domenica 31 maggio 2020

Perché non eravamo pronti





David Quammen non ha certo bisogno di presentazioni.
Per il New Yorker ha scritto uno splendido articolo sul SARS CoV 2 datato 4 Maggio.
L'articolo completo lo potete trovare qui, mentre di seguito ho cercato di riportare le sole parti che mi hanno maggiormente colpito e fatto riflettere.

Colmo di ricordi, di domande e alla ricerca di risposte inizia l’articolo con un tuffo nel passato quando, nel 2006, in quelli che furono due giorni intensi di interviste (che poi riporterà nel suo libro Spillover) incontrò vari scienziati tra i quali Ali S. Khan (in foto nella copertina).
L’incontro ebbe luogo nel National Center for Zoonotic Vector Borne Enteric Diseases (NCZVED la cui pronuncia è "NC Zved" secondo Khan).
La sede del NCZVED è all’interno dell’ampio complesso del Centers for Disease Control and Prevention (CDC) sito in Clifton Road, sei miglia a nord-est del centro Atlanta.
Tra quelle mura parlò di virus come gli Ebola (eh già non ne esiste solo uno) e sul loro letale cugino Marburg, sul virus del Nilo occidentale nel Bronx e sul virus Sin Nombre in Arizona, del virus schiumoso Simian a Bali, che è trasportato dalle scimmie del tempio che corrono tra i turisti, e del Monkeypox, che ha raggiunto l'Illinois all’interno di giganteschi ratti gambiani (del Gambia) venduti come animali domestici (chiamateli serbatoi virali anche se sono ratti), sul virus Junin in Argentina e sul virus Machupo in Bolivia, sul virus Lassa in Africa occidentale, il virus Nipah in Malesia, il virus Hendra in Australia e la Rabbia che colpisce un po’ ovunque nel mondo.
Quammen sottolinea che questi Virus sono tutti zoonotici, cioè in grado di passare dagli animali alle persone.

“La maggior parte di loro, una volta entrati in un corpo umano, causa un vero e proprio caos.
Alcuni si trasmettono con facilità tra le persone, esplodendo in focolai locali che possono uccidere centinaia di individui."
"Sono nuovi alla scienza e al sistema immunitario umano; emergono imprevedibilmente e sono difficili da trattare e possono essere particolarmente pericolosi, come abbiamo imparato in questi mesi.”
Rammenta che Khan lo portò fuori a mangiare del sushi; ai tempi era un medico di formazione, un epidemiologo di carriera e un uomo di candida, irriverente giovialità.
Durante l’intervista Quammen gli chiese quale fosse il suo "Virus preferito" e la risposta lo sorprese perché fu SARS.
"Era il 2006 ed era da almeno 3 anni che non si parlava più di quel virus. Di lui sapevo solo che fu una brutta malattia virale che, nel 2003, uscì dalla Cina meridionale e uccise persone a Toronto, a Singapore e in alcune altre città. L'acronimo sta per "sindrome respiratoria acuta grave" e che è una brutta malattia che può portare a una polmonite letale.
Poco più di ottomila persone sono state infettate, di cui circa il dieci per cento è morto… Poi però l'epidemia si è conclusa.

“Perché SARS?”
“Perché fu così contagioso e così letale" rispose Khan. "E siamo stati molto fortunati a fermarlo. La SARS fu il proiettile che sibilò oltre l'orecchio dell'umanità.

"Ali Khan ora è un decano del College of Public Health presso la University of Nebraska Medical Center, a Omaha, cresciuto a Brooklyn, da genitori immigrati pakistani.
Ad Omaha arriva nel 2014 dopo aver lasciato la direzione dell'Ufficio di preparazione e risposta alla salute pubblica del CDC, che includeva la supervisione della scorta nazionale strategica di forniture mediche di emergenza ed era suo compito supervisionare circa ottocento dipendenti. Tra i suoi compiti c’era anche quello di contribuire, inoltre, a mettere insieme una strategia nazionale di biodiffusione contro le minacce pandemiche."

Anno 2020; durante l’intervista via Skype i due si rivedono dopo tempo, con qualche capello e pelo bianco in più.
A Khan chiede di Covid 19.

“Cosa è andato storto nel mondo e perché è andato tutto in modo così disastroso? Cosa ne è stato della preparazione alla sanità pubblica che aveva supervisionato al CDC? Perché la maggior parte dei paesi, e in particolare gli Stati Uniti, si sono ritrovati così impreparati? La colpa è imputabile ad una mancanza di informazioni scientifiche o ad una mancanza di denaro?”

“Si tratta di mancanza di immaginazione".

