sabato 28 marzo 2020

Latte amaro

Photograph: Caitlin O’Hara/The Guardian 



La protagonista di questa macabra storia è la Central Valley della California.
Quel signore che vedete nella foto si chiama Dennis Arp e, come avrete certamente intuito, la sua professione è quella di apicoltore.
Di lui parleremo più avanti perché, prima dei co protagonisti, è doveroso descrivere la scena del crimine; perché signori, che sia chiaro fin dall'inizio, di delitto parleremo.
Anzi se vogliamo dirla tutta, qualunque cosa sia successa in quella gentil crudele striscia di terra, non è la prima volta che accade perché uno scenario del tutto simile si presentò anche a cavallo del 2006 - 2007.
Undici anni dopo tra il 2018 e il 19 e nel medesimo periodo, cioè quello invernale, si calcola che siano morte 50 miliardi di api, cioè più di 1/3 delle api commerciali Americane: quel numero equivale a più di sette volte la popolazione umana.

Prima di analizzare le cause nel dettaglio credo sia doveroso fornire qualche informazione in più sul luogo.

La Central Valley è una enorme striscia di pianura fertile, larga da 60 a 100 km e lunga più di 700. Ha una dimensione di circa 47.000 Km2 ed è una delle regioni agricole più produttive al mondo.
Le coltivazioni sono molteplici, superano abbondantemente le 200 diverse colture e spaziano dal broccolo al pomodoro, dalla lattuga alla noce, dal pistacchio alla fragola, dalle mele all'uva e, ovviamente, non possiamo dimenticarci delle mandorle, le protagoniste di questa nostra triste storia.


Proprio da queste ultime nascono una serie di articoli che fanno tutti capo ad un ben più lungo e complesso articolo di The Guardian.
Il titolo è: Like sending bees to war: the deadly truth behind your almond milk obsession. (E' come inviare le api in guerra. La verità mortale dietro la vostra ossessione per il latte di mandorla).

Fare un sunto non è facile ma cercherò di essere il più sintetico possibile, senza dimenticare i passaggi fondamentali.

La Central Valley della California ospita l'80% dell'approvvigionamento mondiale di mandorle. Nel 2000 i frutteti di mandorle occupavano 500.000 acri e in 18 anni sono più che raddoppiati per la sempre maggiore richiesta di "latte di mandorla"; uno dei sostituti preferiti al latte di vacca.
Il nome è tra virgolette perché in realtà è illegale chiamarlo latte; il nome corretto è bevanda al gusto di mandorle, oppure succo di mandorle.
Per quel tipo di coltivazione è necessario l'uso di impollinatori efficienti, pertanto l'unica soluzione per i coltivatori è quella di affittare un gran numero di colonie di api da miele (apis mellifera) allogene non solo per la California, ma di tutto il nuovo mondo.
L'articolo descrive la zona come una zuppa di sostanze tossiche, un vero campo di battaglia, reso ancora più nocivo dalla siccità indotta dai cambiamenti climatici e dall'uso abbondante di acqua in agricoltura.
Le api in tutto questo inferno vengono letteralmente mandate a morire.
Ogni apicoltore riceve a stagione 200 dollari ad alveare, che corrispondono al 50% circa del guadagno complessivo. Questa somma di denaro andrà poi aggiunta a quella del venduto di miele, ovviamente.
Arp, l'apicoltore nella foto, lo scorso anno ha messo a disposizione 1500 alveari e la perdita ammonterebbe a circa il 30%.
Questo dato rispecchia l'andamento nazionale, considerato ormai dagli apicoltori "un prezzo necessario per mantenere il proprio business".
Di diverso parere sono gli entomologi, gli ambientalisti e gli allevatori biologici che lo ritengono un prezzo troppo alto da presentare alla natura, e accusano gli apicoltori di pensare al mero guadagno, senza tenere in considerazione la salute delle proprie api.
Riassunto finito, ma ora è necessario analizzare più a fondo la situazione non vi pare?

I mandorleti hanno bisogno di un gran numero di impollinatori per essere efficienti, infatti se prendiamo come esempio le mele, seconde alle sole mandorle come importanza nella valle, necessitano di 1/10 delle api per l'impollinazione.
Le api utilizzate appartengono alla specie Apis Mellifera e sono originarie del vecchio mondo. Quelle autoctone, le api selvatiche Americane, hanno dei limiti insormontabili che le rendono inadatte allo scopo. Contribuiscono ovviamente, ma la mancanza di gestione le rende a tutti gli effetti inaffidabili.
Nessuna specie di ape selvatica può competere con la maestria delle api mellifere. I bombi ad esempio, ottimi ed infaticabili impollinatori, danno il loro meglio in ambienti protetti come le serre, ma perdono di efficienza negli ambienti aperti e densamente coltivati.

