezione delle cellule Endoteliali, poi Vasculite, Polmonite e infine, nei casi più gravi, Encefalite e morte.




Di trasmissione diretta da pipistrello a uomo non se ne hanno tracce e neppure da uomo ad uomo, e i pochi cani che sono risultati positivi non sembrano in grado di infettare gli uomini.
Dal 2012 inoltre è disponibile un vaccino equino che è in grado di bloccare l'infezione, ed è stato somministrato, con successo, a più di 100.000 cavalli in soli due anni (dal 2012 al 2014 perché dati più aggiornati non sono riuscito a reperirli).
La grande novità è che un vaccino umano contro Nipah ed Hendra è in fase di sperimentazione e la valutazione clinica è estremamente promettente, tanto che appare efficace, nelle cavie, dopo soli sette giorni dall'immunizzazione.

Arrivati a questo punto vi starete chiedendo però: e quindi?
Sì perché come storia è piuttosto avvincente ma, stiamo comunque parlando di sole 4 vittime umane e 104 equine, e anche se il tasso di mortalità si aggira sul 60% tra gli umani e sul 75% circa tra i cavalli, stiamo parlando di sole 4 vittime umane in fin dei conti.
Avete ragione ma, ho ancora due cose da raccontare, quindi portate pazienza ancora un po'.

Nel libro Spillover, Quammen conclude il capitolo Hendra con l'incontro con una giovane veterinaria che aveva avuto un duplice ruolo con il Virus: quello di medico, ma anche di paziente.
Lei descrive con dovizia di particolari quel giorno.
Il cavallo, un castrone di dodici anni, aveva iniziato a stare male. Non era neppure un cavallo da corsa ma da compagnia, e dai sintomi sembrava una banale indigestione. Però nel giro di poche ore aveva iniziato a peggiorare e lei era corsa, in piena notte, alla piccola fattoria sita in Little Mulgrave, a una trentina di chilometri a sud di Cairns.
Il tempo di arrivare e trovò il cavallo in condizioni disperate; ansimava, aveva la febbre e non riusciva a rialzarsi. Uno starnuto le colpì le braccia e il muco era rosa a causa del sangue.
Nel giro di pochi minuti peggiorò ulteriormente e convinse i proprietari che non c'era più nulla da fare e che per il suo bene sarebbe stato opportuno sopprimerlo, ma non fece neppure in tempo a somministrargli l'iniezione letale che il cavallo era già morto.
Il tutto avvenne in un lasso di tempo brevissimo, a mezzanotte, sotto un acquazzone violento, con i fari della macchina ad illuminare. Il tutto fu talmente veloce che non fece in tempo ad indossare la mascherina e neppure i guanti. Si cambiò solo per l'autopsia, che fece sul momento, indossando tutte le precauzioni, precauzioni che adottò anche una volta terminata, disinfettandosi a dovere e lavandosi a lungo; ma non fu sufficiente.
Nove o dieci giorni dopo iniziò a stare male. Aveva forti mal di testa e i sintomi simili ad un forte raffreddore. Bronchite, dolori al petto, gola infiammata, tosse persistente, affaticamento muscolare e debolezza. Rimase assente dal lavoro per una settimana, poi, una volta ristabilitasi, riprese anche se a fatica.
Esami successivi evidenziarono che aveva sviluppato anticorpi specifici per HeV.
Era viva ma, proprio come accadde allo stalliere nel secondo caso descritto, l'infezione le aveva lasciato degli strascichi. Dolori frequenti alla testa, stanchezza, irascibilità, e una paura buia e profonda che il Virus si annidasse silente in lei, da qualche parte. Temeva che dopo un anno, come forse accadde per Hendra nel primo caso, oppure tra dieci come è accaduto per Nipah, gli sarebbe ritornato fuori e l'avrebbe ammazzata quel maledetto.
Raccontò a Quammen che periodicamente andava ai controlli degli specialisti e che gli esami del sangue a volte presentavano bizzarre fluttuazioni degli anticorpi, e avrebbe voluto essere tranquillizzata ma sapeva che nessuno al mondo lo avrebbe potuto fare.