"In realtà gli avvertimenti ci sono stati", scrive Quammen. "Uno di questi fu proprio la malattia preferita di Khan; la SARS."
“Alla fine del 2002 una "polmonite atipica" di origine sconosciuta iniziò a diffondersi nella città di Guangzhou, vicino alla Cina meridionale, uno dei più grandi agglomerati urbani del pianeta.
Nel gennaio 2003, nel corpo di un corpulento mercante di frutti di mare in preda ad una crisi respiratoria, il virus raggiunse un ospedale di Guangzhou. In quell'ospedale, e poi in una struttura per patologie respiratorie nella quale fu trasferito, l'uomo tossì, ansimò, vomitò e sbuffò durante l'intubazione, infettando dozzine di operatori sanitari.
Diventò noto tra il personale medico di Guangzhou come il “re dei veleni”.
Col senno di poi gli scienziati gli hanno applicato un'etichetta diversa, definendolo un "super diffusore".
Un medico infetto, un nefrologo dell'ospedale, ha avuto sintomi simil-influenzali ma poi, sentendosi meglio, ha fatto un viaggio in autobus di tre ore fino ad Hong Kong per il matrimonio di suo nipote.
Nella stanza 911 del Metropole Hotel il medico si sentì male di nuovo, diffondendo la malattia lungo tutto il corridoio del nono piano. Nei giorni seguenti altri ospiti del nono piano volarono a casa a Singapore e Toronto, portando con sé la malattia.
Diverse settimane dopo l'Organizzazione mondiale della sanità la chiamò SARS”

Il Metropole Hotel, essendo diventato tristemente noto, fu in seguito ribattezzato ma Quammen non fa menzione del nuovo nome.


“Il 15 marzo l'OMS segnalò centocinquanta nuovi casi di SARS in tutto il mondo ma si profilavano due misteri; uno era urgente, l'altro inquietante.

Qual era la causa, forse un nuovo virus, e se sì di che tipo?
E da quale specie animale era venuto?

Il primo mistero fu presto risolto da un team guidato da Malik Peiris, un medico dello Sri Lanka che si è laureato in microbiologia a Oxford prima di andare all'Università di Hong Kong. Peiris era specializzato nell'influenza e sospettava che l'H5N1, un virus influenzale fastidioso negli uccelli e spesso letale nelle persone ma non contagioso, si sarebbe evoluto in una forma trasmissibile tra gli umani.
Il suo team riuscì ad isolare un nuovo Virus da due pazienti e scoprì che non era un Virus influenzale ma bensì un Coronavirus, che però non rientrava tra quelli noti. Ma la semplice presenza di questo nuovo Virus in due “SARS pazienti” non significava per forza di cose che fosse la causa della malattia. Quindi il team di Peiris dovette dimostrare, con test anticorpali, che poteva davvero essere l'agente SARS, e ulteriori lavori dimostrarono che avevano ragione.
Sebbene la tradizione precedente tendesse a nominare i nuovi Virus per associazione geografica - Ebola era un fiume, Marburg una città in Germania, Nipah un villaggio malese, Hendra un sobborgo australiano, prevalse una maggiore sensibilità alla stigmatizzazione. L'agente patogeno divenne noto come SARS CoV.
Recentemente il nome è stato rivisto in SARS CoV 1, in modo che l'agente di Covid 19 possa essere chiamato SARS CoV 2 e non virus di Wuhan.
SARS raggiunse Toronto il 23 febbraio 2003, trasportato da una donna di settantotto anni che, con suo marito, aveva trascorso due notti in un viaggio durante una vacanza di due settimane a Hong Kong. La coppia alloggiava al nono piano del Metropole Hotel.
La donna si ammalò, poi morì a casa il 5 marzo; casa frequentata dalla famiglia, incluso uno dei suoi figli che presto mostrò i medesimi sintomi.
Dopo una settimana di difficoltà respiratorie andò in un pronto soccorso e lì, senza isolamento, gli fu somministrato un farmaco attraverso un nebulizzatore che trasforma il liquido in nebbia.
“Ti aiuta ad aprire le vie respiratorie", mi disse Khan, uno strumento utile e sicuro per prevenire, diciamo, un attacco d'asma. Ma, con un Virus altamente contagioso, risulta poco saggio. “Quando espiri da questo, essenzialmente stai prendendo tutto il Virus che hai nei polmoni e lo stai spargendo di nuovo nell’aria; in quel caso nel pronto soccorso.
Altri due pazienti furono infettati, uno dei quali finì poco dopo in un unità di cura coronarica con un attacco di cuore. Lì alla fine infettò otto infermiere, un medico, altri tre pazienti, due impiegati, sua moglie e, tra gli altri, due tecnici.
Potresti chiamarlo un super spargitore. Una semplice visita del pronto soccorso ha portato a centoventotto casi tra le persone associate all'ospedale e diciassette di loro sono morti.
A Singapore, il primo caso di SARS fu una giovane donna che aveva soggiornato anch’essa al Metropole Hotel e che, il 1° marzo, aveva cercato aiuto, per via della febbre, tosse e polmonite, all'ospedale Tan Tock Seng; una delle strutture più grandi di Singapore. Ebbe visitatori e, quando molti di loro tornarono come pazienti, i medici sospettarono qualcosa di contagioso.
Un giorno, quattro infermiere dello stesso reparto della giovane donna si ammalarono, un'anomalia notata da Brenda Ang, un medico responsabile del controllo delle infezioni in quell'ospedale. "Quello è stato il momento decisivo per me", ha detto Ang, una donna minuscola e schietta, quando l'ho visitata in ospedale. "Tutto stava accelerando." È stato giovedì 12 marzo 2003, il giorno in cui l'OMS ha lanciato l’allarme globale su questa "polmonite atipica".
In quel periodo Ali Khan arrivò a Singapore, servendo come consulente dell'OMS (distaccato dal CDC) per aiutare a organizzare un'indagine e fornire una risposta. Si incontrava quotidianamente con Suok-Kai Chew, il principale epidemiologo del Ministero della Salute, e insieme ad altri sviluppò strategie e tattiche, ottenendo la cooperazione governativa attraverso una task force SARS.
La strategia di sanità pubblica fu l'isolamento e la quarantena. "Prima di questo focolaio, la quarantena e l'isolamento non erano spesso utilizzati per focolai di malattie infettive", mi disse Khan, almeno non nel recente passato. Durante le piaghe medievali in Europa, gli sfortunati infetti venivano talvolta inviati fuori dalle mura della città per morire o guarire; il porto mediterraneo di Ragusa (ora Dubrovnik) istituì un "trentino", una quarantena di trenta giorni per i viaggiatori che arrivano dalle zone di peste. Nell'America della fine del diciannovesimo e all'inizio del ventesimo secolo, durante i focolai di Vaiolo le vittime che mostravano il sintomi (specialmente se erano persone povere o di colore) potevano essere confinate nei campi di quarantena, circondate da alti recinti di filo spinato "Pesthouse" non tanto per curarli, quanto per la sicurezza del resto della popolazione.