Dennis Arp, uno dei protagonisti di questa storia, fa l'apicoltore da quasi quarant'anni. La sua attività ha sede a Flagstaff in Arizona. Ad ogni inizio di stagione una carovana di convogli carichi di arnie, percorre 800 km per raggiungere Shafter in California.


Lo stress a cui le api sono sottoposte è però solo l'inizio del loro calvario, perché l'impollinazione dei mandorleti impone loro un risveglio anticipato, dal loro torpore, di ben uno o due mesi; e questo è il secondo grande problema.
Arp ricorda che all'inizio della sua attività negli anni ottanta, perdeva annualmente solo il 5% degli alveari per colpa delle malattie, e a volte per condizioni metereologiche avverse.
Poi attorno agli anni 2000 subì una perdita del quasi 100% a causa del parassita Varroa destructor.
Il 2017 fu un anno particolarmente proficuo, grazie ad una umidità da record e ad una conseguente abbondante fioritura la vendita di miele fu cospicua.
Ma l'anno a seguire iniziò ad avere seri problemi. All'avvicinarsi dell'inverno le sue api iniziarono a stare male e a morire. Perse 150 alveari, che corrispondono all'incirca al 12% dell'intero patrimonio.
Lui, come del resto anche i centinaia di apicoltori che affittano gli alveari, danno la colpa ai "pesticidi" che in abbondanza vengono spruzzati sulle colture.

Donatello Sandroni su Agronotizie scrive:

"I trattamenti insetticidi durante la fioritura sono una pessima abitudine cui i coltivatori americani di mandorli dovrebbero rinunciare, causando questi impatti severi di breve periodo che vanno a sommarsi a quelli divenuti ormai costanti nelle colonie a causa di malattie e parassitosi. In alcuni casi, le miscele insetticida-fungicida in fioritura hanno mostrato effetti più pesanti degli insetticidi utilizzati da soli." Fonte

Esorto il lettore ad aprire questo meraviglioso articolo che da solo rende questa mia lunga ricerca la sola punta di un immenso iceberg.

Gli antiparassitari o agrofarmaci, questi sono i termini corretti con cui chiamarli, restano l'unico mezzo a disposizione dei coltivatori per non perdere i raccolti, ma vanno usati con metodo.
Quali sono questi metodi?
Sandroni ne elenca alcuni: intanto specifica quelli che non vengono più usati, come i neonicotinoidi e gli esteri fosforici.
Poi quelli impiegati, a volte a sproposito, durante la fioritura "chlorantraniliprole, diflubenzuron, tebufenozide e methoxyfenozide, spesso miscelati con alcuni fungicidi, in special modo propiconazolo, iprodione e miscele di boscalid-pyraclostrobin."

Siccome del problema fitosanitario ne ho già scritto qui e ho cercato di completarlo qui, ritengo inutile ripetermi in questo contesto.
Però mi accorgo che, anche se ho scritto di fitosanitari e api, non ho mai scritto del perché vengono usati.

Vediamo allora quali sono i principali nemici delle mandorle.
Al primo posto ci sono ovviamente gli insetti: gli afidi come quello verdastro Brachycaudus Helichrysi, o quello dei mandorli Brachycaudus Amygdalinus e l'afide del pesco Mizus Persicae, sono quelli in grado di infliggere i danni peggiori perché, succhiando la linfa, indeboliscono le piante.
Producono una melata che imbratta le foglie di una sostanza zuccherina e appiccicosa, che diventa un substrato favorevole per lo sviluppo di muffe e funghi.
A tal proposito i principali sono il marciume bruno, Monilia Cinerea, che determina la distruzione di foglie, fiori e frutti che avvizziscono e possono marcire.
Poi c'è il cancro dei nodi, il Fusicoccum Amygdali che colpisce soprattutto i giovani rami, ma che può estendersi anche a tutta la pianta.
Tra i parassiti c'è la cimicetta del mandorlo, la Monosteira Unicostata che si insedia nelle pagine inferiori delle foglie e, succhiando la linfa, le fa ingiallire e poi cadere.
Poi esistono i virus: anche per loro, come per noi e le api, possono diventare un serio problema.
Per i mandorli i vettori sono gli afidi. Uno di questi, il più noto, è il cosiddetto Mosaico che colpisce le strutture vegetative come i fiori e i frutti, arrecando ingenti danni.
In ultimo i batteri come l'Agrobacterium Tumefacens che inducono patologie e indeboliscono le piante, riducendone la produttività.
Per difendersi da tutte queste calamità i coltivatori praticano trattamenti preventivi e ripetuti che contribuiscono ad arrecare danni alle colonie. Foto