Terminata l'autopsia si ricordò che chiese ai proprietari se c'erano volpi volanti nei paraggi, e ovviamente la risposta fu affermativa perché i pipistrelli erano ovunque.
Il problema fondamentale è che, anche se i pipistrelli a volte si spostano in zone abitate per cercare frutta, il più delle volte è l'uomo che si espande e si addentra dove loro hanno sempre vissuto indisturbati. Per millenni, decine di migliaia di anni, i pipistrelli hanno convissuto con gli animali autoctoni e la popolazione, trovando equilibri; poi ad un certo punto arrivò una nuova razza che iniziò a invadere spazi. Ma non li invase da solo, si portò appresso animali che fino ad allora non erano mai entrati in contatto con i pipistrelli Australiani, e uno di questi è proprio il cavallo.

Il fatto è che se ci concediamo millenni e lasciamo che equilibri si formino, con tutta probabilità anche gli esseri imani troveranno equilibri con i pipistrelli, ma nulla ci assicura che gli equilibri saranno a nostro favore.

Quello che non vi ho ancora detto, l'ho lasciato volutamente alla fine, è che Hendra è tornato.
C'è un appello datato 11 marzo del 2021 che avverte che è stato scovato un nuovo ceppo di Hendra, grazie ad un progetto di ricerca che si chiama Horses as Sentinels, ed esorta tutti gli allevatori di cavalli a vaccinare i loro capi.
E' stato trovato un cavallo deceduto, infettato da un ceppo mutato che è presente in una specie di volpe volante che, fino ad ora, si pensava non diffondesse il Virus.
Grazie ad un nuovo tipo di test hanno scoperto che alcuni test negativi del passato erano in realtà positivi ad un Virus mutato; mutato ma altrettanto letale.
Questo fatto amplia i confini in nuovi scenari di guerra, in luoghi che fino ad ora sembravano immuni al problema perché le volpi volanti dalla testa grigia (Pteropus poliocephalus Temminck) migrano in zone fino ad ora mai toccate dal Virus.

Se si da abbastanza tempo ad un Virus di mutare, troverà il modo di farlo, siatene certi.


Fonti

sabato 13 marzo 2021

Plasma iperimmune contro gli effetti di Sars CoV 2

 



Il Plasma iperimmune viene utilizzato da più di un secolo nel trattamento di malattie infettive, partendo dal presupposto che l’immunizzazione passiva può mettere in moto il sistema immunitario, quindi agevolarlo contro l’evolversi della malattia.
Nonostante la ricerca e il grande interesse verso questa terapia, il Plasma iperimmune ha dimostrato di avere una importante utilità nel solo trattamento della Febbre Emorragica Argentina (AHF) causata da un Arenavirus, lo Junin.

Nel tempo, studi non randomizzati hanno affermato la sua utilità nel contrastare la SARS, la MERS, l’influenza di tipo A (H1N1), l’influenza Aviaria H5N1 ed Ebola Virus, ma si tratta il più delle volte di valutazioni osservazionali: quando invece si procede con studi randomizzati e controllati, le terapie con Plasma iperimmune hanno purtroppo quasi sempre dimostrato la loro carenza. Fonte

Ad oggi, l’utilizzo di questa terapia contro la Covid-19 è disponibile ad uso emergenziale un po’ in tutto il mondo, e nello specifico, guardando al nostro paese, al solo uso compassionevole.
La difficoltà nel reperire plasma, adatto ad essere trasfuso, aggiunge paletti alla terapia. I donatori devono avere un età compresa tra i 18-65 anni, non devono avere patologie pregresse, epatiti, cardiopatie, neoplasie, né devono essere stati a loro volta trasfusi. Fonte

La stampa nazionale, soprattutto nel 2020, ha dato ampio risalto alla figura di De Donno, primario di pneumologia presso l’ospedale Carlo Poma di Mantova, scatenando fazioni in lotta che, ancora oggi, sono piuttosto attive e questo a discapito della ricerca scientifica e della corretta informazione.