“Pertanto la quarantena era un concetto andato in qualche modo fuori moda", mi disse seccamente Khan. Lui e Chew e i loro colleghi lo hanno rianimato ma in una versione più umana.

Il Tan Tock Seng iniziò a curare solo i pazienti con SARS, mentre gli altri malati furono condotti al General di Singapore. Ogni caso sospetto o probabile di SARS è finito in isolamento al TTS e la definizione di "sospetto o probabile" è stata ampliata oltre le linee guida dell'OMS per includere chiunque avesse la febbre o problemi respiratori. Tutti gli operatori sanitari si vestivano con dispositivi di protezione individuale, comprese le maschere N95, e dovevano autocontrollarsi per la febbre o altri sintomi ben tre volte al giorno. Il personale medico inoltre fu adibito a quell’unico istituto, per evitare di diffondere il Virus tra gli ospedali. Durante le procedure rischiose, come l'intubazione di un paziente, indossavano caschi respiratori che pompavano aria purificata.
Furono inoltre prese rigide misure per limitare la diffusione della malattia nella comunità. A partire dal 27 marzo le scuole chiusero e i corpi di coloro che morirono di SARS furono cremati entro ventiquattro ore. Nello stesso arco temporale gli investigatori rintracciarono i contatti stetti di ogni nuovo paziente SARS, confinandoli all'auto-quarantena obbligatoria.

“Ok, resta a casa. Stiamo installando a casa tua una telecamera e avrai a disposizione un telefono” mi disse Khan, raccontando le istruzioni. "Ti chiameremo senza preavviso e dovrai accendere la telecamera per dimostrarci di essere lì."

Nel frattempo più di ottocento persone erano già in quarantena e ai trasgressori veniva applicata una cavigliera elettronica come ai detenuti.
“La quarantena obbligatoria ha portato a sfide logistiche” mi disse Khan: "Nel momento in cui ti trattengono, loro ti posseggono, è così che noi diciamo. "Devono dare da mangiare a queste persone, fare attenzione alle loro cure sanitarie, assicurarsi che siano alloggiate e vestite. Chi si prende cura di loro? Chi paga per loro? E se è il ministero del governo che impone l'auto quarantena, se ne deve far carico esso stesso di tutto questo.
Al 24 aprile erano morte ventidue persone e a quel punto le pene per i trasgressori della quarantena si erano irrigidite: multe più severe, possibilità di prigione. Ai tassisti veniva misurata quotidianamente la temperatura. Sono stati tracciati anche tutti i passeggeri in partenza e in arrivo all'aeroporto di Changi, così come le persone che viaggiavano in autobus e con automobili private. Il 20 maggio, undici persone furono multate per trecento dollari ciascuna per aver sputato a terra.
Queste misure hanno funzionato. Il 13 luglio 2003 l'ultimo paziente con SARS uscì dal Tan Tock Seng e mise un punto a quella faccenda. Alcuni affermano, a torto, che la SARS si "spense", avendo ucciso solo settecentosettantaquattro persone in tutto il mondo, ma non fu così. Come Ali Khan mi disse, non si spense ma fu fermata.