Per limitarne la proliferazione, con conseguenti danni da parassiti, il Glyphosate viene da anni usato per mantenere pulito il tappeto dei frutteti. In questo modo si agevola la raccolta e il passaggio dei mezzi, si limitano le erbacce che possono fare da ponte e nido per i parassiti e l'irrigazione resta a disposizione delle sole mandorle.
C'è però l'ennesimo problema: Il Glyphosate può contribuire anch'esso alla perdita annuale negli alveari.
Vi sono diversi studi e, come spesso accade, è presto per tirare le somme ma, credo sia doveroso spiegarne un paio.
Il primo del 2018 pubblicato su PNAS spiega che il Glyphosate non è tossico per gli essere umani o gli animali, e neppure per le api, però potrebbe essere tossico per una grossa fetta del loro microbiota intestinale, andando a colpire i soli simbionti batterici aventi l'enzima EPSPS.
Siccome il microbiota intestinale delle api è dominato da otto specie batteriche, e quasi tutte sono provviste di quell'enzima specifico, si ritiene che nel tempo le possa rendere più fragili ai patogeni come il Serratia Marcescens. Fonte
Mentre lo studio appena citato è stato svolto in vitro, il secondo che vi propongo è stato fatto in ambiente.
Le api, questa volta nutrite con dosi subletali di Glyphosate, evidenziano capacità cognitive compromesse e ritornano all'alveare in un tempo maggiore del campione di riferimento. Fonte
A tal proposito l'apicoltore Glenn Anderson, coltivatore biologico nella San Joaquin Valley californiana, spiega che nel suo frutteto di 40 anni le api non hanno nessun tipo di problema perché lui l'erbicida non lo usa.
Nella intervista su The Guardian spiega che, il suo apicoltore, porta alveari con problemi a soggiornare nella sua proprietà, proprio come si fa con i malati inviati a recuperare in cliniche apposite.

Siccome purtroppo piove sempre sul bagnato, i guai per la Central Valley e di conseguenza per le api, non finiscono qui.
I cambiamenti climatici hanno sicuramente ridotto le precipitazioni ma, le grandi monoculture hanno dato il colpo di grazia.
L' 80% delle falde acquifere dell'intero stato vengono utilizzate per le sole colture.
Broccoli, Noci, Lattuga, Pomodori e Mandorle sono quelle che ne richiedono maggiormente. Fonte
La siccità, in grande parte indotta, arreca ulteriori problemi perché le concentrazioni di inquinanti presenti nei terreni, aumentano con il diminuire delle scorte idriche.


Linda Rudolph, co-direttrice del Center for Climate Change and Health di Oakland, ed ex funzionario statale per la salute, ha detto che milioni di californiani si affidano a pozzi e ad altre fonti sotterranee, dove la concentrazione di contaminanti sta crescendo in modo preoccupante. Fonte
Secondo la Rudolph le contaminazioni sono causate da nitrati provenienti da un uso eccessivo di fertilizzanti azotati e dai prodotti chimici industriali, ma anche dalle sostanze chimiche provenienti dall'estrazione di petrolio.
Quasi per ultimo, per concludere in bellezza, le analisi evidenziano la presenza di arsenico.
In fine gli stagni e i canali stagnanti fanno aumentare il numero delle zanzare e, di conseguenza, le relative malattie da loro trasmissibili.
Insomma: quando The Guardian parla di zuppa di sostanze tossiche sembra non farlo a sproposito.
Oltre ai virus che colpiscono i mandorleti c'è tutta una serie di virus che affliggono anche le api.
Uno studio un po' datato, pubblicato su NCBI, descrive la situazione presente nelle colonie impiegate nella Central Valley.
I ricercatori spiegano che: per identificare ciò che costituisce una condizione patofisiologica anormale, in una colonia di api da miele, è fondamentale caratterizzare lo spettro di agenti infettivi esogeni in alveari sani, e questo va rilevato nel tempo.