In questa breve disamina cercherò di elencare i pro e i contro della terapia, senza avere la pretesa di mettere un punto su questa questione così annosa.

De Donno, insieme alla sua equipe, dopo parecchi mesi di narrazioni aneddotiche, pubblica l’8 Febbraio 2021 uno studio di coorte prospettica sul Plasma iperimmune: la rivista e la Mayo Clinic Proceedings di Elsevier.
L’obbiettivo e quello di valutare la sicurezza e l'efficacia della trasfusione di Plasma convalescente negli anziani (ospiti in una struttura di lunga degenza) affetti dalla Covid-19 da moderata a grave.
Per questo studio furono arruolati 22 pazienti. 15 ricevettero una unità di plasma, 6 ne ricevettero 2 unità e 1 ne ricevette 3. 23 su 30 unità avevano un titolo anticorpale neutralizzante uguale o maggiore di 1:160.
E’ giusto sottolineare che non furono registrate reazioni avverse durante e dopo la somministrazione e su 22 pazienti ne morirono 3.
Come gruppo di controllo fu valutato il decorso della malattia in 733 pazienti, ospiti di varie strutture sanitarie Lombarde. Sebbene avessero età e caratteristiche similari ai precedenti ne morirono 281; pertanto fu calcolato che il trattamento con il Plasma convalescente riduceva la mortalità del 65%.

Da questo studio nacquero titoloni sui quotidiani e relative battaglie sui social, che non fecero altro che indurre, tra i sostenitori della terapia, ancor più astio nei confronti della sanità.

Passiamo ad un'altra pubblicazione di poco successiva: il 18 Febbraio 2021 esce uno studio randomizzato del plasma convalescente sulla polmonite grave da Covid-19. La rivista che lo ospita è il New England Journal of Medicine.
I pazienti arruolati furono 333, di cui 228 assegnati a ricevere Plasma iperimmune (con titolo anticorpale da 1:800 a 1:3200) e 105 pazienti con placebo. La mortalità fu del 10,96% per il gruppo plasmatico e dell’11,43% nel gruppo di controllo. La differenza di rischio fu inferiore allo 0,46% e le conclusioni furono queste: non vennero osservate differenze significative tra i due gruppi; né per lo stato clinico, né per la mortalità.

Un analisi esplorativa su 4.330 pazienti non mostrò significatività statistica tra i pazienti che ricevettero Plasma convalescente con un alta percentuale di anticorpi, da quelli con percentuali basse o inferiori. Fonte

Un altro studio multi centro (2.807 strutture di assistenza negli Stati Uniti) ebbe come protagonisti 35.322 pazienti trattati con Plasma iperimmune, tra il 4 aprile e il 4 luglio 2020.
La mortalità in 7 giorni, nei pazienti trattati con Plasma ad alto titolo anticorpale, fu dell’8,7%. Nei pazienti trattati con titolo medio fu dell’11,6%, mentre 13,7% fu la mortalità dei pazienti trattati con titolo basso. A 30 giorni però il gap si ridusse, portando la mortalità a 29,1% nei trasfusi a basso titolo e a 24,7% in quelli ad alto titolo: così, anche in questo caso, nonostante non fosse uno studio randomizzato e controllato, la differenza non raggiunse una significatività statistica rilevante.
In un analisi post-hoc di un sottogruppo appartenente a questo studio, si scoprì che il Plasma aveva un effetto ancora più rimarcato se infuso entro i 3 giorni dalla diagnosi di Covid-19, portando però alla luce i limiti della terapia: occorrerebbe trattare i pazienti in tempi ristrettissimi; pazienti quasi sempre asintomatici o paucisintomatici che, solitamente, non accolgono di buon grado terapie preventive che necessitano di ricovero ospedaliero.