"Cosa la preoccupa di più ora?" Ho chiesto a Brenda Ang, a Tan Tock Seng, sei anni dopo.
Rise frustrata "l’autocompiacimento" mi ha detto "e l'apatia."
Misure banali ma cruciali per il controllo delle infezioni, cioè l'assiduo lavaggio delle mani e la pulizia delle maniglie delle portiere con alcool vengono accantonate dopo una crisi. “Le persone diventano compiacenti. Pensano che non ci siano nuovi virus in giro."
E lezioni di più ampia portata, al di là del luogo dell'epidemia, oltre Singapore? "Non ha senso proteggere solamente il tuo stesso territorio", mi disse. "Le malattie infettive sono così globalizzate."
Ali Khan in seguito mi disse la stessa cosa: "Una malattia, a prescindere dal luogo in cui nasce, diventa una malattia di tutti".
Nel 2015 un Coronavirus nuovo arrivò, in Corea del Sud, nel corpo di un uomo di sessantotto anni che rientrava da affari nella penisola arabica. La sindrome respiratoria mediorientale (MERS) era stata riconosciuta tre anni prima e soprannominata influenza del cammello, perché i cammelli e dromedari sembrano essere il vettore in grado di trasmettere il Virus alle persone. Il MERS Virus proviene quasi certamente dai pipistrelli, forse il pipistrello tombale egiziano, ma probabilmente circola nei cammelli da almeno trent'anni. Potrebbe essersi diffuso nell'uomo prima del 2012 ma, in tal caso, quelle infezioni sono passate inosservate. Nessuno sa se l'uomo d'affari coreano sia stato infettato da un cammello durante le sue soste in Bahrein, Qatar, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, o se abbia rilevato la sua infezione da una persona, ma quel dubbio probabilmente non contò molto per i 186 sud coreani che furono da lui infettati, direttamente o indirettamente, e ancora meno per i trentotto morti.
Anche gli eventi di super diffusione influirono su quel focolaio, ma fu aggravato dagli aspetti del sistema sanitario della Corea del Sud. Poiché i cittadini ricevono cure mediche a basso costo attraverso un piano assicurativo nazionale, con poche restrizioni sull’ospedale in cui recarsi, le persone spesso scelgono alternative lontane perché meno costose. L'uomo d'affari visitò tre diversi ospedali dopo essersi sentito male e alla fine fu accolto da un quarto, a Seoul, dove gli fu diagnosticata la MERS. A quel momento aveva già infettato ventinove persone, di cui due diventarono esse stesse super spargitori, portando i casi a novantasette.
A volte c'erano quattro o più letti in una stanza d'ospedale e ai pazienti era permesso ricevere visite, il che contribuiva alla diffusione, così come una scarsa ventilazione, uno scarso controllo delle infezioni, senza criteri restrettivi per la quarantena che avvantaggiarono i contatti casuali.
"Hanno scoperto, a quel punto, cosa succede quando un Coronavirus causa infezioni nel settore sanitario di una comunità, saltando da un ospedale all'altro", mi disse Khan.
Il MERS in Corea del Sud è diventato un esempio da manuale di errori che hanno portato alla "diffusione nosocomiale", quello è il termine per le infezioni acquisite nel settore sanitario. Quando Covid 19 arrivò da loro, disse Khan, "Agirono tempestivamente, perché immagino che  la ferita del passato fosse ancora aperta".
SARS toccò gli Stati Uniti in maniera marginale, producendo ventisette casi probabili e nessun decesso, e ciò accadde molto probabilmente per motivi di mera fortuna. MERS sembrò ancora meno degno di nota: due casi nel 2014, entrambi in operatori sanitari di ritorno da soggiorni in Arabia Saudita, che non indusse nessuna diffusione secondaria.

Il CDC lo notò, ma quasi nessuno altro lo fece.

