venerdì 17 gennaio 2020

Hic sunt leones







Greta "Sharon" Thunberg ci ha ricordato che, se vogliamo salvare il pianeta, occorre lottare fondamentalmente per due cose:

Il cambiamento climatico e lo sviluppo sostenibile.


Non che Greta sia stata la prima sia chiaro; non è neppure quella che ha dispensato i consigli scientificamente migliori, però è l'unica che è riuscita ad aprirci gli occhi e il cuore, mobilitando un intero pianeta; e non è poco direi.

Oggi vi parlerò di CO2, di cambiamento climatico, degli inquinatori e inquinanti peggiori. Intanto che ci siamo toccheremo l'Amazonia, l'Italia, il primo principio della termodinamica e il secondo. Poi discuteremo sull'acqua, sul Natale, dei trasporti, del mangiare e del futuro.

Ma stavamo parlando di Greta.

Anche grazie a lei abbiamo scoperto che il nemico numero uno ha un nome ed un cognome ed è CO2: cioè anidride carbonica.

Indispensabile per la vita, è indiscutibilmente aumentata in maniera vertiginosa dall'avvento della rivoluzione industriale.


Il famoso effetto serra lo conosciamo tutti, sono decenni che ne sentiamo parlare, ma a volte ci dimentichiamo che è essenziale per la vita.
Ovviamente, come tutte le cose, funziona bene all'interno di determinati range. In parole povere, rischiando di risultare banale, troppa CO2 fa aumentare la temperatura, mentre poca la fa diminuire; e in entrambi i casi significa estremo disagio e in seguito morte certa.



Siccome negli ultimi 800.000 anni i picchi non hanno mai superato i 300 ppm, mentre nel 2018 sono arrivati a 407,4 ppm, ci siamo accorti che qualcosa non andava. Così gli scienziati hanno dovuto fissare un tetto approssimativo di 500 ppm che raggiungeremo all'incirca nel 2050 (ovviamente se non riusciremo ad invertire la rotta).

Tutto questo sta accadendo in atmosfera, ma non possiamo dimenticare che gli oceani in tutto questo hanno un ruolo fondamentale.
Assorbono 1/4 dell'anidride carbonica, ma se aumenta a dismisura accade che si acidificano. Significa mettere a repentaglio i suoi abitanti, coralli compresi, e arrecare danni anche alle alghe.
Delle alghe ne parleremo più avanti, per ora però vi basti sapere che indurre loro un danno è estremamente controproducente.


Hic sunt leones, non lo sappiamo con certezza cosa accadrà nei prossimi 30 anni ma, qualcosa di grosso è certo che accadrà: credetemi accadrà.

Dicevamo che; siccome la vita a quei livelli (500 ppm) sarà molto dura, ma davvero MOLTO dura, si è deciso che occorre fare qualcosa ora, adesso, perché non c'è più tempo.
Ok aspettate un attimo, abbiate pazienza; che non abbiamo quasi più tempo è vero, ma è altrettanto vero che prima di addentrarci nel discorso e decidere sul dafarsi, è giusto fare un piccolo e doveroso ripasso.

Chi produce CO2?

Beh noi ad esempio, respiriamo ossigeno e rilasciamo in atmosfera anidride carbonica. Che poi a pensarci bene è buffo, perché le piante fanno l'esatto contrario pensate: assorbono CO2 e rilasciano ossigeno (ma anche di questo, insieme alle alghe, ne parleremo tra poco).

La stessa cosa vale anche per gli animali, i batteri, i vulcani, persino i torrenti rilasciano CO2 (e quelli montani più di quelli di pianura). Però parliamoci chiaro, il problema principale non sono i vulcani, siamo noi, e non certo perché respiriamo. 



Attraverso i dati di questo grafico scopriamo che l'elettricità e il riscaldamento contribuiscono alle emissioni serra per il 25%.
Poi c'è l'agricoltura, la deforestazione e l'uso differente dall'agricoltura dei terreni, che insieme fanno il 24%.
L'industria è "solo" al terzo posto con il suo 21% e i trasporti arrivano al 14%. I dati sono del 2010 ma ad oggi le percentuali restano praticamente invariate. Fonte e Fonte

Arrivati al chi (CO2) e al come (elettricità e riscaldamento) credo sia doveroso dare un occhiata anche ai singoli paesi e alla loro impronta di carbonio



A questo punto conosciamo anche quali sono i paesi che inquinano maggiormente, ma il grafico non fa menzione dei reali motivi, così ho dovuto cercare altre fonti e ho trovato, quasi per caso, questo sito davvero meraviglioso. Navigatelo, studiatelo, andate a scoprire chi utilizza maggiormente i gas, piuttosto che il petrolio, e quali sono i paesi che sfruttano al meglio le fonti rinnovabili (l'Italia usa quasi il 40% di energia ricavata da fonti rinnovabili). Fonte



Dal grafico si evince che non solo la Cina e gli Stati Uniti sono effettivamente i peggiori, ma anche che entrambe, come le altre del resto ma in maniera minore, inquinano maggiormente per l'elettricità e il riscaldamento.

Spero che lo abbiate notato ma in alto, tra parentesi, appare la scritta TWh che significa Terawatt ora.

Ma quanto è un Terawatt?

Corrisponde a 1 miliardo di KWh (Kilowatt).

L'ultima informazione che ci occorre è: Per ottenere 1 KW di elettricità, quanta CO2 si disperde nell'ambiente?
1 KWh produce 0.4332 Kg di CO2 (fonte procedura di calcolo della Regione Lombardia).