Sono pochi studi, come avrete avuto modo di leggere, ma rispecchiano lo stato in essere degli altri: quando i dati sono osservazionali o prospettici, soprattutto se su numeri molto piccoli, possono mostrare un quadro della situazione opposto ai dati raccolti in studi controllati e randomizzati.

Con i soli dati osservazionali può funzionare tutto (un po' come accade in vitro) e questo lo sappiamo bene: i prodotti omeopatici funzionano, l'oroscopo anche e stamina pure, ma ad un certo punto è essenziale procedere con i mezzi che la scienza ci fornisce per evitare Bias di conferma.

Sia chiaro, in emergenza vale “quasi tutto” e soprattutto non si ha il tempo di fare studi di un certo tipo; si punta a salvare il maggior numero di vite e, quando non ci sono alternative, le terapie ad uso compassionevole diventano necessarie.
Sarebbe bene però non enfatizzare risultati provvisori e sommari (questo dovrebbe valere in ogni occasione) per evitare di indurre false speranze nella popolazione; soprattutto perché possono trascendere in divisioni, lotte, schieramenti in fazioni, offese talvolta personali sulla gestione della crisi, che a tutto portano tranne che all’unico vero obiettivo; il bene primario dei pazienti.


Fonti




domenica 21 febbraio 2021

Nuocerò

 


Nel 2000, la FDA (Food and Drug Administration) pubblicò i dati su 1437 eventi avversi associati alla Tossina Botulinica di tipo A (BTA - Botox). 1031 di questi riguardavano l'uso cosmetico e 36 furono gli eventi avversi gravi (ricovero ospedaliero, disabilità, anomalie congenite e morte, anche se i 28 decessi avevano attinenza con i soli casi terapeutici).
995 furono gli eventi avversi non gravi: reazione nel sito di iniezione in 190, ptosi in 111 pazienti, debolezza muscolare in 51 pazienti e mal di testa in 46. Per 124 delle 995 relazioni venne segnalato più di un evento avverso.
Botox e Vaccini hanno in comune poco, anzi nulla, se non le siringhe con i quali vengono iniettati, ma il primo, al contrario dei Vaccini, non viene visto come una minaccia concreta alla propria salute.

In questo periodo di Pandemia abbiamo tutti quanti un attenzione maniacale rivolta all'efficacia dei Vaccini, o dei Farmaci per contrastare la Covid-19, ma alla fine, in chi ne ha timore, sono le sole reazioni avverse ad interessare.
Con il termine Reattogenicità, coniato dalla Food and Drug Administration, vengono indicate le reazioni avverse (attese e non) che si manifestano dopo l'inoculazione di un Vaccino. Le impressioni sono raccolte in un formato standard a scala, basato sulla valutazione personale e sull'entità della reazione.

0. Assenza del sintomo indicato
1. Lieve (consapevolezza di un sintomo ma facilmente tollerabile)
2. Moderato (disagio sufficiente a causare interferenze con le attività abituali)
3. Grave (invalidante con incapacità di svolgere le normali attività; come assenteismo - riposo a letto)
4. Pericolo di vita