Lo studio prospettico su larga scala è stato fatto utilizzando il campionamento ad alta frequenza, abbinato a metodi completi di rilevamento molecolare tra cui un microarray personalizzato, un qPCR e un sequenziamento ultra profondo.
Alla fine del lungo studio hanno stabilito che, l'incidenza stagionale, deriva anche dall'abbondanza di virus noti come il Nosema spp e la Crithidia mellificae, nonché dai batteri. (Quello allegato è uno studio Belga, ma tratta di un problema globale).
L'analisi della sequenza ultra profonda ha inoltre identificato quattro nuovi virus ad RNA, due dei quali erano i componenti osservati più abbondantemente nel microbioma delle api. In tutto sono stati trovati 1011 tipi di virus per ape. Fonte
Fino ad ora i collassi però sono sempre stati correlati all'acaro Varroa destructor che, succhiando l'emolina, indebolisce la risposta immunitaria e aprendo le porte a svariati patogeni.
Eccone alcuni.

DWV (Deformed Wing Virus)
ABPV (Acute Bee Paralysis)
IAPV (Israeli Acute Bee Paralysis Virus)
BQCV (Black Queen cell Virus)
KBV (Kashmir Bee Virus)
SBV (Sacbrood Virus)


Devi sapere caro lettore che la zona di caccia delle api è piuttosto limitata, e anche se come raggio si può estendere a tre km, preferiscono ovviamente bottinare "vicino a casa".
Pertanto quando pensiamo ai 1500 alveari di Dennis Arp, non dobbiamo immaginare che siano a km di distanza l'uno dall'altro.
La zona di caccia, o campo di battaglia, vede gruppi di alveari equidistanti tra loro, come un esercito composto da tanti battaglioni schierati.
Ognuno di essi è completamente indipendente dagli altri, e non mi sto riferendo ai battaglioni ma ad ogni singolo alveare che, da solo, è in grado di gestire 1 ettaro quadro, che corrisponde a 10.000 m2.
Sembrano tanti ma sono un solo quadrato di terra di 100 metri per lato.


Il generale dell'esercito è Arp, ma questo le api non lo sanno.
Nel bottinare i battaglioni e le singole falangi si incontrano con soldati di altre falangi e a volte, anche se non sempre, entrano in competizione per il cibo.
Una sorta di competizione c'è sempre e, se un alveare ha necessità di cibo, a volte è costretto ad attaccarne un altro, badando solamente alla propria sopravvivenza.
In passato ho scritto su questo argomento, eccovi il post.
Alla fine delle furiose battaglie restano migliaia di cadaveri ma, di nuovo questo non giustifica in toto i collassi.
Il problema principale, oltre quelli già descritti, sono i virus, i batteri e gli acari che si scambiano bottinando nelle stesse zone.
Se sei un ape sana, proveniente da un alveare altrettanto sano e posto a un km di distanza, ed entri in contatto con un ape infetta o colpita da Varroa, diverrai a tua volta un serbatoio virale e porterai, una volta finito di bottinare, il nemico a casa.
La stessa sorte tocca alle api selvatiche che, bottinando nelle stesse zone, contraggono o contagiano i loro simili.
Solo che, mentre le api da miele hanno il generale Arp a monitorare il loro stato di salute e ad intervenire con trattamenti specifici, le api selvatiche non hanno la stessa fortuna.
Ogni anno quel 30% di perdite, considerato "normale" tra gli apicoltori, è di molto superiore tra le api selvatiche e, anno dopo anno, la competizione diventa insostenibile e le poche che sopravvivono cambiano zona.
Ma non è facile cambiare zona per loro, perché le api non migrano come gli uccelli, percorrendo chilometri in pochi minuti, né su camion come le api mellifere.
Un articolo su Mit Thecnology Review porta alla luce un enorme problema che affligge le api selvatiche.
"Confrontando i record di 66 specie di api in due periodi , 1901-1974 e 2000–2014 , i ricercatori hanno scoperto che la probabilità che le api occupino ancora un dato sito è diminuita del 46% in Nord America e del 17% in Europa." Ecco lo studio.