E' un mio difetto, lo ammetto, ma anche nella vita privata quando trovo diverse concause che concorrono in un problema, cerco di individuare la principale e concentrarmi solo su di essa.

Così ho fatto ricerche mirate per quanto riguarda l'elettricità, e siccome è improbabile che in Cina leggano il mio post, ho deciso di concentrarmi per un attimo sulla sola Italia.





La bella notizia è che i consumi dal 2008 al 2018 sono diminuiti in quasi tutte le regioni ma, ovviamente, c'è ancora tanto da fare e ci sono ampi margini di miglioramento; soprattutto per i valdostani che a quanto pare, in inverno, non patiscono certo il freddo. Oppure per la Basilicata che segna un pareggio.
Insieme invece il Veneto, Friuli Venezia Giulia e Marche peggiorano: ed è una controtendenza che andrebbe studiata per capirne le cause.

A questo punto potreste pensare che sia giunto il momento in cui mi metto a dispensare consigli per migliorare le cose ma, rullo di tamburi, non accadrà perché non è lo scopo primario di questo post.
Lo scopo è quello di fornirvi i mezzi per valutare al meglio la situazione e forse, per fare qualcosa di concreto.

Il punto dolente è che, se deciderete di proseguire nella lettura e lottare nel migliore dei modi, dovrete fare i conti con un metodo astruso e complicato, che andrà a cozzare contro ogni vostro pensiero logico: il metodo scientifico.

Come ho abbondantemente scritto in precedenza, il problema principale del nostro pianeta è l'aumento incontrollato della CO2.
La plastica che finisce tra le nostre mani e poi negli oceani, ad esempio, è un enorme problema ma non è il principale: perché il principale siamo noi.

Ognuno di noi ha una personale impronta di carbonio (carbon footprint) ma anche ogni oggetto, mobile o immobile che sia, ogni strumento e accessorio che utilizziamo ha una sua personale impronta; pertanto credo sia giunto il momento di imparare ad utilizzare questo benedetto metodo scientifico.

Signori e signore è con immenso piacere che vi presento i due strumenti principali per valutare e combattere la CO2:

La Carbon Footprin e il Life Cycle Assessment.

La Carbon Footprin è "una misura che esprime in CO2 equivalente il totale delle emissioni di gas ad effetto serra associate direttamente o indirettamente ad un prodotto, un’organizzazione o un servizio. In conformità al Protocollo di Kyoto, i gas ad effetto serra da includere sono: anidride carbonica (CO2), metano (CH4), protossido d’azoto (N2O), idrofluorocarburi (HFCs), esafluoruro di zolfo (SF6) e perfluorocarburi (PFCs). La tCO2e (tonnellate di CO2 equivalente) permette di esprimere l’effetto serra prodotto da questi gas in riferimento all’effetto serra prodotto dalla CO2, considerato pari a 1 (ad esempio il metano ha un potenziale serra 25 volte superiore rispetto alla CO2, e per questo una tonnellata di metano viene contabilizzata come 25 tonnellate di CO2 equivalente)."

L'analisi del ciclo di vita (LCA, in inglese Life Cycle Assessment) "è un metodo strutturato e standardizzato a livello internazionale che permette di quantificare i potenziali impatti sull'ambiente e sulla salute umana associati a un bene o servizio, a partire dal rispettivo consumo di risorse e dalle emissioni. Nella sua concezione tradizionale, considera l'intero ciclo di vita del sistema oggetto di analisi a partire dall’acquisizione delle materie prime sino alla gestione al termine della vita utile includendo le fasi di fabbricazione, distribuzione e utilizzo (approccio definito "dalla culla alla tomba")".

A tal proposito credo sia anche giunta l'ora di fare qualche esempio pratico.

Negli ultimi anni è opinione diffusa che, per riscaldare gli ambienti e inquinare meno, sia meglio usare metodi alternativi al gas metano o all'energia elettrica. Così hanno preso piede le stufe a pellet e i camini: i secondi in realtà non sono mai tramontati del tutto. 


Usando il metodo scientifico scopriamo che una stufa a pellet inquina 5 volte in più di una vecchia auto Diesel con il filtro Euro 4. Ma non solo, raffrontata ad una stufa a gas scopriamo che inquina 600 volte tanto.

Stiamo parlando di inquinamento, non di CO2, perché nel lungo periodo (e per lungo periodo si parla di decine di anni fino a centinaia) la combustione a legna diventa la più vantaggiosa.

Perché la legna diventa nel lungo periodo la più vantaggiosa?

Tecnicamente si chiama carbon neutral e il motivo è legato a quello che ho scritto prima sulle piante. Rammentate che le piante hanno questa proprietà di assorbire CO2 e di immettere ossigeno in atmosfera? Pertanto se noi bruciamo legna non facciamo altro che reimmettere in ambiente quello che loro hanno assorbito, ma non solo, diamo loro nuova fonte per diventare grandi.


Nel lungo periodo bruciare legna porta ad emissioni di CO2 pari a zero, ma, esiste un ma.

Una pianta di 20-30-50-100 anni, ci ha messo quel lungo periodo per assorbire tutta quella CO2, e se noi la tagliamo a pezzi e poi la bruciamo, lo stesso quantitativo di CO2 lo riversiamo nell'ambiente in un tempo molto inferiore; il tempo di una fiamma.