Mi sono andato a rileggere i dati pubblicati sui primi cinque Vaccini anti Covid-19, approvati in Europa, UK ed Usa, proprio perché mi interessavano le reazioni avverse emerse nelle fasi di studio; e la mia attenzione dopo poco si è focalizzata non tanto sui soggetti Vaccinati, quanto su quelli dei gruppi di controllo.
Quindi ora mettetevi comodi se vi va, perché ne vedrete delle belle.
  • Vaccino Comirnaty - Pfizer/BioNTech - BNT162b2 mRNA
  • Vaccino Moderna - mRNA-1273
  • Vaccino Oxford/AstraZeneca - Vaxzevria - ChAdOx1
  • Vaccino Johnson & Johnson - Ad26.COV2.S
  • Vaccino Nuvaxovid - NVX-CoV2373
Comirnaty Pfizer/BioNTech ha un efficacia del 95% testata su 43.448 volontari dei 43.548 iniziali (21.720 con BNT162b2 e 21.728 con Placebo).
La Reattogenicità è stata maggiore nei riceventi del Vaccino, e tra questi i giovani hanno manifestato fastidi maggiori rispetto agli over 55; ma nessuno ha raggiunto il livello 4 (pericolo di vita).
Dolore, da lieve a moderato nel sito di iniezione (entro 7 giorni dall'inoculo) è stata la reazione più comune tra tutti i partecipanti; meno dell'1% li ha segnalati come di forte intensità.
Tra gli eventi sistemici i giovani hanno manifestato affaticamento e mal di testa nel 59% (prima dose) e 52% (seconda dose) mentre nel gruppo over 55 sono state rispettivamente 51% e 39%.
Il gruppo placebo, d'altro canto, qualche problema lo ha avuto pure lui, con l'affaticamento e mal di testa: 23% e 24% nei giovani e 17% e 14% negli altri.
La febbre, con temperatura superiore ai 38 °C, è comparsa solo nello 0,2% dei riceventi Vaccino e nello 0,1% dei riceventi Placebo.
La Linfoadenopatia (ingrossamento dei Linfonodi) è avvenuta nello 0,3% del gruppo Vaccino e nello 0,1% gruppo Placebo.
La paralisi di Bell su un lato del viso (paralisi facciale periferica acuta o paralisi) si è verificata raramente in meno di 1 persona su 1.000.
Con Comirnaty si sono verificate reazioni allergiche, incluso un numero molto limitato di casi di reazioni allergiche gravi (anafilassi)
Poi ci sono stati i decessi (attesi quando i gruppi sono formati da decine di migliaia di persone) ma in nessuno dei due gruppi sono stati correlati all'evento Vaccinale. 2 decessi nel gruppo Vaccino per Arteriosclerosi e Arresto Cardiaco. 4 nel gruppo Placebo, 2 per cause sconosciute, 1 per Ictus Emorragico e 1 per Infarto del Miocardio.


ModeRNA ha un efficacia del 94,1% testata su 30.400 volontari (15.200 con mRNA-1273 e 15.200 con Placebo).
La Reattogenicità è stata maggiore nei riceventi Vaccino. Nel sito di iniezione, fastidi leggeri e moderati  (Eritema, Indurimento e Sensibilità) sono stati segnalati nell'84,2% (prima dose) 88,6% (seconda dose), mentre nel gruppo Placebo nel 19,8% (prima dose) 18,8% (seconda dose).
Gli eventi sistemici sono stati più intensi nel gruppo Vaccino con 54,9% (prima dose) e 79,4% (seconda dose) mentre nel gruppo Placebo sono stati del 42,2% (prima dose) e 36,5% (seconda dose).
La frequenza degli eventi avversi, durante i 28 giorni successivi alla Vaccinazione, sono risultati simili in entrambi i gruppi. Difatti gli eventi di grado 3 sono stati dell'1,5% nel gruppo Vaccino e 1,3% Placebo. Quelli di media intensità sono stati 9,7% gruppo Vaccino e 9,0% Placebo. Mentre gli eventi gravi sono stati dello 0,6% in entrambi i gruppi: la paralisi di Bell si è verificata in 3 partecipanti nel gruppo Vaccino e in 1 nel gruppo Placebo.
Rossore, orticaria, eruzione cutanea al sito di iniezione si sono verificati in meno di 1 persona su 10. Il prurito al sito di iniezione si è verificato in meno di 1 persona su 100. Il gonfiore del viso, che può colpire le persone che hanno subito in passato iniezioni di cosmetici facciali, e la debolezza dei muscoli su un lato del viso (paralisi facciale periferica acuta o paralisi) si sono verificati raramente, in meno di 1 persona su 1000. Reazioni allergiche si sono verificate nelle persone che hanno ricevuto il vaccino, incluso un numero molto limitato di casi di reazioni allergiche gravi (anafilassi).
I decessi sono stati 2 per il gruppo Vaccino: un Arresto Cardiopolmonare e un Suicidio. Nel gruppo Placebo sono avvenuti 3 decessi: Perforazione Intraddominale, Arresto Cardiopolmonare e SIRS (Sindrome Infiammatoria Sistemica grave).