Altri avvertimenti arrivarono ​​dagli scienziati. In una serie di oscuri ma importanti articoli pubblicati negli ultimi quindici anni, la maggior parte con la parola "pipistrello" nel titolo e spesso con il nome Zheng-Li Shi nell'elenco degli autori, i ricercatori chiarirono le connessioni tra coronavirus, pipistrelli e persone.
Zheng-Li Shi è una virologa di cinquant'anni, ha studiato a Wuhan e in Francia e gestisce un laboratorio presso l'Istituto di virologia di Wuhan. Ha fatto la sua prima spedizione a caccia di pipistrelli nelle grotte cinesi nel 2004 e, un anno dopo, ha guidato un gruppo di ricercatori che hanno dimostrato che la SARS Virus, scoperto da Peiris, è la causa della sindrome che colpisce le persone, e arrivò all'uomo tramite i pipistrelli.
Prima di allora c'era stato un falso indizio che puntava verso il Civet di Palma Mascherato (Zibetto delle palme) un carnivoro selvaggio che assomiglia grosso modo a un tasso, apprezzato nel commercio degli animali selvatici ad uso alimentare; migliaia di zibetti tenuti prigionieri sono stati prontamente macellati. Successivamente dati più accurati sono arrivati ​​dal gruppo di Shi.
Nel 2013 ha co-scritto un articolo che getta luce su come alcuni Coronavirus trasmessi da alcuni pipistrelli, ma non da tutti, riescano ad infettare gli umani. Le loro proteine ​​Spike (le proiezioni spinose che conferiscono a ciascuna particella virale il suo aspetto simile a una corona) si legano bene non solo ai recettori insiti sulle cellule di pipistrello, ma pure su alcune cellule del tratto respiratorio umano. È una specie di chiave che si inserisce nella serratura; noti come ace-2 recettori, consentono la penetrazione virale della cellula. Una volta dentro, il genoma virale assume il controllo cellulare per fare copie di se stesso e a quel punto l'infezione decolla.
In quel periodo Shi e il suo gruppo iniziarono a concentrarsi su una grotta alla periferia di Kunming, la capitale della provincia dello Yunnan, in una zona famosa per le sue pittoresche formazioni carsiche. Campionando i fluidi corporei dai pipistrelli, che utilizzavano la grotta come posatoio, i ricercatori scoprirono una grande varietà di Coronavirus, inclusi tre che avevano le caratteristiche giuste; proteine ​​appuntite in grado di catturare i recettori ace-2 per infettare l'uomo.
Quella ricerca avvertì, in un documento del 2017 "la necessità di prepararsi per una futura ricomparsa della SARS."
Trovarono un ceppo di coronavirus in un pipistrello a ferro di cavallo, che in seguito venne etichettato RaTG13 (non un acronimo ma un codice di convenienza). Vale la pena dare un'occhiata a quell'etichetta sgraziata, perché RaTG13 è il parente più stretto che conosciamo a ciò che ora chiamiamo SARS CoV 2, con una somiglianza del genoma del 96,2% che, come dicono gli esperti, lo rende un cugino di primo grado.
Uno dei coautori di Shi, per quell'articolo, era un suo collaboratore di lunga data di nome Peter Daszak, che è il presidente di EcoHealth Alliance, un gruppo scientifico senza scopo di lucro con sede a New York, dedito alla conservazione biologica e alla prevenzione delle pandemie. Daszak elogia Shi per la sua instancabile diligenza scientifica, la solidità del suo lavoro di laboratorio e per altre innumerevoli qualità. "Sono stato in campo con lei, ho fatto karaoke con lei", mi ha detto. "È la cantante numero 1 al Wuhan Institute of Virology."
Shi e Daszak e i loro colleghi non solo avvertirono il mondo, tre anni fa, che la comparsa di una nuova SARS era possibile, ma mostrarono al ma mondo, attraverso una lente di ingrandimento, una variante stretta del Virus che avrebbe poi causato la pandemia di Covid 19.