E' per questo che se vogliamo risolvere il problema CO2 entro il 2050 non possiamo sostituire le centrali a carbon fossile con le biomasse a legna, perché sarebbe come svuotare una vasca con un colino.
Purtroppo, oltre a questo problema, in Europa abbiamo più di 70 milioni di apparecchi che sfruttano la legna, e producono i 3/4 degli inquinanti peggiori che conosciamo: gli IPA (idrocarburi policiclici aromatici) cancerogeni certi.

In Emilia Romagna sempre i 3/4 degli IPA presenti in atmosfera sono generati da apparecchi a legna.

Pertanto, sempre nel breve periodo, queste alternative risultano nettamente svantaggiose e sicuramente più dannose.
Svantaggiose anche, è bene sottolinearlo, il petrolio e il gas metano sono nettamente più efficienti della legna perché, con minori quantità (quindi con minor dispersione di CO2 nell'ambiente) riscaldano di più.

Siccome l'argomento è complesso, date un occhiata a questo video di Ruggero Rollini, che spiega mille volte meglio ciò che ho cercato di dire in poche righe. 


Noi intanto torniamo per un attimo al maggiore inquinante mondiale.
I dati a nostra disposizione ci mostrano che esistono vari metodi per produrre energia e calore, e ognuno di essi ha una Carbon Footprin molto diversa. 

"L'intensità di carbonio dell'energia elettrica varia notevolmente a seconda della fonte di combustibile. Come indicazione di massima, il carbone ha una intensità di carbonio di circa 1.000 g CO2/kWh, il petrolio 800g CO2/kWh, il gas naturale circa 500g CO2/kWh, mentre nucleare, idroelettrico, eolico e solare hanno tutti meno di 50 g di CO2/kWh."

Anche se a me personalmente il nucleare non sta antipatico, comprendo ovviamente che il timore sia irrimediabilmente radicato; però esistono alternative valide (non ho scritto altrettanto per ovvi motivi) che non sono ancora sfruttate a dovere e pertanto, puntare sull'idroelettrico, eolico e solare è la cosa più sensata che potremmo fare; anzi, che dovremmo fare.

Nel contempo occorre, senza ombra di dubbio, avviare il processo di riforestazione.
Argomento a sua volta delicato che ci fa incorrere in bias difficili da individuare.
Come ricorda Massimo Sandal nel video che potrete visionare più avanti, entro il 2050 dovremmo piantare alberi pari ad una superfice come il Belgio; ogni anno però.

La foresta Amazonica non è il polmone del pianeta, questo andrebbe sottolineato. Risulta difficile da comprendere, soprattutto perché l'emergenza foreste è una vera e propria calamità, ma ciò non toglie che definirla il polmone del pianeta è scientificamente scorretto.
La produzione di ossigeno che proviene dall'Amazonia è compresa tra lo 0 e il 6%. Sembra impossibile come dato, ma è reale, anche perché, quando prima ho parlato di piante, ho omesso un particolare.
Anche se è vero che le piante assorbono CO2 ed immettono ossigeno tramite la fotosintesi clorofilliana, è altrettanto vero che per crescere e mantenere i propri tessuti consumano una parte dell'ossigeno, emettendo a loro volta CO2.

L'ossigeno della terra è prodotto per il 50/70% dalla fotosintesi delle alghe degli oceani.

In questo splendido articolo, tratto da un testo di Giorgio Vacchiano, scopriamo che il restante ossigeno del pianeta lo producono i prati, i campi coltivati, i boschi e le foreste che crescono velocemente; ed è proprio per questo motivo che è scorretto divulgare che provenga da foreste secolari.

Vacchiano spiega che l'ossigeno in atmosfera è pari al 21% dei gas, mentre la CO2 è solo lo 0,0415%.

Sembra un controsenso, ma è proprio perché in atmosfera c'è così poca anidride carbonica che è così importante.

Il primo principio della termodinamica dice che l'energia non si crea né si distrugge, ma si trasforma, e spetta a noi trasformarla in una cosa proficua e positiva.
Aumentare l'ossigeno, avendo valori così abbondanti, risulta di gran lunga meno efficiente che agire direttamente sulla CO2.
Tutto questo pippone per rimarcare e sottolineare nuovamente che, ci sono tante strade che potremmo imboccare, ma nessuna è funzionale ed importante quanto l'agire in primis sulla CO2.



Sandal ricorda che siamo entrati nella sesta estinzione di massa; la prima fu causata dei cianobatteri, detti anche alghe azzurre.
Loro fecero quello che stiamo facendo noi ora, cioè assorbire energia ed immettere gas nocivi in atmosfera.
Ok non proprio la stessa, perché loro immettevano ossigeno in ambiente e in grandi quantità; talmente grandi che scatenarono un era glaciale; la prima.

Il secondo principio della termodinamica dice che la trasformazione dell'energia tende ad andare verso forme sempre più degradate e inutilizzabili.
L'Entropia (la dispersione di energia) tende a crescere sempre più in tutto l'universo, fino ad uno stato di equilibrio che però significa assenza di energia; ed è proprio ciò che dobbiamo evitare di accelerare.

Torniamo a fare qualche altro esempio concreto.
La plastica, pur non essendo la protagonista principale di questo declino, è sicuramente uno degli argomenti più discussi.