Alla fine, in annate normali, quel 30% di perdite vengono sopperite con l'acquisto di nuove colonie e con una perdita effettiva del solo denaro per gli apicoltori; mentre tra le colonie di api selvatiche il declino diventa via via sempre più insostenibile, sia per le malattie, sia per la competizione costante per il cibo. Fonte
Un altro studio del 2012 dal titolo emblematico: I servizi di impollinazione selvatica per le mandorle della California si basano sull'habitat semi-naturale, cerca di portare a galla l'importanza degli impollinatori selvatici. Non solo sono specie importanti che vanno salvaguardate, ma contribuiscono alla biodiversità e basterebbero strisce di vegetazione selvagge, tra le coltivazioni, per impedire il loro massiccio declino. Fonte

Cosa possiamo fare per questo enorme problema?
Le strade da percorrere sono diverse ma, vanno percorse contemporaneamente: qui il dividiamoci non è contemplato.

Esiste un sigillo certificato Bee Better, controllato da una società indipendente, la Oregon Tilth, che promuove il rispetto e la conservazione sia delle api mellifere che di quelle selvatiche.
E' stato lanciato nel 2017 dalla società Xerces che agisce senza scopo di lucro.
Promuove l'utilizzo di una varietà di mandorle che necessita di un solo alveare per ettaro, al posto di due, ma non solo; chi decide di acquistare prodotti con questo marchio ha la certezza che apicoltori e coltivatori lavorino rispettando le rigide regole di salvaguardia delle specie.

Sono state anche stilate delle regole comportamentali, le HONEY BEE BEST MANAGEMENT PRACTICES.
"Questa risorsa espone semplici e pratiche regole che i coltivatori di mandorle, insieme agli apicoltori e ad altre parti interessate all'impollinazione, possono adottare per proteggere e promuovere la salute delle api dentro e intorno ai loro frutteti e nella loro comunità circostante."

Un ulteriore aiuto arriva da un mandato stabilito dallo stato della California, che aiuterà gli apicoltori a proteggersi dai pesticidi.
Il nome del progetto è Bee Where Program.
Coltivatori e allevatori dovranno usare un app che monitorerà costantemente la presenza sul territorio degli alveari.
I coltivatori, prima di spruzzare i loro prodotti in difesa del raccolto, dovranno dar modo agli apicoltori di spostare gli alveari.
Gli ideatori ritengono che sia un grande passo in avanti, sia per l'industria apiaria che per quella di mandorle.

Ma come accennavo precedentemente, per migliorare la situazione occorre percorre più strade contemporaneamente.
Le mandorle Californiane hanno rese elevate ma l'impatto ambientale è altissimo. Vengono utilizzate varietà cultivar premici, ovvero a guscio tenero, che richiedono un altissimo input idrico (fino a 10.000-12.000 m3/ha/anno). Queste varietà, pur essendo molto competitive sul mercato, hanno il difetto di essere attaccate con maggiore facilità da muffe e parassiti, e di conseguenza necessitano di quantitativi maggiori di antiparassitari ripetuti con maggior frequenza nel tempo.
Sono al vaglio alternative come specie più resistenti e a minor impatto ambientale, coltivabili anche in altre zone d'America, per alleggerire le problematiche ormai troppo ingombranti; ma gli interessi sono forti e nel frattempo chi ci perde è l'ambiente. Fonte e Fonte

Vorrei concludere, dopo tante informazioni che sono frutto di letture protratte per oltre un mese, con una considerazione personale.

Il problema mandorleti a mio avviso è un problema serio che va affrontato da ieri, perché poi alla fine non ce ne rendiamo conto ora ma, prima o poi, gli sgarri che facciamo all'ambiente ricadranno direttamente su di noi.
C'è però un ma; ovvio io concludo sempre con un ma.
Il "latte di mandorla" che latte non è, e non ha qualità comparabili, a conti fatti è una bevanda poco green, come sottolineano le testate giornalistiche, ma va comunque a sostituire una grossa fetta di latte di vacca che, se proprio vogliamo essere onesti con noi stessi, ha macchie ben peggiori; decisamente peggiori.
La situazione nella Central Valley va sistemata e non è certo rosea, e rispecchia fedelmente le altre grandi monoculture sparse per il mondo.
Va fatto soprattutto per l'ambiente e per gli impollinatori ma, nel frattempo, in attesa che facciano qualcosa, credo che sia preferibile all'allevamento intensivo di animali.
E' solo una mia opinione ovviamente.

Un ape bottinatrice vive in media quaranta giorni, e magari li vive piuttosto male, ma una vacca da latte campa per anni e decisamente peggio.

Io non bevo né l'uno né l'altro ma solo perché non ne sento la necessità, ma se proprio dovessi scegliere, se proprio mi fosse impossibile non fare colazione con qualcosa di bianco, allora preferirei quello di mandorla.