(Di recente sono state sollevate domande sul Washington Post sulla possibilità che un Virus, cresciuto nel laboratorio di Shi, possa essere sfuggito al contenimento, seminando l'epidemia di Wuhan, ma finora non c’è alcuna prova scientifica a conferma di questo.) Inoltre, hanno aggiunto, non era solo uno il Virus a cui dovevamo stare attenti, poiché vari Virus simili alla SARS, e quindi in grado di utilizzare gli ace-2 recettori "circolano ancora tra i pipistrelli in questa regione".
Il nuovo Virus si è fatto strada gradualmente negli umani lo scorso dicembre, a Wuhan, e a gennaio diversi laboratori cinesi, tra cui lo Shi, hanno sequenziato parzialmente i genomi di diversi campioni di pazienti, inclusi cinque genomi completi. Shi e i suoi colleghi hanno annunciato il 23 gennaio che il Virus trovato in quei cinque pazienti era identico al 96,2% con il Coronavirus di pipistrello con cui avevano dato l’allarme tre anni prima.
A quel tempo, il virus circolava a Wuhan da almeno sette settimane e tre conseguenti idee sbagliate si erano propagate, grazie non solo ai leader politici ma anche dai funzionari dell'ospedale e dalla versione cinese del CDC: che l'epidemia era iniziata nell'Huanan Mercato all'ingrosso di frutti di mare che, notoriamente, vendeva molti più pesci che pipistrelli; che il virus non era pericoloso e che non poteva trasmettersi da persona a persona.
Sul secondo e terzo punto c'erano disaccordi tra i medici che trattavano pazienti, come Zhang Li, all'Ospedale Jinyintan di Wuhan, che dichiarò al Wall Street Journal alla fine di febbraio: "Ero in allerta perché questa era una nuova polmonite e perché avevo affrontato la SARS".
L'idea sbagliata che il mercato fosse l'origine dell'epidemia fu implicitamente contraddetta da un articolo scientifico, pubblicato alla fine di gennaio, da un gruppo di medici di Wuhan e Pechino, che descrissero le caratteristiche cliniche dei primi quarantuno pazienti. Ventisette di loro, secondo il giornale, si erano contagiati nel mercato Huanan, ma poiché è improbabile che una singolo pipistrello a ferro di cavallo riesca ad infettare ventisette persone, anche se lo porzionassero in antipasti; e dato che secondo alcune fonti i pipistrelli non erano nemmeno in vendita in quel momento, alcuni scienziati hanno ipotizzato che doveva esistere un animale ospite intermedio; un serpente, un pangolino, uno zibetto di palma? Insomma qualcosa in cui il Virus si era amplificato prima che quella creatura più grande fosse venduta o macellata.
Le prove molecolari per i serpenti risultarono deboli, i pangolini sono una storia complicata e questa volta gli zibetti non erano implicati. Un medico e studioso americano di nome Daniel R. Lucey (che aveva anche lavorato al caso durante la pandemia di SARS, a Guangzhou, Hong Kong e Toronto) si pose delle domande sugli altri quattordici primi pazienti. Aveva notato che il primo di loro, ammalato il 1° dicembre, non ebbe contatti diretti o secondari con il mercato. Ciò significava, dato il periodo di incubazione, che il virus doveva circolare a Wuhan, all’esterno del mercato, almeno da novembre. Tutto ciò non entra in conflitto con la probabilità che il virus abbia origine in un pipistrello, ma suggerisce che forse il Virus entrò nel mercato di Huanan, oltre che ad uscirne, in serbatoi umani.
SARS CoV 2 è un Virus subdolo.

Singapore, con la SARS ancora vivida nella memoria, ha reagito rapidamente e con fermezza al Covid 19, chiudendo il confine ai non residenti, sfruttando gli ospedali di isolamento e le camere a pressione negativa costruite dal 2003, testando abbondantemente, rintracciando i contatti e consegnandoli alla quarantena domestica, sfruttando al meglio l'unione nella leadership politica e sanitaria per produrre messaggi lucidi, onesti e coerenti. Nonostante tutto, il paese non è stato bloccato fino all'inizio di aprile, quando i numeri si sono impennati bruscamente e una seconda ondata ha colpito.
Allo stesso modo la Corea del Sud ha utilizzato test approfonditi, isolamento e quarantene per mantenere basso il suo carico di lavoro. Sebbene la capitale, Seoul, sia a meno di tre ore di volo da Wuhan, la Corea del Sud ha avuto meno casi e morti rispetto alla Svezia o al Perù, anche se è ovvio, ciò potrebbe cambiare rapidamente in futuro.
"La Corea del Sud è un buon esempio per noi da guardare", mi ha detto Khan. Il primo caso sud coreano è stato confermato il 20 gennaio, lo stesso giorno del primo caso statunitense confermato. 
"Hanno adottato un approccio molto diverso e tutto ciò che dovevamo fare era guardare a quello che stavano facendo e dire: 
"Faremo la stessa cosa". Ma non l'abbiamo fatto. "La prima sequenza genomica del Virus estratta da un essere umano è stata divulgata, dalla Cina, il 10 gennaio. I funzionari sud coreani, dopo aver confermato il loro caso iniziale, si sono incontrati prontamente con le aziende di forniture mediche e li hanno esortati a sviluppare kit di test per avviarne la produzione di massa. Gli scienziati negli Stati Uniti hanno presto avuto i loro campioni sequenziati, ma il tempo è passato senza un azione significativa. "Ogni giorno dopo il 22 gennaio è stato un giorno sprecato dal governo degli Stati Uniti", mi ha detto Khan. Avremmo potuto chiamare Becton Dickinson (una gigantesca società di tecnologia medica) e dire ai suoi leader che volevamo capacità di test a livello nazionale entro il lunedì successivo. Non è stato fatto. Perché?
Per mancanza di immaginazione.