Cosa accadde qualche anno fa?
Accadde che ad un certo punto gli scienziati iniziarono a dispensare consigli sull'uso e abuso e furono pubblicati dati.
Innanzitutto va detto e rimarcato che la plastica può essere riciclata ma, il riciclo è tuttora poco praticato e funzionale.
Secondo l'EPA, solo il 9,1% del materiale plastico negli Stati Uniti è stato riciclato nel 2015. Il 15,5% è stato bruciato per erogare energia, mentre il 75,4% è stato portato nelle discariche.
Nello stesso anno i dati EPA evidenziano che: per le bottiglie di plastica e i contenitori, il riciclo è stato del 30% circa, ma le percentuali di PET che vengono scartate ogni anno si aggirano tra il 26 e il 41%: ancora troppo alte. Fonte

Usarne meno e riciclarne di più non è solo consigliato, è necessario.
Ad un certo punto però i consigli degli esperti sono stati accolti dalle masse e modificati a piacere: scienza e disinformazione si sono amalgamate e ciò che è rimasto è il caos più assoluto.

Gli esperti avevano sottolineato che la plastica è un problema globale, e uno dei modi per ridurre il suo utilizzo era quello di smettere di bere l'acqua in bottiglia e usare quella del rubinetto.


Ma un conto è scendere nelle piazze per manifestare contro il cambiamento climatico; ben diverso è modificare le nostre abitudini.

Sappiamo che il mondo sta andando a puttane ma pretendiamo che siano gli altri, o gli stati, a cambiare per primi e a trovare soluzioni; ovviamente senza però privarci dei nostri agi e delle nostre abitudini.

Al mio paese si chiama voler la botte piena e la moglie ubriaca.

Il regalo più gettonato del Natale 2019 è stato l’urban bottle, la borraccia rigorosamente in alluminio.
Una notizia meravigliosa se non fosse che ancora troppi la riempiono con acqua industriale.
Le scuse sono varie: l'acqua del mio paese e troppo calcarea e fa venire i calcoli, fa schifo, è troppo ferrosa, è inquinata, chissà cosa c'è dentro, i tubi sono vecchi, sa di cloro, non è controllata, io bevo quella in vetro, quella del rubinetto mi fa male, rinuncio ad altro ma a quella no; insomma cose così.

In realtà sono tutti falsi miti.

L'acqua del rubinetto è estremamente controllata e non ha nulla da invidiare a quella in bottiglia. Fonte Istituto Superiore di Sanità e Falsi miti.
Ma non solo, gli esami chimici effettuati sulle acque in bottiglia rivelano che in media hanno maggiori inquinanti di quelle pubbliche. Fonte

La verità signori è che (e questo non solo vale per l'acqua in bottiglia ma bene o male per tutte le plastiche monouso) di alternative alla plastica ne esistono alcune, ma l'unica ecosostenibile è solo una: non usare la plastica.
Il Life Cycle Assessment è impietoso, non fa sconti, parte dall'estrazione della materia prima e arriva fino all'ultima vampata di calore di un inceneritore, o di un forno per il riciclaggio.

Cosa ci rivela? Che è essenziale abbandonare l'utilizzo di quanta più plastica possiamo, ma dice anche che usare al suo posto vetro o alluminio non è la soluzione, perché entrambi hanno una carbon footprint maggiore. Fonte



Il sito non è dei migliori, anche se i dati e i grafici che riporta sono estremamente corretti; ma ve ne lascio altre a seguire, anche se alcuni sono di più difficile comprensione. 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6

In pratica dicono tante cose, ma in soldoni evidenziano che bere l'acqua del rubinetto è la scelta migliore, imparagonabile alle alternative.

Ma l'acqua in bottiglia o i contenitori plastici non sono la sola spina nel fianco per chi vuole cambiare le proprie abitudini, sono però un campanello d'allarme.
E' estremamente difficile cambiare le nostre abitudini, credetemi, molto di più di quanto possiate pensare.
Un esempio per tutti è il Natale.

Non ci si pensa, eppure questa ricorrenza ha un impatto molto rilevante. E' stato registrato che durante le festività Natalizie il consumo di energia elettrica si impenna di un 30%.
Gli addobbi nelle abitazioni, negli esercizi commerciali e le luminarie delle città hanno un grosso impatto sul carbon footprint. Fonte
Sul web, per ovviare a questo problema, esistono vari consigli. Tenere spente le luci in nostra assenza, usare luci a led per abbattere notevolmente i consumi, spegnere le luci ad una certa ora per non consumare tutta la notte; ma alla fine vale lo stesso discorso per l'acqua in bottiglia: se vogliamo abbattere i consumi dovremmo rinunciare alle luminarie.

La vera domanda è: quanti di noi sono disposti a farlo?

Ma veniamo alla carne, altro tema dolente: mangiare una bistecca di manzo significa usare 28 volte in più di suolo, di quello che occorre per mangiare una bistecca di maiale o pollo; addirittura 160 volte in più che per una bistecca vegetariana: il ché significa 11 volte l'impronta di CO2. Fonte




Usare l'auto elettrica significa inquinare 5 volte in meno che con una piccola auto cittadina, e 7 in meno di una monovolume.
Viaggiare in aereo inquina 20 volte in più che viaggiare in treno.
Un miliardo di tonnellate annue di CO2 vengono emesse per il trasporto marittimo, e occorre pensare anche a questo quando, invece di acquistare una bistecca di manzo, prendiamo la Quinoa che proviene dal Perù, dalla Bolivia e dall'Ecuador. Fonte
Cambiare la vecchia caldaia con una moderna, influisce non poco, come influiscono i pannelli solari, le luci a led e spegnere gli stand by.
E se il Natale impenna del 30% i consumi, i condizionatori lo fanno ancor più.
Non è necessario andare a New York in barca a vela per le vacanze, come non è necessario eliminare gli spostamenti nei fine settimana per lo svago.

Nessuno ci impone di vivere com'era consuetudine cento anni fa; ma occorre smettere di vivere come stiamo facendo ora.