Fonti

Corriere della Sera
The Guardian
The Cut
Mother Jones
Reuters
Engineered symbionts activate honey bee immunity and limit pathogens
Why Bee Better?
These Bees Fight Varroa Mites With Help From Special Engineered Bacteria
The Conversation
Agronotizie
Mandorla tossica
Almond Disease
Parassiti e malattie del mandorlo
Effects of sublethal doses of glyphosate on honeybee navigation
Pathogenicity of Serratia marcescens Strains in Honey Bees
Glyphosate perturbs the gut microbiota of honey bees
Heat waves are wiping out bumblebees
La coltivazione del mandorlo tra passato, presente e futuro
Wild pollination services to California almond rely on semi‐natural habitat

giovedì 26 marzo 2020

Quanto vale una balena?




Ogni cosa ha un valore, lo sappiamo, ma alcune cose valgono più di altre.

Questo post nasce da una riflessione del Biologo e giornalista scientifico Marco Ferrari che, seduto alla scrivania di casa fa una disamina sul cambiamento climatico, tirando in ballo, a sorpresa, le balene. Video

La prima domanda che scatta spontanea è: ma cosa centrano le balene con il cambiamento climatico? 
La risposta è: molto di più di quello che potremmo pensare.

Il "La" lo da un piccolo gruppo di appassionati di cetacei, con alle spalle una buona e solida preparazione scientifica. Fonte
Hanno calcolato che, nell'arco di una vita di una grande balena (circa 60 anni) riesce a sottrarre in media 33 Tonnellate di CO2 dall'atmosfera, mentre un albero (un grande albero) che può arrivare a 100 anni di vita, assorbe in media 48 Libbre di CO2 all'anno. (48lb = 21.77243kg)

CO2 sottratto dall'atmosfera in un arco temporale di 60 anni.

Albero: 1.306 Kg
Balena: 33 Tonnellate

Di cambiamento climatico e di alberi ne avevo già parlato in un precedente post, ma ignoravo completamente quanto fossero importanti le balene.
Ferrari mostra un bellissimo schema che spiega cosa fanno le balene per meritarsi questo primato.


Allora: le balene sostanzialmente fanno una cosa tutto il giorno, che poi è quello che facciamo un po' tutti: vanno in giro lavorando/cacciando e ovviamente mangiano.
Alcune specie lo fanno spostandosi per lunghe distanze, come le Megattere in alto a destra. Altre lo fanno raggiungendo grandi profondità, come i Capodogli al centro dell'immagine.
Si nutrono fondamentalmente di plancton, composto da zooplancton e fitoplancton, e di Krill (minuscoli crostacei).
Il cibo, una volta digerito, viene espulso con le feci che sono ricche di ferro, fosforo e azoto, ottimi fertilizzanti ed essenziali per il fitoplancton.

Lui, il fitoplancton, assorbe anidride carbonica e rilascia ossigeno in ambiente, un po' come gli alberi ma decisamente meglio.
Si calcola che, da solo, riesca ad assorbire il 40% della CO2 prodotta globalmente in un anno, e lo trasformi nel 50% dell'ossigeno che, sempre in un anno, le foreste, le alghe, i cianobatteri e l'erba producono.

Pensate all'importanza che il fitoplancton ha per la nostra qualità di vita.

Quante sono le balene oggi?
Si calcola che siano circa 1.3 milioni ma, prima che fossero cacciate per uso commerciale, quindi dal XVI secolo nell'oceano Atlantico e XIX secolo nell'oceano Pacifico, erano con tutta probabilità 4-5 milioni.
Hanno calcolato che, aumentando di un solo punto percentuale il quantitativo di fitoplancton presente sul nostro pianeta, equivarrebbe all'improvvisa, immediata, apparizione di 2 miliardi di alberi maturi.

2 miliardi di alberi maturi apparsi dal nulla, come per magia, pensate.
Ovvio, piantare 2 miliardi di alberi non è una cosa impossibile, e progetti di questo tipo sono già stati tentati, mentre altri sono al vaglio; però occorrono ingenti sforzi finanziari e umani, nonché tempo, tanto tempo.

Invece esiste un metodo totalmente economico, che a pensarci bene sembra incredibile.
Per contribuire al salvataggio del nostro pianeta, invece di arrovellarsi per fare cose, che poi alla fine sarebbero relativamente poco impattanti, basterebbe non farne una, una sola.

Pensate che bello: invece di fare, il non fare.

Smettere di uccidere le balene.



Fonti