Gli scienziati avrebbero potuto descrivere i rischi, i funzionari della sanità pubblica tracciare una risposta, ma i burocrati delle agenzie e la leadership nazionale non sono riusciti a capire quanto potesse diventare grave l'epidemia.
Il 30 marzo Donald Trump disse: "Nessuno ne aveva un idea."
Il primo caso americano noto riguardò un uomo di trentacinque anni che aveva visitato parenti a Wuhan prima di tornare nella zona di Seattle il 15 gennaio. (Ultimamente, è arrivata la notizia di altri due primi casi, nella Contea di Santa Clara, in California, che suggeriscono che il Virus potrebbe essere stato presente negli Stati Uniti prima del 15 gennaio; entrambi i pazienti sono deceduti a febbraio ma, la loro positività al Covid è stata rilevata solo dalle indagini autoptiche di fine aprile.) L'uomo di Seattle si presentò in una clinica il ​​19 gennaio lamentando tosse e febbre persistenti. La sua tosse rispecchiava la SARS, che è il mezzo più favorevole per un virus come Cov 2 di propagarsi, e quindi, per almeno quattro giorni, si presume che abbia potuto trasmettere l'infezione ad altri nella contea di Snohomish, adiacente a Seattle, e forse anche sull'aereo (se contagioso pur essendo ancora asintomatico).
Alla clinica il racconto del viaggio suscitò preoccupazione, un medico informò il personale del dipartimento sanitario statale, che a sua volta informò il Centro operativo di emergenza del CDC.
Prelevate dei campioni e noi li analizzeremo, rispose il CDC, così all'uomo furono prelevati campioni di sangue e gli fu fatto il tampone, ma poi lo dimisero.
Il giorno successivo, quando i risultati dei test furono positivi, fu richiamato e ricoverato in un ospedale per poi essere collocato in un'unità di isolamento.
La risposta disastrosamente tardiva, inadeguata, confusa e (opinione di molti cittadini) disorientante del governo federale a Covid 19, sia prima che dopo il primo caso, è la causa di più fattori, troppi per essere qui elencati, ma ne citerò due:
L’incapacità di cogliere i segnali forniti da SARS e MERS, entrambi provocati da Coronavirus e l’inabilità negli ultimi anni, ai più alti livelli governativi, di comprendere la gravità e l'immediatezza delle minacce pandemiche. Il risultato di quei fallimenti è ciò che Ali Khan intende per "mancanza di immaginazione."
Beth Cameron, ex capo del Directorate for Global Health Security and Biodefense del National Security Council, la definisce l'assenza del “rilevatore di fumo".
Quelli al potere, incaricati di "tenere d'occhio le emergenze" devono annusare il fumo e soffocare il fuoco mentre è ancora debole, mi ha detto Cameron. “Non riuscirai a impedire che si verifichino focolai ma, puoi impedire che si trasformino in epidemie o pandemie."
Ha guidato la direzione dalla sua istituzione a seguito dell'epidemia di Ebola del 2014 in Africa occidentale, fino a marzo 2017. L’organismo sopravvisse sotto il suo successore per poco più di un anno e poi, dopo che John Bolton divenne consigliere per la sicurezza nazionale, fu sciolto; e un rilevatore di fumo non funziona quando la batteria è stata rimossa.
Dennis Carroll, un ex ricercatore di virologia, guidò per quasi quindici anni, un'unità di minacce pandemiche presso l'agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale. Nel 2009 creò un grande programma che chiamò PREDICT, distribuendo fondi per circa duecento milioni di dollari in sovvenzioni per sostenere la scoperta di nuovi Virus, potenzialmente pericolosi, prima che si trasmettessero agli umani. Quel programma sta giungendo al termine a causa "dell'ascesa di burocrati avversi al rischio", ha detto al Times lo scorso ottobre. Ha citato la decisione della Casa Bianca di chiudere il NSC, e ha affermato che sia il Congresso che le Amministrazioni di George W. Bush e Barack Obama sono stati "di grandissimo supporto", ma poi sono arrivati ​​gli attuali gelidi venti.
Gli Stati Uniti non sono però i soli. "La comunità globale fa davvero fatica ad investire in quello che si può considerare solo "possibile", mi ha detto Carroll di recente. Spendere denaro è considerato una forma di spreco, specialmente se si tratta di denaro pubblico, anche se lo si sta spendendo per assicurarsi contro un rischio maggiore.
E’ chiaro che se spendi un miliardo di dollari, o dieci miliardi, sono briciole se messe a confronto con quanto ci sta costando Covid 19, ma se la pandemia non si verifica durante il tuo mandato la minaccia diventa inconsistente, mi disse Carroll.
Quando compare una SARS, quando si verifica una pandemia di influenza suina, quando si verifica un'epidemia di Ebola i leader politici e i donatori privati ​​reagiscono con estrema generosità; ma quando la crisi finisce, mi disse, "vediamo un tracollo totale in questo tipo di investimenti".
I proprietari di case acquistano un'assicurazione contro gli incendi, i governi acquistano in grandi quantità armamenti sperando che non vengano usati, ma c'è riluttanza a investire seriamente nella preparazione contro le pandemie.