Circa 11700 anni fa è iniziata l'ultima era, l'Olocene.
Olocene significa letteralmente l'era più recente, ma grazie all'essere umano la quasi totalità del mondo scientifico sostiene che non siamo più in quella fase, ma che siamo entrati nell'Antropocene, da Antropos, uomo.

Abbiamo una manciata di anni, circa 8 per fare l'impossibile, dimostrando ai nostri eredi che siamo sufficientemente evoluti da non estinguerci.

Riusciremo?

Hic sunt leones è un espressione che veniva usata sulle mappe e carte nautiche antiche. Indicava che oltre quel punto non si era mai andati, c'era l'ignoto.

La bella notizia è che, anche se ignoriamo l'esito del nostro futuro, il pianeta si salverà comunque.
Nuove razze di animali, nuovi continenti, nuovi alberi e frutti e chissà, tra qualche milione di anni civiltà aliene troveranno i nostri resti fossilizzati e impiegheranno forse anni a cercare di capire se avevamo peli o piume colorate.






Fonti

https://download.terna.it/terna/0000/0016/90.pdf

https://www.youtube.com/watch?v=Imlo-0mjog0

http://www.scienzaverde.it/cronaca-ambientale-blog/emissioni-inquinanti-produzione-elettricita-italia/

Camini e stufe quanto inquinano?


https://yearbook.enerdata.net/

https://www.climate.gov/news-features/understanding-climate/climate-change-atmospheric-carbon-dioxide

http://www.lteconomy.it/it/articoli-it/articoli/chi-emette-la-co2-2
https://www.ohga.it/impronta-di-carbonio-cosa-significa-e-perche-dovremmo-inventarci-unetichetta-per-ogni-prodotto/

https://www.wwf.it/il

https://www.thebalancesmb.com/plastic-recycling-facts-and-figures-2877886

https://download.terna.it/terna/0000/0016/90.pdf

https://www.epa.gov/facts-and-figures-about-materials-waste-and-recycling/advancing-sustainable-materials-management

https://www.terna.it/it/sistema-elettrico/transparency-report/total-load

https://gruppo.selectra.net/sites/gruppo.selectra.net/files/Comunicato_Stampa_12_Dicembre_2017_0.pdf

https://www.greenbiz.it/green-management/economia-a-finanza/trend/7528-emissioni-co2-elettricita

https://www.informazioneambiente.it/anidride-carbonica/

https://www.informazioneambiente.it/fotosintesi-clorofilliana/

http://old.iss.it/binary/cnra/cont/notizirio.1174637117.pdf


https://www.youtube.com/watch?v=Akdhz6QFY9Q

http://verdefood.com/glass-vs-plastic/

https://tappwater.co/us/footprint-of-glass-vs-plastic-vs-aluminium-best-choice/

https://www.greenlifestylemag.com.au/features/2936/disposable-drink-bottles-plastic-vs-glass-vs-aluminium

https://en.wikiversity.org/wiki/Design_for_the_Environment/Disposable_Water_Bottle

https://www.theguardian.com/environment/2014/jul/21/giving-up-beef-reduce-carbon-footprint-more-than-cars

https://selectra.net/energia/guida/ambiente/compensazione-carbonio

sabato 4 gennaio 2020

Ma quanto mi costi!




A sinistra abbiamo un farmaco ad uso umano: 30 compresse da 7,5 mg l’una, dal costo di 7,70 Euro.
A destra abbiamo lo stesso farmaco ma ad uso veterinario: 7 compresse da 2,5 mg l’una, dal costo di 22,20 Euro.

Ecco un'altra vergogna contro cui dobbiamo lottare.” Dice la signora Graziella Caropreso con le sue 14.132 condivisioni e 215 commenti (quasi tutti rabbiosi) per l’iniquità sul prezzo.

Prima di perdere completamente il lume della ragione e farci sommergere dall’ira, facciamo un passo indietro, vi va?

Tralasciando per un istante il prezzo, poniamoci prima di tutto una semplice domanda:





Perché esiste quel farmaco ad uso veterinario, quando quello ad uso umano è pressoché identico?

I motivi sono sostanzialmente due.

Il primo motivo (probabilmente il più importante) è che somministrare farmaci ad uso umano agli animali, senza prima studiarne gli effetti, è illegale, disumano e severamente punito.

Il secondo è che, siccome illegale, l’azienda in questione (la Boehringer) ha preso la decisione di studiarne gli effetti anche sugli animali; in maniera scientifica ovviamente, utilizzando laboratori certificati e a norma di legge.


Ma perché esiste questo enorme divario di prezzo?

I motivi questa volta sono sostanzialmente tre.

Il primo motivo è che le industrie farmaceutiche spendono tempo e denaro che rivogliono indietro, anche con gli interessi, come ogni azienda al mondo.

Il secondo motivo è che i farmaci ad uso Veterinario hanno un mercato pari al 2-3 % di quello ad uso Umano; e come vale per ogni azienda, minori produzioni corrispondono ad introiti minori.

Il terzo motivo è che, una volta che il farmaco veterinario esce sul mercato è facile notare la similitudine tra i due; similitudine che potrebbe indurre il consumatore a preferire quello molto meno caro, e il Veterinario a prescriverlo per agevolare il consumatore. A cascata l'industria farmaceutica perderebbe in primo luogo gli introiti, smetterebbe di produrre il farmaco, smetterebbe di fare ricerca per i nuovi farmaci, e infine ma non per ultimo (siccome abbiamo già visto che è vietato per legge prescrivere farmaci senza prima studiarne gli effetti sugli animali) gli animali stessi finirebbero per non avere medicinali.
Un cul de sac profondo, immenso, infinito.