Vaxzevria Oxford/AstraZeneca ha un efficacia media del 70,4% (60,1% con due dosi standard - 90% con la prima dose dimezzata e la seconda standard). 70,4% è il dato che viene divulgato, ma siccome la vaccinazione avviene con le due dosi differenziate, ritengo più appropriato specificare che l'efficacia del vaccino sia più vicina al 90% invece che al 70,4%.
Premessa: siccome è uno studio estremamente complesso, oserei dire astruso (sembra si siano impegnati a complicare la vita dei revisori), eviterò di cercare di estrapolare il giusto numero dei partecipanti nei 4 studi.
Dicevamo quindi: quattro studi eseguiti in tre paesi: COV001 (fase 1/2 Regno Unito), COV002 (fase 2/3 Regno Unito), COV003 (fase 3 Brasile), COV005 (fase 1/2 Sudafrica). I primi tre sono stati svolti in cieco e solo l'ultimo in doppio cieco e i gruppi Placebo hanno ricevuto un Vaccino (MenACWY) al posto della soluzione salina (MenACWY Vaccine protegge da 4 ceppi di Batteri Meningococcici - A, C, W e Y).
In tutti e 4 gli studi il Vaccino ha avuto un buon profilo di sicurezza e la Reattogenicità e gli eventi avversi, o di grave entità, sono risultati del tutto bilanciati tra i gruppi Vaccino e Controllo (Placebo).
Gravi eventi avversi hanno interessato 168 persone (79 nel gruppo Vaccino e 89 nel gruppo Placebo). 175 sono stati gli eventi di altro tipo (84 Vaccino - 91 Placebo). 3 casi di eventi avversi sono stati correlati all'iniezione (Anemia Emolitica in Placebo, Mielite Trasversale in Vaccino, Febbre superiore a 40° risolta in due giorni nello studio in Africa; ma non è stato reso noto in che gruppo fosse).
Trombocitopenia (bassi livelli di piastrine nel sangue), vomito, diarrea, gonfiore e arrossamento al sito di iniezione si sono verificati in meno di 1 persona su 10 (siccome il dato sulla Trombocitopenia non mi tornava, pensavo fosse un refuso, ho scritto personalmente ad EMA che mi ha purtroppo confermato il dato).
Linfoadenopatia (ingrossamento dei linfonodi), diminuzione dell'appetito, vertigini, sonnolenza, sudorazione, dolore addominale (pancia), prurito ed eruzione cutanea si sono verificati in meno di 1 persona su 100. La trombosi (formazione di coaguli di sangue nei vasi sanguigni) in combinazione con la trombocitopenia si è verificata in meno di 1 persona su 10.000.
I decessi sono stati 4 (3 nel gruppo Placebo e 1 in Vaccino) e sono tutti estranei alla vaccinazione (Incidente stradale, Trauma da corpo contundente, Omicidio e Polmonite fungina.
I grafici non ci sono, solo tabelle (dal 10.1 in poi): Microsoft Word - Global Statistical Analysis Plan v1.2.docx (thelancet.com)

Johnson & Johnson monodose ha un efficacia media del 66,9% testata su 39.321 persone (19.630 con Ad26.COV2.S e 19.691 con placebo). L'efficacia nel prevenire le forme gravi da Covid-19 è risultata del 76,7%. La reattogenicità è stata maggiore nei riceventi vaccino da lieve a moderata e transitoria, mentre i gravi eventi avversi sono risultati omogenei tra i due gruppi.
Un solo caso di anafilassi (grave reazione allergica) è avvenuto nel gruppo vaccino.
Gli effetti più comini sono stati dolore al sito d'iniezione, ma di testa, spossatezza, dolori muscolari e nausea in più di una persona si dieci.
Tosse, dolori articolari, febbre, brividi, arrossamento e gonfiore al sito di iniezione si sono verificati in meno di 1 persona su 10. Starnuti, tremore, mal di gola, eruzione cutanea, sudorazione, debolezza muscolare, dolore alle braccia e alle gambe, mal di schiena, debolezza e sensazione di malessere generale si sono verificati in meno di 1 persona su 100.
Gli effetti indesiderati rari (che si sono verificati in meno di 1 persona su 1.000) sono ipersensibilità (allergia) e Rash pruriginoso. La trombosi (formazione di coaguli di sangue nei vasi sanguigni) in combinazione con trombocitopenia (bassi livelli di piastrine nel sangue) si è verificata in meno di 1 persona su 10.000.
I decessi sono stati 19: tre nel gruppo vaccino e 16 nel gruppo placebo; di questo secondo gruppo 5 decessi sono stati associati alla Covid-19.