"È un disturbo da deficit di attenzione su scala globale".

Alla fine di " The Next Pandemic", Ali Khan offre un'altra metafora: "È giunto il momento per noi di smetterla di vedere la salute pubblica come l'ascia nella vetrina antincendio: "in caso di emergenza rompere il vetro“. Abbiamo bisogno di investimenti in misure preventive, ha scritto, per rendere le nostre comunità più resistenti ad un simile incubo, e questo significa tracciamento virale sul campo, monitoraggio vigile per gli spillover, sistemi per produrre test diagnostici veloci e in grande abbondanza, migliorare la capacità di risposta degli ospedali, catene di approvvigionamento intelligenti per DPI e ventilatori e piani coordinati per spostarli da una giurisdizione all'altra. Occorre una pianificazione coordinata tra città, stati, province, nazioni e agenzie internazionali per aiutare a contenere il disastro infettivo, una educazione civica per il distanziamento sociale e il monitoraggio della quarantena, una migliore leadership nella sanità pubblica e cicli di finanziamento affidabili: e, soprattutto, la volontà politica di investire anche rischiando, per una preparazione che potrebbe anche non servire.

Forse avremo tutto quello che ci occorre per la prossima pandemia, ma per questa è purtroppo troppo tardi. "Di solito, il mio ruolo personale è di rispondere a questi focolai all'estero", mi ha detto Khan l'ultima volta che abbiamo Skyped.
Tali missioni hanno segnato la sua carriera in CDC e in quella successiva. Ma stavolta non ha dovuto viaggiare. "Il lavoro qui in America mi è bastato", ha detto. Probabilmente passa le sue giornate a prendere decisioni sulle lezioni d'autunno o sulle carenze di bilancio presso il College of Public Health, lavorando per spostare riunioni online, consultando i funzionari statali o locali sulle misure di sanità pubblica, o con le società private per proteggere i propri dipendenti e clienti.
Quando cinquantasette americani furono evacuati da Wuhan, all'inizio di febbraio, sbarcarono all'aeroporto di Omaha. Khan aiutò a organizzare la loro quarantena a Camp Ashland, una base della Guardia Nazionale lungo il fiume Platte.
Fa interviste con i media, sovrintende alla facoltà che distribuisce squadre di studenti per la ricerca dei contatti in Nebraska e Iowa, fornisce consulenza sui miglioramenti degli impianti di confezionamento della carne e fa parte del comitato direttivo della Global Outbreak Alert and Response Network (rete di allarme e risposta alle epidemie) che è una rete di esperti che lavorano nell'ambito del OMS per studiare, anticipare e rispondere agli eventi della malattia. Come la maggior parte di noi ora, trascorre gran parte del suo tempo su Skype, Zoom e al telefono, ma per lui la sostanza delle discussioni si estende alla ricerca di studi farmacologici, alla risposta immunitaria, alle ultime novità nella modellizzazione delle malattie e al modo migliore per decontaminare le mascherine N95.

Il numero di casi in Nebraska sta aumentando, da un paziente confermato il 6 marzo, si è arrivati a migliaia.
Restano bassi i decessi se confrontati con il resto del paese ma è basso anche il numero dei test in proporzione, quindi il numero reale di Nebraskan infetti è sconosciuto. Il governatore Pete Ricketts ha chiuso le scuole, ha proibito le riunioni con più di dieci persone e in alcune contee e ha dichiarato lo stato di emergenza ma, si è rifiutato di imporre il Lockdown.
Omaha è il capoluogo della contea di Douglas County, ed è il più popoloso dello stato e il suo aeroporto è il più trafficato ed è per questo che è stato quello maggiormente colpito. E così, mentre Ali Khan siede nel suo ufficio, tra immagini e ricordi di una vita in prima linea contro le malattie infettive, stavolta è la pandemia che sta arrivando a lui."
Fonte: New Yorker

C'è un articolo che consiglio caldamente perché Quammen lo scrisse nel 2007 per il National Geographic.
Si potrebbe definire profetico. Zoonotic Disease

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