Siccome l'argomento è delicato e piuttosto complesso, occorre sviscerarlo maggiormente, perché altrimenti si rischia di essere fraintesi.

Bene o male tutti quanti sappiamo che i tempi per la messa in commercio di un farmaco sono molto lunghi. Parliamo di un minimo di 7 anni, che possono diventare tranquillamente 12 o 15. Questo per quanto riguarda i medicinali ad uso umano, infatti i soli test preclinici durano in media 3 anni.

Le prove pre-cliniche valutano la sicurezza del composto (tossicità), il suo comportamento in seguito alla somministrazione, in termini di assorbimento, distribuzione, metabolismo, eliminazione (ADME) e la farmacocinetica (PK). Durante questa fase, il farmaco è prodotto su scala pilota, nel rispetto degli standard delle buone pratiche di laboratorio (Good Laboratory Practice ,GLP).

Le Sperimentazioni cliniche durano invece, in media, 7 anni.

Gli studi clinici sono solitamente condotti in tre fasi principali. Ogni fase affronta problematiche diverse e l’esito di ogni fase di studio è importante per decidere se la sperimentazione del nuovo farmaco debba procedere alla fase successiva.

Infine l’approvazione della regolatoria e del Marketing (1-2 anni).

L’approvazione di un farmaco da parte di un’autorità regolatoria è spesso un processo piuttosto lungo che richiede circa un anno per la revisione di tutta la documentazione e la pubblicazione di una decisione finale.
In seguito all’ottenimento dell’Autorizzazione all’Immissione in Commercio, il passo successivo è lanciare il prodotto sul mercato, attività che coinvolge i dipartimenti di Marketing, i quali devono produrre un dettagliato studio del mercato, un piano di comunicazione, un marchio registrato e un adeguato piano formativo per il personale che dovrà occuparsi della promozione del prodotto.Fonte e Fonte

Se volete approfondire l’argomento vi lascio il link alla pagina dell’AIFA qui.

Per quelli ad uso animale le cose non sono tanto dissimili.

Diciamo che un produttore farmaceutico decide che una sostanza chimica ha un potenziale uso, che cosa fa? L'azienda presenta una domanda al Centro per la medicina veterinaria della Food and Drug Administration, l'organizzazione all'interno della FDA che approva i farmaci progettati per gli animali (questo negli Stati Uniti, mentre in Italia si rivolge all’AIFA). Il processo di approvazione di una sostanza per la concessione di licenze è altamente regolamentato. Qualsiasi farmaco animale deve superare gli stessi protocolli SAFETY ed EFFICACY che un prodotto per uso umano deve passare.

Innanzitutto solo una piccola parte dei dati raccolti, durante i precedenti studi, possono essere tenuti in considerazione, perché la differenza tra umani e animali è importante; importante quanto la differenza tra un animale onnivoro e uno carnivoro, o uno erbivoro.

Occorre, per legge, che ogni principio attivo sia studiato sulla specie animale a cui è destinato, con indicazioni e posologie accuratamente sperimentate per ognuna di esse, tenuto conto dei diversi metabolismi e di conseguenza, della differente farmacodinamica e farmacocinetica. Per quanto riguarda gli animali da reddito, produttori di alimenti, inoltre è necessario studiare i tempi di sospensione, ovvero il tempo che trascorre tra l’ultima somministrazione del farmaco e l’uso alimentare dei prodotti di origine animale, per evitare che residui del farmaco passino nella carne.Fonte Ministero della Salute
Mentre in passato si andava a tentativi, somministrando farmaci che potevano anche portare alla morte gli animali, ora non è più possibile. Inoltre è pensiero comune che le aziende farmaceutiche siano già in possesso delle controindicazioni e interazioni animali, perché i farmaci ad uso umano vengono sempre testati sugli animali.
Questa cosa è vera solo in parte perché, come chiarisce il Ministero della Salute, ogni specie animale necessita di studi specifici a causa dei diversi metabolismi.

Nel caso di test di farmaci animali, il numero di individui utilizzati nei test di sperimentazione clinica non è tanto grande quanto per i prodotti destinati all'uso umano. Ma le stesse regole e regolamenti e verifiche di base devono essere documentati prima che un nuovo farmaco animale o umano venga presentato alla FDA per l'approvazione.

Inoltre per produrre un farmaco occorre che tutte queste branche lavorino allo stesso progetto.

La farmacocinetica: che studia i processi cui il farmaco è sottoposto dall'organismo dalla sua assunzione alla sua eliminazione. Comprende quattro fasi (assorbimento, distribuzione, metabolismo ed escrezione), note con l'acronimo ADME.

La farmacodinamica: che studia come una molecola produce un effetto su un organismo.

La farmacogenetica: che studia l'influenza dei geni sull'attività delle medicine sull'organismo.

La tossicologia: che si interessa delle molecole che hanno un effetto nocivo sull'organismo.

La farmacovigilanza o farmacosorveglianza: che monitora i farmaci in commercio per individuarne eventuali effetti collaterali non registrati durante la fase di sperimentazione.

La farmacoeconomia: che valuta il rapporto costo - benefici e la sostenibilità economica di un nuovo farmaco.

La farmacoterapia: che studia i farmaci utilizzati nella terapia delle patologie.

La farmacognosia: che studia le droghe medicinali preparate a partire da fonti naturali, comprese piante, organismi, minerali, ecc.