Nuvaxovid é l'ultimo dei vaccini che ha ricevuto il benestare di EMA. Contiene una versione della proteina spike, che è stata prodotta in laboratorio. Al suo interno troviamo anche un adiuvante, sostanza che aiuta a rafforzare le risposte immunitarie al vaccino.
Il vaccino è stato autorizzato dai 18 anni in su e prevede due iniezioni a 30 giorni di distanza l'una dall'altra. Ha dimostrato una buona capacità di stimolare il sistema immunitario e fargli produrre Anticorpi e cellule T in grado di contrastare l'insorgenza dell'infezione.
Gli studi (due) hanno coinvolto 45.000 persone.
Il primo si è svolto in Messico e negli USA.
A 17.312 persone è stato inoculato il vaccino e a 8.140 il placebo. Nel primo gruppo, a distanza di 7 giorni dalla seconda dose, 14 persone hanno contratto l'infezione in maniera sintomatica. Nel gruppo di controllo  invece lo hanno contratto in 63, dimostrando un efficacia pari al 90,4%.
Il secondo studio è stato condotto nel Regno Unito.
A 7.020 persone è stato inoculato il vaccino e a 7.019 il placebo. Nel primo gruppo 10 persone hanno contratto il virus e nel gruppo di controllo lo hanno contratto in 96, dimostrando un efficacia pari al 89,7%.
Nel complesso entrambi gli studi hanno dimostrato un efficacia del 90% circa nei confronti del ceppo originale e della varianti Alpha e Beta: sulle varianti Delta e Omicron esistono ancora dati limitati, pertanto occorrerà aspettare valutazioni future.
Gli effetti indesiderati osservati con Nuvaxovid sono stati generalmente lievi o moderati in entrambi i gruppi di controllo e sono terminati entro un paio di giorni dalla vaccinazione. I più comuni erano debolezza o dolore al sito di iniezione, dolori muscolari, mal di testa, sensazione generale di malessere, dolori articolari e nausea o vomito.
Gli eventi avversi sistemici sono stati segnalati più frequentemente nel gruppo vaccinato rispetto al gruppo placebo, dopo sia la prima dose (45,7% vs 36,3%) che la seconda dose (64,0% vs 30,0%). Gli eventi avversi sono stati riportati più spesso nei più giovani rispetto ai più anziani e più spesso dopo la seconda dose rispetto alla prima.
Un evento avverso grave correlato (miocardite) è stato riportato in un vaccinato. Si è verificato 3 giorni dopo la seconda dose ed è stato considerato una condizione potenzialmente immuno-mediata; un comitato indipendente di monitoraggio della sicurezza ha ritenuto che l'evento più probabile fosse miocardite virale. Il partecipante ha avuto un recupero completo dopo 2 giorni di ricovero. Non sono stati segnalati episodi di anafilassi o Covid-19 potenziato associato al vaccino.
Nel gruppo ricevente vaccino è deceduto uomo di 53 anni in cui i sintomi della Covid-19 si sono sviluppati 7 giorni dopo la prima dose; è stato successivamente ricoverato in terapia intensiva per il trattamento dell'insufficienza respiratoria da polmonite da Covid-19 ed è morto 15 giorni dopo la somministrazione del vaccino. Un decesso è avvenuto nel gruppo placebo è si è verificato in un uomo di 61 anni che è stato ricoverato in ospedale 24 giorni dopo la prima dose; il partecipante è morto 4 settimane dopo per complicazioni da polmonite e sepsi Da Covid-19.