Stavamo dicendo che la metodologia di indagine non è dissimile a quella che ha subito in precedenza il farmaco umano, pertanto i tempi e le metodiche che portano alla commercializzazione possono essere altrettanto lunghi e onerosi.

"I farmaci per gli animali sono in genere più cari di quelli per gli uomini, è vero. Però ci sono delle valide spiegazioni. Innanzi tutto la ricerca medica, che si focalizza di più sul genere umano che non quello animale. Inoltre il discorso della posologia del farmaco è fondamentale. Ci vuole poco per capire che una malattia, anche identica, deve essere curata in maniera diversa, a seconda del paziente. Il bambino ha bisogno di farmaci diversi, rispetto a quelli dell'adulto, e così un cane necessità di cure ancora diverse."

"Non è possibile immaginare di curare un cavallo allo stesso modo di un gatto o di un uomo. Da qui nasce l'esigenza di famaci magari con lo stesso principio attivo ma diversi nella posologia. Una stessa molecola non è efficace allo stesso modo se prescritta ad un coniglio, che può pesare quattro etti, piuttosto che un cavallo, il cui peso può superare i 14 quintali. I mali sono gli stessi, ma per curarli, le dosi e le tempistiche devono per forza essere diversi". Massimo Gula di Ceva, veterinario dell'Asl Cn 1.

Robert Livingston, DVM, dell'Animal Health Institute, che rappresenta i produttori di farmaci per aziende agricole e animali da compagnia, afferma:
"Anche se tutto va bene nel processo di revisione e test, spesso ci vogliono più di cinque anni per ottenere un farmaco canino sullo scaffale del veterinario. È estremamente costoso e dispendioso in termini di tempo ottenere il numero richiesto di casi effettivi di animali di controllo trattati e non trattati per gli studi necessari."

I farmaci destinati all'uso degli animali spesso richiedono un investimento di 20-100 milioni di dollari, mentre per i farmaci umani il costo può raggiungere i 500 milioni di dollari o più, prima che sia concessa la vendita del farmaco."

Ma c’è anche un altro aspetto che va ad influire sul prezzo finale. Siccome i farmaci ad uso veterinario rappresentano l’uno/due/a volte il tre percento del fatturato complessivo delle aziende, inevitabilmente le spese lievitano in maniera quasi esponenziale.

Marco Melosi, Presidente dell’Anmvi (l’Associazione dei medici veterinari) scrive:

Le ragioni per cui le medicine per cani e gatti hanno un prezzo maggiore sono semplici: prima di tutto ci sono dei costi molto alti per ottenere il via libera alla commercializzazione.

"Se parliamo di un mercato che è il 2% sul totale di tutti i farmaci, tra veterinari e ad uso umano, questo influisce negativamente sul prezzo.

L’azienda farmaceutica deve presentare un dossier al Ministero in cui si certifica l’efficacia del farmaco. Sono documenti che costano anche decine di migliaia di euro perché frutto di una sperimentazione. Le case di produzione per recuperare le spese di ricerca alzano il prezzo. Inoltre, il mercato dei farmaci veterinari è più ristretto: rappresenta il 3 % di quello umano.Fonte

Questa disamina precisa e attenta, entra però in contrasto con alcune altre dichiarazioni di Melosi.

L'articolo in questione, del 2012, prende come esempio un nuovo farmaco per contrastare i sintomi della epilessia del cane. Il prezzo è 10 volte superiore a quello ad uso umano, diversificandosi solo per gli eccipienti e le quantità.

"Quando il prezzo non è giustificato da specie-specificità, ma è caricato da costi burocratici per ottenere l'immissione in commercio o da scelte speculative, i medici veterinari non hanno nessuna buona motivazione per far sopportare al proprietario una spesa tanto elevata per curare il proprio cane". Fonte

Il fatto è che il presidente dell'associazione nazionale medici veterinari sembra dimenticarsi completamente di alcuni semplici concetti.

Se la legge impone una ricerca scientifica mirata sugli animali, e questa ricerca implica tanto tempo e tanto denaro; chi ripaga le aziende se poi i Veterinari, al nulla osta delle autorità e alla messa in commercio del farmaco specifico, prescrivono i più economici farmaci ad uso umano?

Come dicevamo ci sono gli eccipienti, sempre differenti, che rendono il farmaco leggermente diverso, ma anche il packaging varia; senza dimenticare che le minori percentuali molecolari, in fase di produzione, influenzano anch’esse sul prezzo finale; perché la filiera produttiva non è la medesima.

Gli eccipienti sono spesso diversi. Noi mandiamo giù anche una fiala sgradevole, sapendo che è per la nostra salute, mentre un cane la rifiuta se non è aromatizzata”.
Altre dinamiche di mercato che influenzano in modo determinante i prezzi possono essere i limitati volumi di produzione di ogni singolo medicinale, le ridotte dimensioni del mercato e l’alto numero di diversi formati che è necessario produrre per adattarsi alle diverse “taglie” animali” spiega Melosi.

Sì perché è ovvio che il prezzo di un prodotto varia di molto a seconda delle quantità prodotte; ma a quanto pare non è altrettanto ovvio quando si parla di medicinali.

Essendo il mercato Veterinario in media solo il 2% di quello totale, l’azienda si troverà con un ingente spesa iniziale e la necessità impellente di un ritorno economico.

Perché impellente?

Perché la finestra temporale è di dieci anni, dopodiché il marchio registrato decadrà e chiunque potrà produrre il farmaco, copiandone le caratteristiche e le qualità.

Poterlo commercializzare senza spendere un solo euro per la ricerca, significa poterlo vendere a prezzi equivalenti ai prodotti da banco.

Infine uno degli ultimi aspetti che concorrono alla differenza abissale di prezzo, sono proprio le leggi, e quelle Europee sono molto simili a quelle Americane.

Agli animali possono essere somministrati solo farmaci ad uso veterinario. Anche se per alcuni gruppi animalisti, politici, gruppi di consumatori e sindacati è un sopruso e un paradosso.

"In Veterinaria la legge prevede l’obbligo della cosiddetta cascata" spiega Angelo Troi, segretario nazionale di SiVeLP, il sindacato italiano dei veterinari liberi professionisti.

"Si deve prescrivere obbligatoriamente il farmaco veterinario destinato a quella specie ed a quella patologia. Solo se questo non esiste, si può usare altro farmaco veterinario destinato ad altra specie. In assenza si può passare all’uso umano. Ci troviamo quindi di fronte ad un paradosso: mentre il medico deve prescrivere per le persone il principio attivo del farmaco, ed il paziente può scegliere il farmaco “di marca” o il cosiddetto generico, pagando la differenza, in veterinaria questo non è possibile (articolo 10 del Decreto Legislativo 193/2006)".

Al solito le norme italiane sono formulate per compiacere i “poteri forti” tipo le cause farmaceutiche.” Ecco cosa scrive Bruno Garrone su questo articolo.

In realtà c’è un motivo diverso e a mio avviso piuttosto importante:

Voi dareste la possibilità ad un medico Veterinario di prescrivere farmaci ad uso umano?

La legge dice no (e vale sia per quella Europea che per quella Americana) ma si spinge oltre perché, giustamente, neppure i Medici degli umani possono prescrivere farmaci ad uso Veterinario.

Innanzitutto le competenze sono differenti, perché anche se attribuiamo ai nostri amici a quattro zampe un anima e affetti umani, le loro caratteristiche li rendono diversi; pertanto non è consentito ad un Medico di curare un animale, allo stesso modo come non è consentito ad un Veterinario di curare un essere umano. Ps. mi scuso con i Veterinari perché chiamo loro in quel modo, mentre gli altri li chiamo Medici. Sia chiaro: Medici li sono entrambi, variano le competenze.

In secondo luogo, come abbiamo visto in precedenza, i medicinali, anche quando ci sembrano identici, differiscono per quantità ed eccipienti; e anche se è vero che a volte basta dividere la pastiglia in 2 o in 4 per ottenere dosi similari, non sempre funziona in questo modo e potrebbe essere fatale; pertanto occorre sempre consultare il medico Veterinario.

Basti pensare agli effetti mortali di un aspirina su un gatto, o al semplice cioccolato ad un cane: insomma siamo diversi.

Esiste una regola detta a cascata, come ricorda Angelo Troi, pertanto quando il medicinale ad uso Veterinario non è disponibile e l’animale è in pericolo di vita, o soffre, allora è possibile prescrivere una adeguata cura con un medicinale ad uso umano; e la stessa regola vale per una patologia in cui non esiste una cura Veterinaria e si è costretti ad usare un alternativa potenzialmente pericolosa, ma praticabile come ultima risorsa.

L’ultimo fattore che contribuisce alla differenza di prezzo è l’IVA.

I medicinali ad uso umano sono tassati al 10% mentre quelli Veterinari al 22%.

La legge anche in questo caso è perentoria; il Veterinario che trasgredisce a queste regole viene sanzionato con multe molto onerose (dai 1.549 ai 9.296 euro) e lo stesso vale per il Medico che prescrive farmaci ad uso umano, a pazienti che li vogliono utilizzare per i propri animali.

Le aziende farmaceutiche che producono medicinali ad uso Veterinario decidono il prezzo del farmaco; che è dettato da decine di importanti motivazioni, tra le quali c'è ovviamente il mero guadagno, e i singoli Stati non hanno potere contrattuale perché è riservato ai soli farmaci umani passati dal servizio sanitario.

Solo per i medicinali rimborsati dal Servizio Sanitario Nazionale (classe A e H) esiste un processo di negoziazione dei prezzi che coinvolge l’AIFA e l’azienda titolare dell’Autorizzazione all’Immissione in Commercio.

In più di un occasione è stato chiesto di portare l’iva al 10% per entrambi i farmaci (anche se da una parte vengono ritenuti necessari per disincentivarne l’abuso sugli animali da reddito) ma ad ora le richieste (ovviamente per un mero motivo economico che però riguarda, questa volta, i soli governi) non sono mai state accolte.

Spero di essere riuscito a fare un po' di chiarezza, ma è importante che, oltre ai dati che vi ho fornito, leggiate anche l'opinione contraria di SIVeLP e diate un occhiata alle iniziative per cambiare le normative.

Qui potete trovare la pagina dedicata per dare un contributo, e eventualmente, lottare per "il farmaco veterinario libero".

Peccato che le possibilità fornitevi siano imbarazzanti.

Sì lo dico e lo ripeto, imbarazzanti, perché dopo tutti questi buoni propositi e articoli di giornale, è imbarazzante che il Sindacato italiano dei Veterinari liberi professionisti dia la possibilità di scaricare la sola locandina, priva di qualsivoglia informazione; mentre alla voce "scarica, stampa, firma e spedisci" (probabilmente l'unico mezzo a disposizione dei veterinari per manifestare le loro rimostranze) rimandi ad una scritta:

"Oops! La pagina che stai cercando di aprire non esiste."

Sarà anche questo colpa dei poteri forti Bruno Garrone?




Fonti