A questo punto abbiamo appreso che la percezione del rischio può essere differente dal rischio effettivo, che un farmaco per uso estetico ha controindicazioni ed effetti collaterali simili ai Vaccini, seppur tollerati di buon grado, e che la Reattogenicità avviene anche nei gruppi di controllo, anche se quasi sempre a livelli più bassi.

Ora è giunto quindi il momento di parlare di Effetto Nocebo.
Meno famoso del suo opposto, l'Effetto Placebo, vediamo cos'è e come si manifesta:
"Risposta patologica dell'organismo umano in alcuni soggetti particolarmente suggestionabili che, temendo l'insorgere di un sintomo, ne favoriscono la comparsa; tale effetto si osserva anche in seguito alla somministrazione di un farmaco che prevede effetti collaterali, pur trattandosi di un placebo. Prima persona singolare del futuro semplice del verbo latino nocēre." da Treccani.

Mentre l'effetto Placebo è parte integrante delle pratiche mediche, l'effetto Nocebo non è e non può essere usato nella pratica clinica. Indurre intenzionalmente risposte Nocebo è un reato, ed è contrario alle norme etiche di base della beneficenza e della non maleficenza.

Occorre distinguere l'Effetto Nocebo dalla Risposta Nocebo. "Il primo si riferisce al contesto psicosociale negativo che circonda il paziente, oltre che al trattamento e alle basi Neurobiologiche; il secondo si riferisce ai cambiamenti indotti dall'aspettativa nell'unità cervello-corpo del paziente. È chiaro che le aspettative negative che inducono una risposta Nocebo si verificano frequentemente senza alcuna somministrazione di sostanze inerti."

L'effetto Nocebo di un farmaco può essere indotto da un Consenso Informato, dalla lettura di un Bugiardino, da un esperienza negativa di un conoscente, o addirittura da un commento letto per caso su un social.

Un medico che, contro ogni evidenza scientifica, condanna i Vaccini sta fertilizzando un terreno adatto alla nascita di effetti nocivi.
Anche la metodica influenza la risposta del fisico; infatti un iniezione di norma spaventa molto di più di un medicinale ad uso orale. In un esperimento su farmaci TCA (Antidepressivi Triciclici) i volontari a cui sono stati somministrati Placebo, tramite iniezioni, hanno riportato maggiori fastidi rispetto a quelli con Placebo per bocca: Xerostomia ovvero secchezza delle fauci (19,2% vs. 6,4%), problemi di vista (6,9% vs. 1,2%); affaticamento (17,3% vs. 5,5%) e stitichezza (10,7% vs. 4,2%).
In uno studio randomizzato, in doppio cieco, sugli effetti dell'Aspirina per il trattamento dell'Angina Pectoris Instabile, la presenza sul consenso informato di possibili disturbi gastrointestinali, ne ha evidenziato un aumento di sei volte rispetto all'assenza. Fonte
Pensiamo alla Paralisi di Bell, indotta dall'effetto Nocebo nel paziente trattato con il Placebo di Moderna, le 3 paralisi avvenute con il Vaccino assumono connotati differenti.
L'affaticamento e il mal di testa che ha colpito il 23% e 24% dei giovani a cui è stato iniettato il Placebo Pfizer/BioNTech, di fatto quasi dimezza la percentuale del 59% nei riceventi Vaccino.

I Vaccini, anche se approvati per uso emergenziale, restano i farmaci più controllati e meglio tollerati dall'organismo. Gli effetti indesiderati sono transitori e di gran lunga inferiori alle patologie che i Virus possono indurre. Una parte degli effetti collaterali viene indotta dai nostri timori, che nella maggior parte dei casi sono del tutto irrazionali.


Fonti: