domenica 13 settembre 2020

Superspreaders


 

Mary Mallon nacque in Irlanda nel 1869 ed emigrò negli Stati Uniti nel 1883-84. La storia narra che, prima di ottenere una promozione, lavorò a servizio come domestica per diverse famiglie.
Il 1906 fu l'anno della svolta perché venne assunta da Charles Henry Warren, un ricco banchiere di New York.
Warren aveva preso in affitto per l'estate una residenza a Oyster Bay, sulla costa settentrionale di Long Island e siccome gli occorreva una nuova cuoca scelse lei.
Accadde però qualcosa di inaspettato: dal 27 agosto al 3 settembre, 6 delle 11 persone presenti nella casa finirono per contrarre la febbre tifoide.
Warren, preoccupato e impaziente di conoscerne la causa, decise di assumere un ingegnere sanitario di nome George Soper.
In pochi giorni arrivò alla conclusione che la causa più probabile fosse imputabile alle vongole di acqua dolce di cui gli ospiti si erano nutriti, e al loro agente patogeno, la salmonella, associato alla febbre tifoide.
Cambiò idea di lì a poco perché, un indagine più scrupolosa portò alla luce che non tutti gli ospiti infetti ne avevano mangiato.
Grazie ad un fiuto fuori dalla norma iniziò a sospettare di Mary, soprattutto perché infetta ma asintomatica, e così iniziò a pedinarla dal marzo del 1907 indagando anche sul suo passato.
Scoprì che aveva lavorato a Manhattan per almeno 8 famiglie, 7 delle quali erano state colpite da Tifo.
Contò 22 persone in tutto, tra le quali c'era anche qualche morto.
  • Nel 1907 circa 3000 newyorkesi furono colpiti da Salmonella Typhi e con tutta probabilità furono tutti casi primari e secondari a lei collegati: per questo venne soprannominata dalla stampa "Typhoid Mary".
Subì una quarantena coatta in due diverse occasioni a North Brother Island. Dalla prima fu liberata per problemi etici ma, decisa a trovare nuovamente lavoro, fu costretta a cambiare nome in Mary Brown.
Si fece assumere come cuoca alla Sloane Maternity a Manhattan e lì contaminò, in circa tre mesi, almeno 25 persone tra medici, infermieri e personale; 2 dei quali morirono.
Così fu costretta a subire controvoglia la seconda quarantena: in tutto passò ben 26 anni in isolamento.

Di "untori" ne è piena la storia; dalla "pestis manufacta" risalente al 1300, fino al Manzoni che la descrisse nei Promessi Sposi, ambientato durante la peste che colpì Milano nel 1630.
Ma come dicevamo, di persone accusate ingiustamente di ungere case e persone con sostanze pestilenziali ne è piena la storia, quello di Mary Mallon però fu il primo caso interamente documentato e studiato della storia moderna.
  • Durante la prima guerra mondiale a Fort Riley, nel Kansas, vennero accolti parte dei 50 mila uomini che poi sarebbero stati arruolati nell’Esercito. Al suo interno fu eretto un nuovo campo di addestramento: Camp Funston. Il 4 marzo un soldato si presentò febbricitante in infermeria e, nel giro di qualche giorno, più di un centinaio di suoi commilitoni mostrarono i sintomi della stessa violenta patologia. Altri, come è noto a tutti, si ammalarono nelle settimane e mesi a venire di quella che poi fu soprannominata "Influenza Spagnola".
  • All'inizio del 1983 un infermiera, affetta da S. Aureus, fu collegata a focolai di infezioni cutanee da stafilococco, che si svilupparono in ben due asili nido di due diversi ospedali della Florida.
  • Ad un bambino di 9 anni del Nord Dakota, contagiato dalla sua tutrice, venne diagnosticata la tubercolosi extrapolmonare. Il referto parlò di infezione cavitaria bilaterale e 56 dei suoi contatti scolastici risultarono positivi al test cutaneo per la tubercolina.
  • Durante l' epidemia di febbre emorragica di Ebola, che colpì nel 1995 Kikwit, nella Repubblica Democratica del Congo, due persone che mostravano i sintomi divennero la fonte di contagio per più di 50 casi secondari.
L'enciclopedia Treccani descrive così questo neologismo:
Super diffusore s. m. In caso di epidemia, persona che trasmette il virus a un numero più alto di individui rispetto alle altre.
  • Nel 1998, in una scuola superiore in Finlandia, uno studente ne infettò altri 22 con il morbillo; la notizia può non sembrare poi così eclatante, visto che l'R0 del morbillovirus è circa 17-18, ma la cosa atipica fu che a 8 dei contagiati era stata fatta la vaccinazione completa; che però a quanto pare non servì.
Secondo il Dr. Faucicampus universitari sono l'ambiente ideale per eventi di superspreading detti SSE (super spreading events).
In generale però è bene ricordare che tutti i luoghi affollati, in cui sono previste attività indoore, sono favorevoli e propiziatori a questi eventi.
  • Un modello stocastico (stochastikòs significa congetturale, ma i modelli stocastici tengono in considerazione le variazioni -causali e non- delle variabili, fornendo anche risultati probabilistici) analizzò 1512 pazienti durante le prime 10 settimane della pandemia di SARS ad Hong Kong. Mostrò che il virus era moderatamente trasmissibile, con 2,7 infezioni secondarie per ogni caso indice (escludendo gli eventi di super diffusione). Un modello simile fu usato in una popolazione completamente suscettibile, cioè che non aveva implementato il controllo delle infezioni, è stabilì che un individuo infetterebbe in media circa 3 contatti secondari. Però, tra i primi 201 probabili pazienti con SARS a Singapore, l'81% non fornì prove di aver infettato altri, ma 5 individui infettarono ciascuno 10 o più contatti secondari. Utilizzando analisi matematiche e statistiche, lo studio rilevò che circa il 71% da Hong Kong e il 75% circa da Singapore, erano attribuibili a eventi di super diffusione, e suggerì che, ritardare il ricovero ospedaliero di oltre 4 giorni dopo l'inizio dei sintomi, indurrebbe eventi di super diffusione, sottolineando l'importanza della diagnosi precoce e dell'isolamento.
The Guardian cerca di fornire qualche dato. "Esistono numerose teorie, ma nessuna risposta definitiva. Alcuni ipotizzano che abbia a che fare con il sistema immunitario del superdiffusore, che potrebbe non essere efficiente a sopprimere il virus o, in alternativa, potrebbe essere così buono da non sentire i sintomi stessi, quindi continuare a trasmetterlo ad altri. Ma è probabile che sia causato da più fattori, tra cui l'assunzione di una dose maggiore di virus in primo luogo, o l'infezione da più agenti patogeni. Una cosa sembra certa: è impossibile prevedere chi sarà un super-spargitore e chi no."
L'analisi su una catena di trasmissione, avvenuta all'inizio dell'epidemia di SARS di Pechino, rivelò che di 77 pazienti esaminati, 66 non avevano infettato altri. 7 infettarono circa 3 individui ciascuno, o forse meno, ma 4 ne infettarono almeno 8 o più ciascuno: fu per questo che vennero considerati super diffusori.
  • Un altro fattore di rischio, per eventi di super diffusione, emerse dal rapporto medico di un uomo di 54 anni che si presentò il 15 aprile all'ospedale di Pingjin, in Cina, bisognoso di cure per una malattia coronarica (il diabete di tipo II e l'insufficienza renale cronica). Lo stesso giorno, in seguito all'ammissione, gli venne la febbre, la mialgia e il mal di gola, e un medico sospettò la SARS perché notò una analogia con un decorso simile, avvenuto ad un paziente SARS di un altro ospedale. Il 17 aprile il paziente fu trasferito all'ospedale di Tianjin, perché fornito di una struttura più adatta alla sua patologia, e ricevette cure per i successivi due giorni. Il 19 aprile morì. Nel solo nell'ospedale di Pingjin infettò direttamente altre 33 persone.
Massimo Galli (infettivologo) e Andrea Crisanti (professore ordinario di microbiologia e parassitologia molecolare) affermano:
"I superdiffusori sono normalmente asintomatici e questo li rende maggiormente pericolosi perché è difficile isolarli; inoltre, è possibile individuarli solo successivamente. Diventa dunque di estrema importanza la possibilità di scorgerli il prima possibile così come capirne l’origine."
  • Almeno due eventi di super diffusione furono descritti ad Hong Kong. Nel Prince of Wales Hospital il paziente indice fu un uomo di 26 anni, ricoverato il 4 marzo del 2003. A causa delle sue condizioni necessitò di cure per una polmonite al lobo superiore destro. Gli furono somministrati broncodilatatori tramite un nebulizzatore e, alla luce di quello che accadde in seguito, non risultò scelta più oculata.
Di seguito riporto uno stralcio di un intervista di Quammen ad Ali S. Khan (medico epidemiologo) in cui discutono di questo episodio.
Ti aiuta ad aprire le vie respiratorie", mi disse Khan, uno strumento utile e sicuro per prevenire, diciamo, un attacco d'asma. Ma, con un Virus altamente contagioso, risulta poco saggio. “Quando espiri da questo, essenzialmente stai prendendo tutto il Virus che hai nei polmoni e lo stai spargendo di nuovo nell’aria; in quel caso nel pronto soccorso."
Il sovraffollamento, unito ad un sistema di ventilazione obsoleto, si pensa abbia facilitato la diffusione del virus.
Nelle due settimane successive 156 persone, tra cui personale ospedaliero, pazienti e visitatori, furono ricoverate e tutti i casi furono riconducibili a quel singolo paziente: la SARS fu diagnosticata a 138 di loro.
  • Il paziente indice del secondo focolaio, collegato al precedente, fu un uomo in emodialisi per insufficienza renale cronica. Aveva la diarrea e, in due occasioni, aveva soggiornato dal fratello, residente nel Blocco E nel complesso residenziale di Amoy Gardens. Amoy Gardens disponeva di 19 blocchi residenziali, con 8 appartamenti su ciascuno dei 33 piani. In diversi bagni del blocco E si scoprì, in seguito, che i pozzetti ad U che collegavano i tubi di drenaggio verticali ai sanitari, non funzionavano correttamente. Di conseguenza, quando l'acqua scorreva verso il basso, il riflusso dai montanti era in grado di generare aerosol e diffondere agenti patogeni nei singoli bagni: e fu proprio quello che accadde. Inoltre i ventilatori per l'areazione, installati dai residenti in molti dei bagni, crearono una significativa pressione negativa che amplificò il riflusso dell'aerosol. Nell'epidemia del complesso Amoy Gardens, 329 persone vennero infettate e 42 morirono.
Quammen, di seguito, descrive l'ennesimo caso di super diffusione.
"Nel gennaio 2003, nel corpo di un corpulento mercante di frutti di mare in preda ad una crisi respiratoria, il virus raggiunse un ospedale di Guangzhou. In quell'ospedale, e poi in una struttura per patologie respiratorie nella quale fu trasferito, l'uomo tossì, ansimò, vomitò e sbuffò durante l'intubazione, infettando dozzine di operatori sanitari. Diventò noto tra il personale medico di Guangzhou come il “re dei veleni”.
Un medico infetto, un nefrologo dell'ospedale, ebbe sintomi simil-influenzali ma poi, sentendosi meglio, fece un viaggio di tre ore in autobus fino ad Hong Kong, per il matrimonio di suo nipote.
Nella stanza 911 del Metropole Hotel il medico si sentì male di nuovo, diffondendo la malattia lungo tutto il corridoio del nono piano. Nei giorni seguenti altri ospiti del nono piano volarono a casa a Singapore e Toronto, portando con sé la malattia.
Uno di quelli infettati fu un assistente di volo, che alla fine è stato collegato a più di 100 casi di SARS a Singapore.
Diverse settimane dopo l'Organizzazione mondiale della sanità la chiamò SARS
"SARS raggiunse Toronto il 23 febbraio 2003, trasportato da una donna di settantotto anni che pernottò due notti con suo marito, durante un viaggio di una vacanza di due settimane, a Hong Kong. La coppia alloggiò al nono piano del Metropole Hotel.
La donna si ammalò, poi morì a casa il 5 marzo; casa frequentata dalla famiglia, incluso uno dei suoi figli che presto mostrò i medesimi sintomi.
Dopo una settimana di difficoltà respiratorie andò in un pronto soccorso e lì, senza isolamento, gli fu somministrato un farmaco attraverso un nebulizzatore che trasforma il liquido in nebbia.
Altri due pazienti furono infettati, uno dei quali finì poco dopo in un unità di cura coronarica, con un attacco di cuore. Lì alla fine infettò otto infermiere, un medico, altri tre pazienti, due impiegati, sua moglie e, tra gli altri, due tecnici.
Potresti chiamarlo un super spargitore. Una semplice visita del pronto soccorso portò a 128 casi tra le persone associate all'ospedale, e diciassette di loro morirono."
  • Nel Settembre/Ottobre 2012, un'epidemia di gastroenteriti da Norovirus fu registrata nella parte orientale della Germania. Furono colpite un totale di 390 strutture, tra le quali molte scuole dislocate in cinque degli Stati Federali della Germania. Furono registrati 10.950 casi di gastroenterite con 38 ricoveri. I risultati delle indagini epidemiologiche e di rintracciabilità suggerirono che una consegna di fragole congelate, importate dalla Cina, fosse l'origine della epidemia.
Attenzione però, anche se stiamo parlando di fragole, si tratta comunque di un virus umano, non di batteri.
Da chi furono contaminate quelle fragole e quante persone contribuirono all'epidemia è un mistero che non verrà mai risolto, però 390 strutture colpite è un numero davvero impressionante.
  • A livello europeo, la Francia segnalò un' epidemia infettiva da HAV (epatite A) che portò a 59 casi. Pomodori secchi congelati furono identificati come mezzo d'infezione in tutti i casi primari.
  • Sempre i pomodori secchi furono la causa di in un' epidemia che coinvolse 144 casi da HAV in Australia nel 2009.
  • Nel 1997 un' epidemia, che interessò 153 persone, fu associata al consumo di fragole congelate. In seguito vi furono segnalazioni nello stato del Michigan e poi a Shanghai (Cina) nel 1988. Si scoprì che 250.000 persone ebbero un'infezione da HAV dopo aver consumato vongole contaminate.
A costo di essere pedante vi rammento di nuovo che stiamo parlando di un virus umano, non di un batterio.
Le vongole, a volte, possono trattenere al loro interno i virus che provengono da residui fecali umani, se presenti nell'acqua.
250.000 persone contaminate da vongole significa concentrazioni virali abnormi, perché i virus presenti in esse, o nelle fragole, o nei pomodori secchi, o qualunque altro cibo, non prolificano su di essi come accade con i batteri, bensì persistono attraverso contaminazioni umane.
Pertanto le concentrazioni virali (la carica virale) al momento dell'assunzione come cibo, è la medesima presente al momento del contagio, a prescindere dal momento in cui avviene (cioè durante la raccolta, il lavaggio, durante il confezionamento, congelamento, trasporto o vendita).
  • Arriviamo alla MERS, le cui infezioni primarie si verificano di norma nei paesi del Medio Oriente, in cui cammelli e dromedari sono stati identificati come una delle specie che ospitano il virus. Tuttavia il trasporto, atto alla vendita, scatenò diversi casi in altri paesi. In particolare, tra maggio e luglio 2015, un focolaio di MERS CoV, incentrato in Corea del Sud, uccise 36 persone su 186 casi confermati.
  • L'epidemia di MERS-CoV del 2015 in Corea del Sud iniziò da un caso importato, un maschio di 68 anni con una storia recente di viaggi in diversi paesi del Medio Oriente, tra cui Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Qatar; tra l'altro gli ultimi tre paesi avevano anche segnalato casi umani di MERS-CoV durante lo stesso periodo di tempo. Dopo che il paziente iniziò a manifestare i sintomi della malattia, cercò assistenza medica in diverse cliniche prima di essere ricoverato in ospedale, dove finalmente gli venne confermato che era infetto da MERS-CoV. Da allora, 29 infezioni secondarie furono ricondotte direttamente a questo paziente indice. Inoltre, due di questi casi secondari dimostrarono essere responsabili di 106 infezioni successive, su 166 casi noti all'epoca.
  • In misura minore, eventi simili furono osservati con l'epidemia di EBOV del 2014-15, concentrata nei paesi dell'Africa occidentale di Guinea, Sierra Leone e Liberia. Il lavoro epidemiologico collegò 5 infezioni ad un bambino di 2 anni, nel remoto villaggio di Meliandou in Guinea. Uno dei contatti, un'ostetrica, ne infettò almeno altri 3 tra cui un lavoratore dell'ospedale di Guéckédou. Questo lavoratore poi infettò diversi membri della sua famiglia, nel distretto di Guéckédou Farako, così come altri 15 all'ospedale di Macenta.
  • Il 26 febbraio del 2020, 175 dirigenti della società biotecnologica Biogen si riunirono in un hotel di Boston per una conferenza. Quel singolo evento scatenò una epidemia che colpì almeno 20.000 persone.
  • Il terzo caso confermato di nuovo coronavirus, nel Regno Unito, fu un uomo sulla cinquantina. Aveva contratto il virus mentre si trovava a Singapore per partecipare a una conferenza. Al suo ritorno in Europa aveva poi trascorso alcuni giorni con la famiglia a Les Contamines-Montjoie, nel dipartimento dell’Alta Savoia della regione dell’Alvernia-Rodano-Alpi, in Francia. Quando era ormai tornato a Brighton, con un volo Easyjet, 5 persone che si trovavano nel suo stesso chalet risultarono positive al Covid-19.
  • I super diffusori però non sono solo umani, ma anche animali. Un'indagine trasversale condotta su 474 allevamenti di bovini scozzesi di Matthews, rivelò notevoli differenze nell'infettività: circa il 20% degli animali più infettivi fu la causa di circa l'80% della trasmissione.
Gli eventi di superdiffusione hanno in comune svariati punti.
Assembramenti al chiuso e contatti prolungati li facilitano. Una carica virale superiore alla norma di alcuni individui sembra determinante. Il grado di socialità di un superdiffusore è altresì importante.
Ma c'è un altra cosa che accomuna praticamente tutti gli eventi di super diffusione: la regola 80/20 rappresentata nella foto di copertina (elaborazione grafica di Daniel Moon).
Il principio di Pareto prende il nome dall'economista e sociologo Vilfredo Pareto e sostanzialmente spiega in virologia, ma non solo, come il 20% degli eventi scateni l'80% dei casi.
La legge 80/20 non è una regola matematica ma una sorta di indicazione.
"Il 20% dei vostri clienti genererà l’80% del fatturato. L’80% dei visitatori di un sito vede solo il 20% delle pagine. L’80% del valore del magazzino è determinato dal 20% degli articoli totali. Sul 20% delle strade avviene l’80% di tutti gli spostamenti. L’80% delle chiamate viene effettuata da e verso il 20% dei contatti in memoria."
Allo stesso modo si è visto che il 20% degli infetti è probabilmente la causa  scatenante dell'80% delle infezioni.

Enrico Bucci, biologo e docente alla Temple University di Filadelfia, commenta: “E' vero che i giovani rischiano meno la propria salute, ma essi sono veicoli che il virus può usare per infettare altri soggetti in cui la malattia non ha un decorso così benigno”.
  • Tornando di nuovo ai soli casi umani, a febbraio 2020 un fedele della chiesa sudcoreana contagiò altri 43 fedeli di Coronavirus,  mentre un cantore di una corale a Washington ne contagiò 53. Nello stesso periodo un avvocato di New York fu responsabile della trasmissione del nuovo Coronavirus a più di 100 persone della sua comunità.
  • Un altro documento (sottoposto a revisione paritaria) della fine di aprile, rivelò che 94 dei 216 dipendenti all'11° piano di un affollato call center, in Corea del Sud, furono probabilmente infettati da un singolo caso indice, tra fine febbraio e inizio marzo.
  • In uno studio preprint sembra che su 212 casi di Covid-19 in Israele, tra la fine di febbraio e la fine di aprile, l'80% delle trasmissioni fu causata da l'1-10% dei casi.
  • A fine gennaio, mentre il nuovo Coronavirus iniziava a diffondersi dalla provincia cinese di Hubei, un gruppo di buddisti laici si recò, in autobus, ad una cerimonia al tempio nella città di Ningbo, situata a centinaia di miglia da Wuhan. Un passeggero, di uno dei due autobus, aveva recentemente cenato con degli amici di Hubei e a sua insaputa si era infettato. Nei giorni successivi ben 24 compagni di viaggio furono trovati infetti, mentre nessuno dei 60 passeggeri del secondo mezzo contrasse il virus.
  • Ad una festa di compleanno, avvenuta il 12 marzo a Westport, parteciparono circa 50 persone e metà finì per infettarsi. I casi secondari si sparsero così velocemente che non fu possibile rintracciarli tutti.
  • A marzo, ad Albany in Georgia, vi fu un funerale che ebbe molto seguito. Parteciparono più di 200 persone, molte delle quali non riuscì neppure ad entrare in chiesa dal tanto che era gremita. Come accade di sovente ai funerali, vi fu un gran numero di abbracci e strette di mano e pacche sulle spalle. Dopo un paio di settimane tutti e 6 i fratelli della vittima finirono per avere i sintomi da Covid-19, insieme a 24 parenti. Quel singolo evento scatenò l'epidemia nell'intera cittadina.
  • A Praga, al termine della prima ondata, centinaia di persone decisero di festeggiare la fine del Coronavirus in un Nightclub e, nei giorni a seguire, si scoprì che ben 68 rimasero infettati all'evento.
  • Una ragazza americana di 26 anni, sintomatica, ha trasgredito alla quarantena obbligatoria dopo il tampone, effettuato a Garmisch-Partenkirchen, una famosa località sciistica nelle Alpi bavaresi. La stessa sera del tampone si è recata in un cocktail bar, contagiando 54 persone, anche se il numero sembra destinato ad aumentare.
In conclusione, anche se i superdiffusori e gli eventi di superdiffusione sono ancora fonte di studio, vi sono innumerevoli prove che siano il secondo step, nonché combustibile, nelle epidemie e pandemie.
Alla base vi sono gli eventi di Spillover, dove un salto di specie crea un virus nuovo e potenzialmente letale. Le deforestazioni, il commercio di animali selvatici, gli assembramenti umani in prossimità di ambienti vergini, favoriscono la nascita di nuovi virus, ma in seguito i superdiffusori alimentano epidemie che possono mutare in pandemie.
Siccome circa il 20% degli infetti scatena circa l'80% dei casi, è essenziale non sottovalutare mai la diffusione di un virus, né le sue conseguenze.
Le famose 3T (tracciare, testare e trattare) sono l'arma primaria che abbiamo a disposizione.
Se abbassiamo le difese, se sottovalutiamo i segnali e gli eventi, anche quelli all'apparenza più insignificanti (questo a prescindere dal virus) diamo loro modo di acquisire forza.
Per decine di anni abbiamo sottovalutato gli allarmi di WHO (OMS) ritenendoli esagerati, ritenendo che il dispendio di denaro fosse un azzardo e un mezzo preventivo non necessario.
Lo stesso si ripete ciclicamente ad ogni ondata epidemica; le difese si abbassano e l'idea che il virus ritorni nuovamente come prima, suona come un allarme inconsistente e lontano.
Come ama ripetere Roberta Villa (laurea in medicina e chirurgia e divulgatrice scientifica) dobbiamo imparare a convivere con il virus, evitare di cedere al panico, ma mai abbassare la guardia.



Fonti



























martedì 21 luglio 2020

Discussione sulle malattie Zoonotiche



Image protected by copyright: National Geographic



Di David Quammen 2007
Traduzione rivista e corretta da Marco Ferrari

Quando le malattie zoonotiche passano dagli animali agli esseri umani possono verificarsi pandemie, ed è per questo che gli scienziati stanno monitorando nuovi virus letali.

"Questo è quanto" disse Reid. "E' questo l'albero insanguinato." In realtà avrebbe voluto dire che era li che si radunavano i pipistrelli.

Nel settembre 1994 una malattia violenta scoppiò tra i cavalli da corsa in un sobborgo di Brisbane, in Australia. Il posto, chiamato Hendra, era un vecchio e tranquillo quartiere pieno di ippodromi, stalle, edicole che vendevano riviste e caffè d'angolo con nomi come The Feed Bin e Racing People.
La prima vittima fu una cavalla gravida di nome Drama Series che iniziò a mostrare i primi sintomi presso un pascolo di periferia; fu allora che venne riportata nella stalla dal suo allenatore, per essere curata, ma finì per peggiorare. Tre persone lavorarono per salvarla: l'addestratore stesso, il caposquadra e un veterinario. Nel giro di due giorni Drama Series morì, lasciando solo incertezze sulle possibili cause.
Era stata morsa da un serpente? Aveva forse mangiato delle erbe velenose in quella torbida e isolata prateria?
Queste ipotesi furono scartate due settimane dopo, quando la maggior parte dei suoi compagni di scuderia si ammalarono. La causa quindi non poteva essere il morso di un serpente e neppure del foraggio avvelenato, era qualcosa di contagioso.
Anche gli altri cavalli iniziarono a soffrire di febbre alta, difficoltà respiratorie, gonfiore facciale e goffaggine; in alcuni una schiuma sanguinolenta iniziò a fuoriuscire dalle narici e dalla bocca. Nonostante gli eroici sforzi del veterinario, morirono in pochi giorni altri 12 animali.
Nel frattempo l'allenatore stesso iniziò a stare male; e altrettanto fece il caposquadra. Il veterinario invece, che lavorò a stretto contatto con entrambi e in mezzo alle stesse folli circostanze, rimase in buona salute.
Dopo alcuni giorni di ospedale l'allenatore morì perché, mentre faticava a respirare, i suoi reni smisero di funzionare.
 Il caposquadra invece, un uomo di grande cuore di nome Ray Unwin, che era semplicemente tornato a casa per curarsi la febbre in privato, sopravvisse.
Lui e il veterinario mi raccontarono le loro storie quando li incontrai a Hendra un anno fa.
Ray Unwin è un lavoratore di mezza età con una coda di cavallo color rosso sabbia e una certa tristezza nei suoi occhi stanchi. Mi dichiarò di non essere un piagnucolone ma, la sua salute non era più la stessa da quella volta.
L'analisi di laboratorio rivelò che i cavalli e gli uomini furono infettati da un virus fino ad allora sconosciuto.
In un primo momento i tecnici del laboratorio lo chiamarono morbillovirus equino, il che stava ad indicare che era strettamente imparentato con il morbillo. Più tardi però, quando la sua unicità venne maggiormente apprezzata, fu rinominato con il nome del luogo: Hendra.
Il veterinario, un tipo alto e gentile di nome Peter Reid, mi disse che "la velocità con cui colpì quei cavalli fu incredibile". Al culmine della crisi ben sette animali morirono, e lo fecero dopo atroci ed indicibili dolori; fu anche per questo che richiesero l'autopsia, e che ebbe luogo dopo sole 12 ore.
Uno dei cavalli morì scalciando e ansimando così disperatamente che Reid non riuscì ad avvicinarsi abbastanza per l'iniezione letale. "Non avevo mai visto un virus fare una cosa del genere prima d'ora" disse. Poi, utilizzando un eufemismo, lo ricordò come "un momento piuttosto traumatico".
Identificare il nuovo virus fu solo il primo passo per risolvere il mistero di Hendra, per non parlare della comprensione del caso nel suo contesto più ampio.
Il secondo passo prevedeva di trovare il nascondiglio del virus: dove si annidava quando non uccideva cavalli e persone?
Il terzo passo comprendeva un certo numero di domande: com'è emerso dal suo rifugio segreto, e perché qui e perché ora?
Dopo la nostra prima conversazione, Peter Reid mi portò al sito dove Drama Series si era ammalata.
Da allora il paesaggio era cambiato; villette a schiera, affacciate su strade private, erano state erette sopra il pascolo originale.
Non restava molto del vecchio paesaggio ma, verso la fine di una strada c'era una rotonda chiamata Calliope Circuit, al cui centro c'era un singolo albero adulto, un fico autoctono della zona, sotto il quale la cavalla era solita trovar riparo dal feroce sole subtropicale dell'Australia orientale.
Le malattie infettive ci circondano. Le malattie infettive sono una sorta di legante che unisce una creatura all'altra, una specie all'altra, all'interno di strutture elaborate che chiamiamo ecosistemi. Sono uno dei processi di base che gli ecologi studiano, tra i quali anche la predazione, la competizione e la fotosintesi.
I predatori sono bestie relativamente grandi che mangiano le loro prede dall'esterno. I patogeni invece (agenti che causano malattie, come i virus) sono esseri relativamente piccoli che si nutrono delle loro prede dall'interno.
Anche se le malattie infettive possono sembrare macabre e terribili, fanno ciò che a noi appare naturale nei leoni, che si nutrono di gnu, zebre e gazzelle.
Ma le condizioni non sono sempre le stesse.
Proprio come i predatori hanno le loro prede abituali, i loro obiettivi preferiti, altrettanto accade per gli agenti patogeni. Proprio come un leone potrebbe occasionalmente allontanarsi dal suo comportamento normale e uccidere una mucca invece di uno gnu, o un essere umano invece di una zebra, così un agente patogeno può passare a un nuovo bersaglio.
Gli incidenti accadono, e si verificano aberrazioni. Le circostanze cambiano e, con esse, cambiano anche le opportunità e le esigenze. Quando un agente patogeno salta da un animale a una persona, e riesce a creargli problemi, il risultato si chiama zoonosi.
La parola zoonosi non è familiare alla maggior parte delle persone ma, aiuta a chiarire la realtà biologica dietro i titoli spaventosi sull'influenza aviaria, oppure la SARS e altre forme gravi, nonché la minaccia di una futura pandemia.
Quel termine ci racconta qualcosa di essenziale sull'origine dell'HIV. È una parola del futuro, destinata ad un uso sempre più massiccio nel XXI secolo.
L'Ebola è una zoonosi e altrettanto fu la peste bubbonica.
La febbre gialla, il monkeypox (vaiolo delle scimmie), la tubercolosi bovina, la malattia di Lyme, la febbre del Nilo occidentale, il Marburg, molti ceppi di influenza, la rabbia, la sindrome polmonare da Hantavirus, e pure una strana e nuova infezione chiamata Nipah, che uccide maiali e allevatori di maiali in Malesia. Ognuna di queste è causata da un agente patogeno che è stato in grado di fare un salto di specie.
Questa forma di salto interspecie non è affatto rara, anzi è piuttosto comune; circa il 60% di tutte le malattie infettive umane attualmente note sono comuni a animali ed esseri umani. Alcune di queste, in particolare la rabbia, sono diffuse e notoriamente letali, e sono in grado ancora oggi di uccidere gli esseri umani, nonostante secoli di sforzi per far fronte ai loro effetti, nonostante i tentativi internazionali mirati a sradicarli o controllarli, e nonostante una maggiore comprensione scientifica di come funzionano.
Altre sono nuove e inspiegabilmente sporadiche, che mietono solo poche vittime (come ha fatto Hendra) o alcune centinaia in questo o quel luogo, per poi scomparire per anni.

Il vaiolo, per fare un esempio, non è una zoonosi. Fu causato da un virus che infettava l'Homo sapiens e, in casi molto eccezionali, alcuni primati non umani, ma non cavalli o ratti o altre specie. Questo aiuta a spiegare perché, a partire dal 1979, la campagna globale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, mirata a eradicare quella malattia, ebbe successo. Il vaiolo fu eradicato perché il suo virus, privo di capacità di diffusione, se non nei soli esseri umani, non poteva nascondersi.
Invece gli agenti patogeni zoonotici possono farlo.
Il vaiolo delle scimmie, anche se strettamente imparentato con quello umano, differisce per una caratteristica importante: cioè la sua propensione ad affliggere sia le scimmie che gli esseri umani, e pertanto la capacità di risiedere in diverse specie, alcune delle quali non sono ancora state identificate.
La febbre gialla, anch'essa infettiva sia per le scimmie che per gli esseri umani, è causata da un virus che si nasconde in diverse specie di zanzare e, probabilmente, non sarà mai sradicata. Ma anche il responsabile della malattia di Lyme, un batterio, si nasconde efficacemente in topi dai piedi bianchi e altri piccoli mammiferi.
Questi patogeni non si nascondono consapevolmente, ovvio. Per i loro scopi tale comportamento costituisce semplicemente una strategia di trasmissione indiretta, o di sopravvivenza poco appariscente.
Così può accadere che si nascondano all'interno di quello che viene chiamato un ospite serbatoio (reservoir) cioè una specie che accoglie l'agente patogeno e gli infligge pochi o nulli effetti, spesso asintomatici. Quando una malattia sembra scomparire tra un focolaio e l'altro (come fece Hendra dopo la carneficina del 1994), il suo patogeno causale potrebbe essere apparentemente morto, almeno in quella determinata regione, ma ricomparire di nuovo in futuro.
Forse sopravvive nelle vicinanze, tutto intorno, all'interno di qualche ospite serbatoio: un roditore? Un uccello? Una farfalla? Forse un pipistrello?
 Certo perché risiedere inosservati all'interno di un ospite serbatoio risulta probabilmente più facile ovunque la biodiversità è elevata e l'ecosistema è relativamente indisturbato; ma è altresì vero anche il contrario; perché il disturbo ecologico provoca l'emergere di malattie: Scuoti un albero e i frutti cadranno.
Alcuni mesi dopo l'epidemia in Australia, un segugio scientifico di nome Hume Field iniziò a cercare l'ospite del serbatoio di Hendra. Field era un veterinario che, dopo aver praticato privatamente per anni, aveva deciso di conseguire un dottorato in epidemiologia veterinaria. La ricerca del serbatoio divenne il suo progetto di tesi. Raccolse campioni di sangue di 16 specie diverse, un intero serraglio di sospetti, tra cui marsupiali, uccelli, roditori, anfibi e insetti. Inviò i campioni a un laboratorio per lo screening, che però non gli fornì alcuna prova di Hendra.
Poi prese il sangue da uno Pteropus alecto, una specie di pipistrello della frutta grande come un corvo, e comunemente conosciuta come la volpe volante nera.
Bingo: Il team di laboratorio trovò tracce molecolari lasciate dal virus Hendra. Ulteriori campionamenti produssero prove simili provenienti da altre tre specie di volpi volanti, tutte originarie delle foreste del Queensland (lo stato che comprendeva Brisbane) e di altre regioni boschive dell'Australia.
 Finalmente Field e i suoi collaboratori riuscirono a stabilire che i pipistrelli erano quel serbatoio.
Il rilevamento di tracce molecolari non è l'ideale nella ricerca di particelle di virus attivo, ma all'interno di un pipistrello femmina trovarono anche quelle.
Il lavoro di laboratorio suggerì che Hendra fosse un vecchio virus, che probabilmente esisteva all'interno del suo serbatoio da migliaia di anni.
 Però, nonostante la sua età, non aveva mai causato malattie negli esseri umani, perlomeno per quanto i registri storici e la memoria umana potessero confermare.
Ma allora cosa può spiegare la sua comparsa nel 1994?
Beh, sicuramente un pizzico di sfortuna vi fu per Drama Series, e per tutti quelli che la conoscevano. Accadde probabilmente che i pipistrelli andarono a mangiare i fichi di quell'albero solitario e la povera cavalla, in cerca di ombra, pascolando in tutta libertà, evidentemente ingoiò non solo erba, ma anche qualcosa che lasciarono cadere ai suoi piedi; come polpa di frutta, feci, urina, placenta ed evidentemente virus.
Ma doveva esserci anche una risposta più ampia. Perché Hendra emerse nel 1994 e non decenni o secoli prima?
Accadde qualcosa di diverso? Forse una sorta di cambiamento multifattoriale doveva aver innescato il trasferimento del virus dal suo serbatoio ad altre specie.
Il nome di fantasia per tale trasferimento è Spillover.
 Forse il virus aveva bisogno di cavalli (che raggiunsero l'Australia solo con i coloni europei) diversi dai canguri (che da millenni mangiano erba sotto gli alberi di fico australiani) forse fu questo a mediare la fuoriuscita dal serbatoio.
Forse i pipistrelli, i fichi, i cavalli e gli umani semplicemente non erano mai stati così a contatto fino ad allora.

Hume Field è attualmente ricercatore presso l'Animal Research Institute of Queensland’s Department of Primary Industries, in Brisbane. Quando parlai con lui, nel suo ufficio, sollevò la questione di "cosa potrebbe accadere ora, che non è mai successo prima".
Parte della risposta è che la distruzione delle foreste di eucalipti, per mano umana, ha interrotto le loro consuete abitudini alimentari e di "appollaiamento" di alcune volpi volanti, costringendole verso periferie ombrose, frutteti, giardini botanici, parchi cittadini e, in molti casi, nelle vicinanze degli esseri umani.
Ma la vicinanza è una cosa; trasferire il virus nei cavalli è un’altra. "Come avviene la trasmissione?" Si chiese Field ad alta voce, alla fine della nostra lunga conversazione.
 "Beh, ancora non lo sappiamo."
Quasi tutte le malattie zoonotiche derivano dall'infezione da uno dei sei tipi di agenti patogeni: virus, batteri, protozoi, prioni, funghi e “vermi” (elminti).
La malattia della mucca pazza è causata da un prione, una molecola proteica spiraliforme che innesca deformazioni in altre molecole, un po' come accadde all'acqua in Ghiaccio 9 (nell’originale Cat's Cradle), un primo grande romanzo di Kurt Vonnegut.
La malattia del sonno è un'infezione protozoaria, trasportata da mosche tse-tse a mammiferi selvatici e domestici, nonché persone residenti nell'Africa sub-sahariana.
L'antrace è un batterio che può vivere in letargo nel terreno per anni e poi, una volta smosso, infettare gli esseri umani per mezzo del bestiame. La toxocariasi è una lieve zoonosi causata da nematodi; la potete prendere dal vostro cane ma, per fortuna, come il vostro cane potete essere sverminati.
I virus sono i più problematici. Si evolvono rapidamente, non sono influenzati da antibiotici, possono essere estremamente sfuggenti, versatili, possono infliggere tassi di mortalità estremamente elevati e sono dannatamente semplici, almeno rispetto ad altre creature viventi, o quasi viventi.
Hanta, SARS, vaiolo delle scimmie, rabbia, Ebola, febbre del Nilo Occidentale, Machupo, Dengue, febbre gialla, Junin, Nipah, Hendra, influenza e HIV sono tutti malattie causate dai virus, anche se l'elenco completo è molto più lungo.
C'è un virus conosciuto come o virus schiumoso delle scimmie (SFV) che infetta scimmie ed esseri umani in Asia, soprattutto in luoghi come i templi buddisti e indù, dove le persone e i macachi (in parte addomesticati) vivono a stretto contatto. Alcune delle persone che visitano quei templi, offrendo cibo ai macachi, si espongono alla SFV, e solitamente sono turisti internazionali.
"I virus non hanno gambe" secondo l'eminente virologo Stephen S. Morse, "anche se molti di loro hanno viaggiato per tutto il mondo". Non possono correre, non possono camminare, non sanno nuotare, e non possono neppure strisciare: loro cavalcano.
Più o meno nello stesso periodo dell'epidemia di Hendra, accaduta nei pressi di Brisbane, si verificò un'altra epidemia ma questa volta nell'Africa centrale. Lungo l'alto fiume Ivindo nel Nord-Est del Gabon, vicino al confine con la Repubblica del Congo, c'è un piccolo villaggio chiamato Mayibout II. All'inizio del febbraio 1996, 18 persone si ammalarono improvvisamente dopo aver partecipato alla macellazione, e al consumo, di uno scimpanzé.
I loro sintomi includevano febbre, mal di testa, vomito, sanguinamento degli occhi, sanguinamento dalle gengive, singhiozzo e diarrea sanguinolenta. Tutti e 18 furono evacuati lungo il fiume in un ospedale regionale, dove però quattro di loro morirono in breve tempo. I corpi furono restituiti a Mayibout II e sepolti, senza precauzioni speciali; una quinta vittima fuggì dall'ospedale e tornò al villaggio; dopo poco morì.  Così casi secondari si verificarono tra le persone infettate da persone care o amici, o a causa della gestione dei cadaveri. Alla fine 31 persone si ammalarono, e 21 morirono, un tasso di mortalità del 68%.
Questi fatti e numeri sono stati raccolti da un team di medici ricercatori, alcuni gabonesi, alcuni francesi, che hanno raggiunto Mayibout II durante l'epidemia. Tra loro c'era un francese di nome Eric M. Leroy, impiegato presso il Centre International de Recherches Médicales de Franceville (CIRMF) a Franceville, Gabon. Leroy e i suoi colleghi identificarono la malattia come febbre emorragica dell'Ebola e dedussero che lo scimpanzé macellaio era infettato dal virus Ebola. La loro indagine rivelò anche che lo scimpanzé non era stato ucciso dai cacciatori del villaggio; era stato trovato morto nella foresta e in seguito prelevato.
Quattro anni dopo mi sedetti presso un falò, nei pressi dell'alto fiume Ivindo, con un gruppo di locali che lavoravano come equipaggio forestale, impiegato per un lungo viaggio via terra. (Vedi "The Green Abyss: Megatransect, Part II", marzo 2001.
Gli uomini, per lo più Bantu, avevano già camminato per settimane prima che io mi unissi alla loro marcia. Il loro lavoro prevedeva il trasporto di borse pesanti attraverso la giungla, nonché la costruzione di un nuovo campo ogni sera; tutto questo sotto il comando del biologo della Wildlife Conservation Society, J. Michael Fay, la cui straordinaria grinta e senso del dovere servirono a portare avanti la missione.
Quel giorno fu relativamente facile; non incappammo in paludi e nessun elefante ci caricò, il che agevolò un'atmosfera rilassata e confidenziale nei pressi del fuoco serale.
Appresi che due degli uomini, Thony M'Both e Sophiano Etouck, erano presenti a Mayibout II quando Ebola colpì il villaggio. M'Both, tra i due quello di costituzione esile, più vecchio e più volubile rispetto all'altro, fu più bendisposto a raccontare.
Parlava in francese mentre Etouck, uomo con il pizzetto, più timido, con le spalle larghe e un certo cipiglio, rimase in silenzio.
La famiglia di Etouck era stata devastata dalla malattia. Esso stesso aveva tenuto una delle sue nipoti tra le braccia, mentre moriva.
 Aveva la flebo intasata nel polso, e le aveva fatto gonfiare la mano fino ad esplodere, ricoprendolo per intero del suo sangue.
 Eppure Etouck non si ammalò e "neppure io" disse M'Both.
La causa di quella malattia era una questione confusa, intrisa di racconti spaventosi. M'Both sospettava che i soldati francesi, perlustrando quella zona, avessero ucciso lo scimpanzé con una specie di arma chimica e l'avessero abbandonato con noncuranza per avvelenare ignare persone. Ma qualunque fosse la causa, qualunque fosse il contaminante, i suoi compagni di villaggio avevano imparato la lezione.
Ad oggi, mi disse, nessuno a Mayibout II mangia più scimpanzé.
Tra il caos e il dolore durante l'epidemia, M'Both mi disse che lui ed Etouck avevano visto qualcosa di bizzarro: 13 gorilla, tutti morti, sdraiati nella foresta. Quell'immagine di 13 carcasse di gorilla, sparsi sopra un letto di foglie, è tremendamente brutale ma plausibile.
 Ricerche successive confermarono che i gorilla sono suscettibili all'Ebola. Essendo creature sociali, potrebbero facilmente passarsi l'infezione durante le reciproche pulizie, la cura dei cuccioli, o mentre cercano di risvegliare i loro malati o i morti.
Negli anni successivi al 1996, altri focolai di Ebola colpirono sia le persone che le grandi scimmie (scimpanzé e gorilla) all'interno della regione che circonda Mayibout II.
Un'area colpita duramente si trova lungo il fiume Mambili, appena oltre il confine del Congo nord-occidentale, l'ennesima zona di fitta foresta che comprende diversi villaggi, un parco nazionale e un santuario dei gorilla noto come Lossi.
 Anche io e Mike Fay attraversammo quell'area nel marzo 2000, durante una delle mie precedenti spedizioni. A quel tempo i gorilla erano di istanza presso il bacino idrico del Mambili, ma nel 2002 un team di ricercatori di Lossi iniziò a trovare carcasse di gorilla, alcune delle quali risultarono positive a Ebola. Nel giro di pochi mesi il 91% dei gorilla, che in passato erano stati studiati, (130 su 143 animali) era scomparso, e la maggior parte di questi erano presumibilmente morti.
 I dati raccolti, estrapolati dalle vittime e sparizioni confermate, mostrano il prezzo che dovettero pagare. I ricercatori pubblicarono un articolo su Science con il titolo: "Ebola Outbreak Killed 5000 Gorillas".
Lo scorso autunno sono tornato al fiume Mambili con un team guidato da William B. (Billy) Karesh, direttore del programma veterinario della Wildlife Conservation Society, un’autorità sulle malattie zoonotiche. L'obiettivo di Karesh era quello di narcotizzare alcuni gorilla sopravvissuti, prelevare campioni di sangue e vedere se mostravano segni di Ebola. Insieme a un tracker esperto di nome Prosper Balo, oltre che ad altri veterinari e guide, abbiamo cercato per otto giorni in quella grande foresta.  Prosper Balo aveva lavorato in Lossi. Con la sua guida abbiamo esaminato una "bai" (una radura naturale) piena di vegetazione succulenta, già nota per la presenza di decine di gorilla che, ogni giorno, venivano lì per mangiare e rilassarsi. Lo stesso Billy Karesh aveva visitato la medesima zona nel 2000, prima che Ebola colpisse, per raccogliere dati di base sulla salute dei gorilla. "Ogni giorno", mi disse, "nelle bai c'erano almeno un gruppo familiare".
 In quel viaggio aveva avuto successo, era stato l'unica persona in grado di narcotizzare i gorilla di pianura. Questa volta però ci accorgemmo che le cose erano diverse perché, da quello che siamo riusciti a vedere, non ne era sopravvissuto quasi nessuno.
 Abbiamo intravisto solo due gorilla, mentre gli altri si erano dispersi in luoghi a noi sconosciuti, oppure erano... morti? Ad ogni modo in passato, quando se ne era andato, aveva lasciato una zona piena di gorilla, mentre ora non c'era più nessuno.
Anche il virus sembrava sparito ma, almeno per quello, sapevamo che si stava solo nascondendo.
Nascondendo però dove?
 Per un decennio l'identità dell'ospite del serbatoio dell'Ebola è stato uno dei misteri più oscuri nel mondo della scienza.
 Diversi gruppi di ricercatori stavano cercando di risolverlo poi, due anni fa, Eric Leroy, insieme ad alcuni colleghi, fecero un annuncio sulla rivista Nature: "Abbiamo trovato prove di infezioni asintomatiche da virus Ebola in tre specie di pipistrello della frutta. È indice che questi animali possono fungere da serbatoio per questo virus mortale." Il gruppo di Leroy non aveva scovato alcun virus attivo ma avevano stabilito, grazie a risultati positivi da diversi tipi di test molecolari, che Ebola aveva soggiornato in alcuni dei pipistrelli esaminati.
Leroy stesso voleva ulteriori prove. "Continueremo a catturare i pipistrelli per cercare di isolare il virus dai loro organi", mi disse alla fine dello scorso anno, quando lo raggiunsi a Franceville.
 Identificare con certezza l'host del serbatoio virale, però, ci lascerebbe ugualmente con domande senza risposta.
Per esempio: come emerge Ebola da quel serbatoio?
 "Non sappiamo se c'è trasmissione diretta tra i pipistrelli e agli esseri umani", mi rivelò Leroy. "Sappiamo solo che c'è una trasmissione diretta tra le grandi scimmie morte e gli esseri umani." E come ha fatto ad evolversi il virus, producendo quattro ceppi distinti? Perché il ceppo Ebola-Zaire, quello che si trova nel Gabon e nel Congo, è così letale (circa l'80% di letalità) per le persone? Qual è il suo ciclo di vita naturale? Qual è il meccanismo di fuoriuscita dai gorilla e scimpanzé? In che modo il virus influisce sul sistema immunitario umano? Come fa ad infettare gli esseri umani?
 L'Ebola è difficile da studiare, mi spiegò Leroy, a causa delle caratteristiche della malattia. Colpisce raramente ma progredisce rapidamente, uccide o non uccide in pochi giorni, colpisce relativamente poche persone in ogni epidemia, e quelle persone generalmente vivono in aree forestali remote, lontane da istituti di ricerca o ospedali; poi si esaurisce localmente o viene bloccato con successo e scompare di nuovo nella foresta, come se fosse un guerrigliero esperto. "Non c'è niente da fare", mi disse Leroy, con la perplessità di un uomo paziente. Intendeva: niente da fare se non continuare a provare, continuare a lavorare in laboratorio, continuare a rispondere alle epidemie quando si verificano. Nessuno può prevedere dove potrebbe apparire Ebola. "Il virus sembra decidere in autonomia."
Hendra ed Ebola fanno parte di un modello molto più ampio: la recente comparsa di nuove malattie zoonotiche, anche se differiscono tra loro per letalità e ferocia, sembrano essere associate ai pipistrelli. Un'altra parte del modello sono le modifiche ai paesaggi selvaggi causate dall'uomo.

Poi arrivò Nipah.
Nel settembre 1998 un venditore di carne di maiale, nella Penisola della Malesia, fu ricoverato in un ospedale con una sorta di infiammazione cerebrale; morì. Più o meno nello stesso periodo un certo numero di allevatori di suini perse la vita con sintomi simili, febbre violenta che li condusse al coma.
 I maiali della zona nel frattempo iniziarono a soffrire di una propria malattia (perlomeno è quello che sembrava); tossivano ansimando fino a che la morte non sopraggiungeva. La malattia dei suini venne catalogata come una classica peste suina.
 Le morti umane invece vennero attribuite all'encefalite giapponese ma, nel giro di pochi mesi, gli scienziati dimostrarono che sia i maiali che le persone erano stati infettati dallo stesso virus, uno nuovo, inizialmente isolato da un paziente il cui villaggio natale si chiamava Sungai Nipah.
 Il virus era altamente contagioso da maiale a maiale, ma non da persona a persona. Dalla Malesia si diffuse altrove, anche a Singapore, grazie alle spedizioni di maiali vivi, che furono in grado di infettare chiunque entrasse in contatto con gli animali malati o la loro carne. Nel giro di sette mesi l'epidemia causò 265 casi umani e 105 morti umane, e portò all'abbattimento di 1,1 milioni di maiali.
Il profilo molecolare di questo nuovo virus suggerì una stretta parentela con Hendra.
 L'indizio fu che, non molto tempo dopo, i ricercatori trovarono Nipah che viveva senza problemi in un serbatoio animale: lo Pteropus hypomelanus, un'altra specie di pipistrello della frutta. Fu inoltre osservato che i pipistrelli della frutta, privati del loro habitat, si erano riuniti altrove, scegliendo frutteti siti tra agli allevamenti di suini.
Non va dimenticato SARS che uscì dalla Cina sudorientale all'inizio del 2003, diffondendosi facilmente da persona a persona, viaggiando alla velocità con cui viaggiano gli aerei, uccidendo 774 esseri umani in nove paesi e spaventando le persone in tutto il mondo. Dopo un po' i ricercatori indicarono come sospettato di essere l'animale serbatoio, la civetta delle palme mascherata, noto anche come zibetto dell’Himalaya, un mammifero di medie dimensioni spesso venduto nei mercati cinesi per la sua carne. Questo sospetto fu poi scartato, dopo che gli esperimenti dimostrarono che le civette delle palme sono anch'essi affetti da una SARS sintomatica. In seguito un gruppo di scienziati, guidati da Wendong Li, dell'Accademia Cinese delle Scienze, annunciò di aver trovato serbatoi ospitanti un virus molto simile a quello che causò l'epidemia di SARS: c’entravano i pipistrelli a ferro di cavallo, appartenenti al genere Rhinolophus.

C'è dell'altro; il lissavirus di pipistrello australiano, un virus appena identificato e strettamente legato alla rabbia, ha ucciso almeno due persone con sintomi simili alla rabbia, dopo che le vittime erano state morse dai pipistrelli.  Menangle e Tioman sono anch'essi virus della stessa famiglia di Hendra diffusi da pipistrelli, e gli scienziati li stanno osservando con attenzione.
 La rabbia stessa e i virus simili alla rabbia, che si trovano nei serbatoi di pipistrelli di tutto il mondo, se non trattati sono probabilmente ancora oggi i più letali tra tutti gli agenti patogeni virali, con quasi il 100% di letalità tra gli esseri umani.
 Lo scorso autunno, nel Perù settentrionale, 11 bambini delle comunità autoctone, lungo le sorgenti dell'Amazzonia, sono morti a causa della rabbia contratta durante gli attacchi di pipistrelli vampiro.
A questo punto hai il diritto di chiedere: dannazione ma cosa diavolo hanno questi pipistrelli?
Lo chiesi io stesso durante una conversazione con Charles Rupprecht, un virologo e veterinario che guida la Sezione rabbia presso il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie ad Atlanta. Rupprecht mi recitò un elenco di fattori che rendono questo ordine di mammiferi, i Chirotteri, i candidati ideali a ospitare una così vasta varietà di virus pericolosi.
 Alcuni pipistrelli si riposano in enormi colonie, vivono rannicchiati in stretta intimità; danno alla luce solo pochi piccoli, e quindi nutrono quei giovani abbondantemente; hanno una vita lunga, soprattutto se confrontata con gli altri piccoli mammiferi. Sono vecchi anche in termini evolutivi; essi comprendono una grande diversità di specie, circa il 20% di tutti i mammiferi; volano e quindi girano con facilità per mondo, trovando luoghi e modi per sopravvivere in quasi tutti i continenti, tranne l'Antartide. Va aggiunto a questi tratti il fatto che, essendo volatili notturni, sono difficili da studiare. "I pipistrelli sono davvero il paese ancora da scoprire", disse Rupprecht.
 Dal suo punto di vista (il punto di un biologo della rabbia che ama i pipistrelli) è che non sono sinistri e, se sembrano ospitare un enorme varietà di malattie da incubo, è probabilmente perché sono così tante specie e così poco conosciute.
Un altro punto di vista mi arrivò da Xavier Pourrut, un ricercatore veterinario impiegato presso CIRMF in Gabon. Il suo lavoro consiste nel catturare e prelevare campioni di sangue dai pipistrelli vicino a Ebola, in modo che Eric Leroy possa studiare il loro siero per i test sul virus. "I pipistrelli rappresentano un antico lignaggio di mammiferi", mi disse Pourrut, e come Rupprecht li vede con gli occhi di un biologo appassionato.
 La cosa da ricordare, mi disse, è che le abilità nel volo danno loro una grande gamma di possibilità; non solo volano orizzontalmente in tutti i luoghi del mondo, ma verticalmente all'interno e nelle profondità delle foreste.
 Questo vantaggio li mette in contatto non solo con i frutti, o gli insetti, di cui si nutrono tra le cime degli alberi da cui penzolano, ma anche con un numero enorme di altre specie che vivono tra le cime e il suolo; roditori, scimmie, carnivori, uccelli, serpenti, scimpanzé e gorilla, nonché ovviamente le persone.
Il contatto è fondamentale. Lo stretto contatto tra due specie rappresenta, per un agente patogeno, l'opportunità di espandere i propri orizzonti e le proprie possibilità. In questo modo l'agente patogeno si può bene adattare alla sua nuova vita, tranquilla e sicura, all'interno di un reservoir; l'opportunità in una nuova specie rappresenta una possibilità ma, anche, qualche rischio di aumentare notevolmente il suo numero e la sua portata geografica. Il rischio è che, uccidendo troppo in fretta il nuovo ospite, prima di essere trasmesso, l'agente patogeno arrivi a un vicolo cieco.
 Ma la teoria evolutiva suggerisce che alcuni patogeni, in certe occasioni, accettano quel rischio in cambio della possibilità di un grande guadagno. La sopravvivenza a lungo termine è solo una delle due forme di successo evolutivo, mentre l'abbondanza e l'ampia distribuzione sono l'altra.
Pensate alle tartarughe e ai ratti. Le tartarughe tendono a vivere secondo una strategia conservatrice, rimanendo all'interno del loro habitat preferito e riproducendosi lentamente. I ratti tendono invece a essere opportunisti, viaggiando tra terra e mare come clandestini, arrivando in posti nuovi, riproducendosi velocemente.
 Allo stesso modo gli agenti patogeni possono differire nel loro grado di avventurosità. La fuoriuscita da un ospite serbatoio non è necessariamente un incidente, ma può essere tranquillamente una strategia che porta al successo evolutivo.
 Il virus dell'immunodeficienza delle scimmie (SIV) ha raggiunto questo tipo di successo quando si è riversato da una sottospecie di scimpanzé nell'uomo, probabilmente nell'Africa centro-occidentale, ed è diventato HIV-1.
Lo stretto contatto tra gli esseri umani e le altre specie può avvenire in vari modi: attraverso l'uccisione e il consumo di animali selvatici (come accadde in Mayibout II), attraverso la cura degli animali domestici (come per Hendra), attraverso il contatto tra animali differenti (come con il vaiolo delle scimmie, diffuso attraverso il commercio di animali domestici infettati da roditori africani importati), attraverso l'addomesticamento con il cibo (ad esempio alimentando, con banane, le scimmie in un tempio balinese), attraverso l'allevamento intensivo di animali, a discapito della distruzione dell'habitat (come negli allevamenti di suini malesi), e attraverso qualsiasi altro tipo di penetrazione dirompente degli esseri umani in un paesaggio selvaggio, di cui, inutile dirlo, è pratica abituale in tutto il mondo.
 Una volta che il contatto è avvenuto e l'agente patogeno è passato, altri due fattori contribuiscono alla possibilità di conseguenze catastrofiche: la grande abbondanza di esseri umani sulla Terra, tutti potenzialmente vulnerabili alle nuove infezioni, e la velocità con cui ci spostiamo da un luogo all'altro.
 Quando una nuova e cattiva malattia si diffonde, è sempre quella in grado di trasmettersi da persona a persona tramite una stretta di mano, un bacio o uno starnuto, e potrebbe facilmente girare il mondo e uccidere milioni di persone prima che, la scienza medica, riesca a trovare un modo per controllarla.
Ma la nostra sicurezza, la nostra salute, non è l'unico problema. Un'altra cosa che vale la pena ricordare è che le malattie possono andare in entrambe le direzioni: dagli esseri umani ad altre specie e da loro a noi. Il morbillo, la poliomielite, la scabbia, l'influenza, la tubercolosi e altre malattie umane vanno considerate una minaccia anche per i primati non umani.
 L'etichetta per queste infezioni è antropozoonotica.
 Ognuna di esse potrebbe essere trasportata da un turista, un ricercatore o una persona del luogo, con impatti potenzialmente devastanti su una piccola popolazione isolata di grandi scimmie, con un pool genetico relativamente piccolo, come i gorilla di montagna del Ruanda o gli scimpanzé di Gombe.
Ecco perché Billy Karesh e i suoi colleghi della Wildlife Conservation Society etichettano il loro programma con lo slogan "One World, One Health".

I principi guida provengono dall'ecologia, di cui la medicina umana e veterinaria sono solo sottodiscipline. "Non si tratta della salute della fauna selvatica, di quella umana o della salute del bestiame", mi disse. "C'è davvero una sola salute": la salute e l'equilibrio degli ecosistemi in tutto il pianeta.
Dopo il nostro infruttuoso appostamento lungo il fiume Mambili, nel Congo nord-occidentale, Karesh, io e Prosper Balo, insieme ad altri membri del team, abbiamo viaggiato tre ore verso valle a bordo di piroghe. Da lì abbiamo percorso una strada sterrata verso una città chiamata Mbomo, fulcro di un'area dove Ebola aveva ucciso 128 persone durante lo stesso focolaio che decimò i gorilla a Lossi.
 Alla fine ci siamo fermati in un piccolo ospedale, accanto al quale c'era un cartello, dipinto in lettere rosse:

ATTENZIONE EBOLA
NE TOUCHONS JAMAIS
NE MANIPULONS JAMAIS
LES ANIMAUX TROUVES
MORTS E FORET

(Non toccare mai gli animali morti trovati nella foresta).
Mbomo era la città natale di Balo. Visitando la sua casa abbiamo incontrato sua moglie, Estelle, e alcuni dei suoi molti figli. Abbiamo appreso che la sorella di Estelle, due fratelli e un altro parente stretto morirono tutti di Ebola nel 2003, e che la stessa Estelle è stata evitata dai cittadini a causa della sua associazione con la malattia. Nessuno le venderebbe da mangiare. Nessuno le toccherebbe i soldi. Doveva nascondersi nella foresta. Sarebbe morta se Balo non le avesse insegnato le precauzioni che aveva imparato da Eric Leroy e dagli altri scienziati per i quali aveva lavorato durante l'epidemia; cioè sterilizzare tutto con la candeggina, lavarsi le mani e non toccare i cadaveri.
 Ma ora il brutto tempo era passato e, con il braccio di Balo attorno al suo fianco, Estelle era una giovane donna sorridente e sana.
Balo ricordò l'epidemia a modo suo, piangendo sia le perdite di Estelle che quelle animali. Ci mostrò un libro, una guida botanica sui campi, sui cui fogli aveva scritto una lista di nomi: Apollo, Cassandra, Afrodita, più quasi 20 altri nomi. Erano gorilla, un intero gruppo che aveva conosciuto bene, che aveva rintracciato quotidianamente e osservato, con amore, a Lossi. Cassandra era la sua preferita, mi disse. Apollo era il Silverback (maschio adulto). "Sont tous disparus en deux-mille trois" (scomparvero tutti nel 2003) disse.  Aveva perso la sua famiglia di gorilla e anche i membri della sua stessa famiglia. È stato molto difficile, ripeté.
Per molto rimase con quel libro in mano, tenuto aperto per mostrarci quei nomi.
 Era riuscito a comprendere, attraverso le emozioni provate, ciò che gli scienziati comprendono dai soli dati: che noi, persone e gorilla, cavalli e maiali e pipistrelli, scimmie e ratti, zanzare e virus, siamo tutti un’unica cosa.

domenica 31 maggio 2020

Perché non eravamo pronti





David Quammen non ha certo bisogno di presentazioni.
Per il New Yorker ha scritto uno splendido articolo sul SARS CoV 2 datato 4 Maggio.
L'articolo completo lo potete trovare qui, mentre di seguito ho cercato di riportare le sole parti che mi hanno maggiormente colpito e fatto riflettere.

Colmo di ricordi, di domande e alla ricerca di risposte inizia l’articolo con un tuffo nel passato quando, nel 2006, in quelli che furono due giorni intensi di interviste (che poi riporterà nel suo libro Spillover) incontrò vari scienziati tra i quali Ali S. Khan (in foto nella copertina).
L’incontro ebbe luogo nel National Center for Zoonotic Vector Borne Enteric Diseases (NCZVED la cui pronuncia è "NC Zved" secondo Khan).
La sede del NCZVED è all’interno dell’ampio complesso del Centers for Disease Control and Prevention (CDC) sito in Clifton Road, sei miglia a nord-est del centro Atlanta.
Tra quelle mura parlò di virus come gli Ebola (eh già non ne esiste solo uno) e sul loro letale cugino Marburg, sul virus del Nilo occidentale nel Bronx e sul virus Sin Nombre in Arizona, del virus schiumoso Simian a Bali, che è trasportato dalle scimmie del tempio che corrono tra i turisti, e del Monkeypox, che ha raggiunto l'Illinois all’interno di giganteschi ratti gambiani (del Gambia) venduti come animali domestici (chiamateli serbatoi virali anche se sono ratti), sul virus Junin in Argentina e sul virus Machupo in Bolivia, sul virus Lassa in Africa occidentale, il virus Nipah in Malesia, il virus Hendra in Australia e la Rabbia che colpisce un po’ ovunque nel mondo.
Quammen sottolinea che questi Virus sono tutti zoonotici, cioè in grado di passare dagli animali alle persone.

“La maggior parte di loro, una volta entrati in un corpo umano, causa un vero e proprio caos.
Alcuni si trasmettono con facilità tra le persone, esplodendo in focolai locali che possono uccidere centinaia di individui."
"Sono nuovi alla scienza e al sistema immunitario umano; emergono imprevedibilmente e sono difficili da trattare e possono essere particolarmente pericolosi, come abbiamo imparato in questi mesi.”
Rammenta che Khan lo portò fuori a mangiare del sushi; ai tempi era un medico di formazione, un epidemiologo di carriera e un uomo di candida, irriverente giovialità.
Durante l’intervista Quammen gli chiese quale fosse il suo "Virus preferito" e la risposta lo sorprese perché fu SARS.
"Era il 2006 ed era da almeno 3 anni che non si parlava più di quel virus. Di lui sapevo solo che fu una brutta malattia virale che, nel 2003, uscì dalla Cina meridionale e uccise persone a Toronto, a Singapore e in alcune altre città. L'acronimo sta per "sindrome respiratoria acuta grave" e che è una brutta malattia che può portare a una polmonite letale.
Poco più di ottomila persone sono state infettate, di cui circa il dieci per cento è morto… Poi però l'epidemia si è conclusa.

“Perché SARS?”
“Perché fu così contagioso e così letale" rispose Khan. "E siamo stati molto fortunati a fermarlo. La SARS fu il proiettile che sibilò oltre l'orecchio dell'umanità.

"Ali Khan ora è un decano del College of Public Health presso la University of Nebraska Medical Center, a Omaha, cresciuto a Brooklyn, da genitori immigrati pakistani.
Ad Omaha arriva nel 2014 dopo aver lasciato la direzione dell'Ufficio di preparazione e risposta alla salute pubblica del CDC, che includeva la supervisione della scorta nazionale strategica di forniture mediche di emergenza ed era suo compito supervisionare circa ottocento dipendenti. Tra i suoi compiti c’era anche quello di contribuire, inoltre, a mettere insieme una strategia nazionale di biodiffusione contro le minacce pandemiche."

Anno 2020; durante l’intervista via Skype i due si rivedono dopo tempo, con qualche capello e pelo bianco in più.
A Khan chiede di Covid 19.

“Cosa è andato storto nel mondo e perché è andato tutto in modo così disastroso? Cosa ne è stato della preparazione alla sanità pubblica che aveva supervisionato al CDC? Perché la maggior parte dei paesi, e in particolare gli Stati Uniti, si sono ritrovati così impreparati? La colpa è imputabile ad una mancanza di informazioni scientifiche o ad una mancanza di denaro?”

“Si tratta di mancanza di immaginazione".

"In realtà gli avvertimenti ci sono stati", scrive Quammen. "Uno di questi fu proprio la malattia preferita di Khan; la SARS."
“Alla fine del 2002 una "polmonite atipica" di origine sconosciuta iniziò a diffondersi nella città di Guangzhou, vicino alla Cina meridionale, uno dei più grandi agglomerati urbani del pianeta.
Nel gennaio 2003, nel corpo di un corpulento mercante di frutti di mare in preda ad una crisi respiratoria, il virus raggiunse un ospedale di Guangzhou. In quell'ospedale, e poi in una struttura per patologie respiratorie nella quale fu trasferito, l'uomo tossì, ansimò, vomitò e sbuffò durante l'intubazione, infettando dozzine di operatori sanitari.
Diventò noto tra il personale medico di Guangzhou come il “re dei veleni”.
Col senno di poi gli scienziati gli hanno applicato un'etichetta diversa, definendolo un "super diffusore".
Un medico infetto, un nefrologo dell'ospedale, ha avuto sintomi simil-influenzali ma poi, sentendosi meglio, ha fatto un viaggio in autobus di tre ore fino ad Hong Kong per il matrimonio di suo nipote.
Nella stanza 911 del Metropole Hotel il medico si sentì male di nuovo, diffondendo la malattia lungo tutto il corridoio del nono piano. Nei giorni seguenti altri ospiti del nono piano volarono a casa a Singapore e Toronto, portando con sé la malattia.
Diverse settimane dopo l'Organizzazione mondiale della sanità la chiamò SARS”

Il Metropole Hotel, essendo diventato tristemente noto, fu in seguito ribattezzato ma Quammen non fa menzione del nuovo nome.


“Il 15 marzo l'OMS segnalò centocinquanta nuovi casi di SARS in tutto il mondo ma si profilavano due misteri; uno era urgente, l'altro inquietante.

Qual era la causa, forse un nuovo virus, e se sì di che tipo?
E da quale specie animale era venuto?

Il primo mistero fu presto risolto da un team guidato da Malik Peiris, un medico dello Sri Lanka che si è laureato in microbiologia a Oxford prima di andare all'Università di Hong Kong. Peiris era specializzato nell'influenza e sospettava che l'H5N1, un virus influenzale fastidioso negli uccelli e spesso letale nelle persone ma non contagioso, si sarebbe evoluto in una forma trasmissibile tra gli umani.
Il suo team riuscì ad isolare un nuovo Virus da due pazienti e scoprì che non era un Virus influenzale ma bensì un Coronavirus, che però non rientrava tra quelli noti. Ma la semplice presenza di questo nuovo Virus in due “SARS pazienti” non significava per forza di cose che fosse la causa della malattia. Quindi il team di Peiris dovette dimostrare, con test anticorpali, che poteva davvero essere l'agente SARS, e ulteriori lavori dimostrarono che avevano ragione.
Sebbene la tradizione precedente tendesse a nominare i nuovi Virus per associazione geografica - Ebola era un fiume, Marburg una città in Germania, Nipah un villaggio malese, Hendra un sobborgo australiano, prevalse una maggiore sensibilità alla stigmatizzazione. L'agente patogeno divenne noto come SARS CoV.
Recentemente il nome è stato rivisto in SARS CoV 1, in modo che l'agente di Covid 19 possa essere chiamato SARS CoV 2 e non virus di Wuhan.
SARS raggiunse Toronto il 23 febbraio 2003, trasportato da una donna di settantotto anni che, con suo marito, aveva trascorso due notti in un viaggio durante una vacanza di due settimane a Hong Kong. La coppia alloggiava al nono piano del Metropole Hotel.
La donna si ammalò, poi morì a casa il 5 marzo; casa frequentata dalla famiglia, incluso uno dei suoi figli che presto mostrò i medesimi sintomi.
Dopo una settimana di difficoltà respiratorie andò in un pronto soccorso e lì, senza isolamento, gli fu somministrato un farmaco attraverso un nebulizzatore che trasforma il liquido in nebbia.
“Ti aiuta ad aprire le vie respiratorie", mi disse Khan, uno strumento utile e sicuro per prevenire, diciamo, un attacco d'asma. Ma, con un Virus altamente contagioso, risulta poco saggio. “Quando espiri da questo, essenzialmente stai prendendo tutto il Virus che hai nei polmoni e lo stai spargendo di nuovo nell’aria; in quel caso nel pronto soccorso.
Altri due pazienti furono infettati, uno dei quali finì poco dopo in un unità di cura coronarica con un attacco di cuore. Lì alla fine infettò otto infermiere, un medico, altri tre pazienti, due impiegati, sua moglie e, tra gli altri, due tecnici.
Potresti chiamarlo un super spargitore. Una semplice visita del pronto soccorso ha portato a centoventotto casi tra le persone associate all'ospedale e diciassette di loro sono morti.
A Singapore, il primo caso di SARS fu una giovane donna che aveva soggiornato anch’essa al Metropole Hotel e che, il 1° marzo, aveva cercato aiuto, per via della febbre, tosse e polmonite, all'ospedale Tan Tock Seng; una delle strutture più grandi di Singapore. Ebbe visitatori e, quando molti di loro tornarono come pazienti, i medici sospettarono qualcosa di contagioso.
Un giorno, quattro infermiere dello stesso reparto della giovane donna si ammalarono, un'anomalia notata da Brenda Ang, un medico responsabile del controllo delle infezioni in quell'ospedale. "Quello è stato il momento decisivo per me", ha detto Ang, una donna minuscola e schietta, quando l'ho visitata in ospedale. "Tutto stava accelerando." È stato giovedì 12 marzo 2003, il giorno in cui l'OMS ha lanciato l’allarme globale su questa "polmonite atipica".
In quel periodo Ali Khan arrivò a Singapore, servendo come consulente dell'OMS (distaccato dal CDC) per aiutare a organizzare un'indagine e fornire una risposta. Si incontrava quotidianamente con Suok-Kai Chew, il principale epidemiologo del Ministero della Salute, e insieme ad altri sviluppò strategie e tattiche, ottenendo la cooperazione governativa attraverso una task force SARS.
La strategia di sanità pubblica fu l'isolamento e la quarantena. "Prima di questo focolaio, la quarantena e l'isolamento non erano spesso utilizzati per focolai di malattie infettive", mi disse Khan, almeno non nel recente passato. Durante le piaghe medievali in Europa, gli sfortunati infetti venivano talvolta inviati fuori dalle mura della città per morire o guarire; il porto mediterraneo di Ragusa (ora Dubrovnik) istituì un "trentino", una quarantena di trenta giorni per i viaggiatori che arrivano dalle zone di peste. Nell'America della fine del diciannovesimo e all'inizio del ventesimo secolo, durante i focolai di Vaiolo le vittime che mostravano il sintomi (specialmente se erano persone povere o di colore) potevano essere confinate nei campi di quarantena, circondate da alti recinti di filo spinato "Pesthouse" non tanto per curarli, quanto per la sicurezza del resto della popolazione.

“Pertanto la quarantena era un concetto andato in qualche modo fuori moda", mi disse seccamente Khan. Lui e Chew e i loro colleghi lo hanno rianimato ma in una versione più umana.

Il Tan Tock Seng iniziò a curare solo i pazienti con SARS, mentre gli altri malati furono condotti al General di Singapore. Ogni caso sospetto o probabile di SARS è finito in isolamento al TTS e la definizione di "sospetto o probabile" è stata ampliata oltre le linee guida dell'OMS per includere chiunque avesse la febbre o problemi respiratori. Tutti gli operatori sanitari si vestivano con dispositivi di protezione individuale, comprese le maschere N95, e dovevano autocontrollarsi per la febbre o altri sintomi ben tre volte al giorno. Il personale medico inoltre fu adibito a quell’unico istituto, per evitare di diffondere il Virus tra gli ospedali. Durante le procedure rischiose, come l'intubazione di un paziente, indossavano caschi respiratori che pompavano aria purificata.
Furono inoltre prese rigide misure per limitare la diffusione della malattia nella comunità. A partire dal 27 marzo le scuole chiusero e i corpi di coloro che morirono di SARS furono cremati entro ventiquattro ore. Nello stesso arco temporale gli investigatori rintracciarono i contatti stetti di ogni nuovo paziente SARS, confinandoli all'auto-quarantena obbligatoria.

“Ok, resta a casa. Stiamo installando a casa tua una telecamera e avrai a disposizione un telefono” mi disse Khan, raccontando le istruzioni. "Ti chiameremo senza preavviso e dovrai accendere la telecamera per dimostrarci di essere lì."

Nel frattempo più di ottocento persone erano già in quarantena e ai trasgressori veniva applicata una cavigliera elettronica come ai detenuti.
“La quarantena obbligatoria ha portato a sfide logistiche” mi disse Khan: "Nel momento in cui ti trattengono, loro ti posseggono, è così che noi diciamo. "Devono dare da mangiare a queste persone, fare attenzione alle loro cure sanitarie, assicurarsi che siano alloggiate e vestite. Chi si prende cura di loro? Chi paga per loro? E se è il ministero del governo che impone l'auto quarantena, se ne deve far carico esso stesso di tutto questo.
Al 24 aprile erano morte ventidue persone e a quel punto le pene per i trasgressori della quarantena si erano irrigidite: multe più severe, possibilità di prigione. Ai tassisti veniva misurata quotidianamente la temperatura. Sono stati tracciati anche tutti i passeggeri in partenza e in arrivo all'aeroporto di Changi, così come le persone che viaggiavano in autobus e con automobili private. Il 20 maggio, undici persone furono multate per trecento dollari ciascuna per aver sputato a terra.
Queste misure hanno funzionato. Il 13 luglio 2003 l'ultimo paziente con SARS uscì dal Tan Tock Seng e mise un punto a quella faccenda. Alcuni affermano, a torto, che la SARS si "spense", avendo ucciso solo settecentosettantaquattro persone in tutto il mondo, ma non fu così. Come Ali Khan mi disse, non si spense ma fu fermata.

"Cosa la preoccupa di più ora?" Ho chiesto a Brenda Ang, a Tan Tock Seng, sei anni dopo.
Rise frustrata "l’autocompiacimento" mi ha detto "e l'apatia."
Misure banali ma cruciali per il controllo delle infezioni, cioè l'assiduo lavaggio delle mani e la pulizia delle maniglie delle portiere con alcool vengono accantonate dopo una crisi. “Le persone diventano compiacenti. Pensano che non ci siano nuovi virus in giro."
E lezioni di più ampia portata, al di là del luogo dell'epidemia, oltre Singapore? "Non ha senso proteggere solamente il tuo stesso territorio", mi disse. "Le malattie infettive sono così globalizzate."
Ali Khan in seguito mi disse la stessa cosa: "Una malattia, a prescindere dal luogo in cui nasce, diventa una malattia di tutti".
Nel 2015 un Coronavirus nuovo arrivò, in Corea del Sud, nel corpo di un uomo di sessantotto anni che rientrava da affari nella penisola arabica. La sindrome respiratoria mediorientale (MERS) era stata riconosciuta tre anni prima e soprannominata influenza del cammello, perché i cammelli e dromedari sembrano essere il vettore in grado di trasmettere il Virus alle persone. Il MERS Virus proviene quasi certamente dai pipistrelli, forse il pipistrello tombale egiziano, ma probabilmente circola nei cammelli da almeno trent'anni. Potrebbe essersi diffuso nell'uomo prima del 2012 ma, in tal caso, quelle infezioni sono passate inosservate. Nessuno sa se l'uomo d'affari coreano sia stato infettato da un cammello durante le sue soste in Bahrein, Qatar, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, o se abbia rilevato la sua infezione da una persona, ma quel dubbio probabilmente non contò molto per i 186 sud coreani che furono da lui infettati, direttamente o indirettamente, e ancora meno per i trentotto morti.
Anche gli eventi di super diffusione influirono su quel focolaio, ma fu aggravato dagli aspetti del sistema sanitario della Corea del Sud. Poiché i cittadini ricevono cure mediche a basso costo attraverso un piano assicurativo nazionale, con poche restrizioni sull’ospedale in cui recarsi, le persone spesso scelgono alternative lontane perché meno costose. L'uomo d'affari visitò tre diversi ospedali dopo essersi sentito male e alla fine fu accolto da un quarto, a Seoul, dove gli fu diagnosticata la MERS. A quel momento aveva già infettato ventinove persone, di cui due diventarono esse stesse super spargitori, portando i casi a novantasette.
A volte c'erano quattro o più letti in una stanza d'ospedale e ai pazienti era permesso ricevere visite, il che contribuiva alla diffusione, così come una scarsa ventilazione, uno scarso controllo delle infezioni, senza criteri restrettivi per la quarantena che avvantaggiarono i contatti casuali.
"Hanno scoperto, a quel punto, cosa succede quando un Coronavirus causa infezioni nel settore sanitario di una comunità, saltando da un ospedale all'altro", mi disse Khan.
Il MERS in Corea del Sud è diventato un esempio da manuale di errori che hanno portato alla "diffusione nosocomiale", quello è il termine per le infezioni acquisite nel settore sanitario. Quando Covid 19 arrivò da loro, disse Khan, "Agirono tempestivamente, perché immagino che  la ferita del passato fosse ancora aperta".
SARS toccò gli Stati Uniti in maniera marginale, producendo ventisette casi probabili e nessun decesso, e ciò accadde molto probabilmente per motivi di mera fortuna. MERS sembrò ancora meno degno di nota: due casi nel 2014, entrambi in operatori sanitari di ritorno da soggiorni in Arabia Saudita, che non indusse nessuna diffusione secondaria.

Il CDC lo notò, ma quasi nessuno altro lo fece.

Altri avvertimenti arrivarono ​​dagli scienziati. In una serie di oscuri ma importanti articoli pubblicati negli ultimi quindici anni, la maggior parte con la parola "pipistrello" nel titolo e spesso con il nome Zheng-Li Shi nell'elenco degli autori, i ricercatori chiarirono le connessioni tra coronavirus, pipistrelli e persone.
Zheng-Li Shi è una virologa di cinquant'anni, ha studiato a Wuhan e in Francia e gestisce un laboratorio presso l'Istituto di virologia di Wuhan. Ha fatto la sua prima spedizione a caccia di pipistrelli nelle grotte cinesi nel 2004 e, un anno dopo, ha guidato un gruppo di ricercatori che hanno dimostrato che la SARS Virus, scoperto da Peiris, è la causa della sindrome che colpisce le persone, e arrivò all'uomo tramite i pipistrelli.
Prima di allora c'era stato un falso indizio che puntava verso il Civet di Palma Mascherato (Zibetto delle palme) un carnivoro selvaggio che assomiglia grosso modo a un tasso, apprezzato nel commercio degli animali selvatici ad uso alimentare; migliaia di zibetti tenuti prigionieri sono stati prontamente macellati. Successivamente dati più accurati sono arrivati ​​dal gruppo di Shi.
Nel 2013 ha co-scritto un articolo che getta luce su come alcuni Coronavirus trasmessi da alcuni pipistrelli, ma non da tutti, riescano ad infettare gli umani. Le loro proteine ​​Spike (le proiezioni spinose che conferiscono a ciascuna particella virale il suo aspetto simile a una corona) si legano bene non solo ai recettori insiti sulle cellule di pipistrello, ma pure su alcune cellule del tratto respiratorio umano. È una specie di chiave che si inserisce nella serratura; noti come ace-2 recettori, consentono la penetrazione virale della cellula. Una volta dentro, il genoma virale assume il controllo cellulare per fare copie di se stesso e a quel punto l'infezione decolla.
In quel periodo Shi e il suo gruppo iniziarono a concentrarsi su una grotta alla periferia di Kunming, la capitale della provincia dello Yunnan, in una zona famosa per le sue pittoresche formazioni carsiche. Campionando i fluidi corporei dai pipistrelli, che utilizzavano la grotta come posatoio, i ricercatori scoprirono una grande varietà di Coronavirus, inclusi tre che avevano le caratteristiche giuste; proteine ​​appuntite in grado di catturare i recettori ace-2 per infettare l'uomo.
Quella ricerca avvertì, in un documento del 2017 "la necessità di prepararsi per una futura ricomparsa della SARS."
Trovarono un ceppo di coronavirus in un pipistrello a ferro di cavallo, che in seguito venne etichettato RaTG13 (non un acronimo ma un codice di convenienza). Vale la pena dare un'occhiata a quell'etichetta sgraziata, perché RaTG13 è il parente più stretto che conosciamo a ciò che ora chiamiamo SARS CoV 2, con una somiglianza del genoma del 96,2% che, come dicono gli esperti, lo rende un cugino di primo grado.
Uno dei coautori di Shi, per quell'articolo, era un suo collaboratore di lunga data di nome Peter Daszak, che è il presidente di EcoHealth Alliance, un gruppo scientifico senza scopo di lucro con sede a New York, dedito alla conservazione biologica e alla prevenzione delle pandemie. Daszak elogia Shi per la sua instancabile diligenza scientifica, la solidità del suo lavoro di laboratorio e per altre innumerevoli qualità. "Sono stato in campo con lei, ho fatto karaoke con lei", mi ha detto. "È la cantante numero 1 al Wuhan Institute of Virology."
Shi e Daszak e i loro colleghi non solo avvertirono il mondo, tre anni fa, che la comparsa di una nuova SARS era possibile, ma mostrarono al ma mondo, attraverso una lente di ingrandimento, una variante stretta del Virus che avrebbe poi causato la pandemia di Covid 19.

(Di recente sono state sollevate domande sul Washington Post sulla possibilità che un Virus, cresciuto nel laboratorio di Shi, possa essere sfuggito al contenimento, seminando l'epidemia di Wuhan, ma finora non c’è alcuna prova scientifica a conferma di questo.) Inoltre, hanno aggiunto, non era solo uno il Virus a cui dovevamo stare attenti, poiché vari Virus simili alla SARS, e quindi in grado di utilizzare gli ace-2 recettori "circolano ancora tra i pipistrelli in questa regione".
Il nuovo Virus si è fatto strada gradualmente negli umani lo scorso dicembre, a Wuhan, e a gennaio diversi laboratori cinesi, tra cui lo Shi, hanno sequenziato parzialmente i genomi di diversi campioni di pazienti, inclusi cinque genomi completi. Shi e i suoi colleghi hanno annunciato il 23 gennaio che il Virus trovato in quei cinque pazienti era identico al 96,2% con il Coronavirus di pipistrello con cui avevano dato l’allarme tre anni prima.
A quel tempo, il virus circolava a Wuhan da almeno sette settimane e tre conseguenti idee sbagliate si erano propagate, grazie non solo ai leader politici ma anche dai funzionari dell'ospedale e dalla versione cinese del CDC: che l'epidemia era iniziata nell'Huanan Mercato all'ingrosso di frutti di mare che, notoriamente, vendeva molti più pesci che pipistrelli; che il virus non era pericoloso e che non poteva trasmettersi da persona a persona.
Sul secondo e terzo punto c'erano disaccordi tra i medici che trattavano pazienti, come Zhang Li, all'Ospedale Jinyintan di Wuhan, che dichiarò al Wall Street Journal alla fine di febbraio: "Ero in allerta perché questa era una nuova polmonite e perché avevo affrontato la SARS".
L'idea sbagliata che il mercato fosse l'origine dell'epidemia fu implicitamente contraddetta da un articolo scientifico, pubblicato alla fine di gennaio, da un gruppo di medici di Wuhan e Pechino, che descrissero le caratteristiche cliniche dei primi quarantuno pazienti. Ventisette di loro, secondo il giornale, si erano contagiati nel mercato Huanan, ma poiché è improbabile che una singolo pipistrello a ferro di cavallo riesca ad infettare ventisette persone, anche se lo porzionassero in antipasti; e dato che secondo alcune fonti i pipistrelli non erano nemmeno in vendita in quel momento, alcuni scienziati hanno ipotizzato che doveva esistere un animale ospite intermedio; un serpente, un pangolino, uno zibetto di palma? Insomma qualcosa in cui il Virus si era amplificato prima che quella creatura più grande fosse venduta o macellata.
Le prove molecolari per i serpenti risultarono deboli, i pangolini sono una storia complicata e questa volta gli zibetti non erano implicati. Un medico e studioso americano di nome Daniel R. Lucey (che aveva anche lavorato al caso durante la pandemia di SARS, a Guangzhou, Hong Kong e Toronto) si pose delle domande sugli altri quattordici primi pazienti. Aveva notato che il primo di loro, ammalato il 1° dicembre, non ebbe contatti diretti o secondari con il mercato. Ciò significava, dato il periodo di incubazione, che il virus doveva circolare a Wuhan, all’esterno del mercato, almeno da novembre. Tutto ciò non entra in conflitto con la probabilità che il virus abbia origine in un pipistrello, ma suggerisce che forse il Virus entrò nel mercato di Huanan, oltre che ad uscirne, in serbatoi umani.
SARS CoV 2 è un Virus subdolo.

Singapore, con la SARS ancora vivida nella memoria, ha reagito rapidamente e con fermezza al Covid 19, chiudendo il confine ai non residenti, sfruttando gli ospedali di isolamento e le camere a pressione negativa costruite dal 2003, testando abbondantemente, rintracciando i contatti e consegnandoli alla quarantena domestica, sfruttando al meglio l'unione nella leadership politica e sanitaria per produrre messaggi lucidi, onesti e coerenti. Nonostante tutto, il paese non è stato bloccato fino all'inizio di aprile, quando i numeri si sono impennati bruscamente e una seconda ondata ha colpito.
Allo stesso modo la Corea del Sud ha utilizzato test approfonditi, isolamento e quarantene per mantenere basso il suo carico di lavoro. Sebbene la capitale, Seoul, sia a meno di tre ore di volo da Wuhan, la Corea del Sud ha avuto meno casi e morti rispetto alla Svezia o al Perù, anche se è ovvio, ciò potrebbe cambiare rapidamente in futuro.
"La Corea del Sud è un buon esempio per noi da guardare", mi ha detto Khan. Il primo caso sud coreano è stato confermato il 20 gennaio, lo stesso giorno del primo caso statunitense confermato. 
"Hanno adottato un approccio molto diverso e tutto ciò che dovevamo fare era guardare a quello che stavano facendo e dire: 
"Faremo la stessa cosa". Ma non l'abbiamo fatto. "La prima sequenza genomica del Virus estratta da un essere umano è stata divulgata, dalla Cina, il 10 gennaio. I funzionari sud coreani, dopo aver confermato il loro caso iniziale, si sono incontrati prontamente con le aziende di forniture mediche e li hanno esortati a sviluppare kit di test per avviarne la produzione di massa. Gli scienziati negli Stati Uniti hanno presto avuto i loro campioni sequenziati, ma il tempo è passato senza un azione significativa. "Ogni giorno dopo il 22 gennaio è stato un giorno sprecato dal governo degli Stati Uniti", mi ha detto Khan. Avremmo potuto chiamare Becton Dickinson (una gigantesca società di tecnologia medica) e dire ai suoi leader che volevamo capacità di test a livello nazionale entro il lunedì successivo. Non è stato fatto. Perché?
Per mancanza di immaginazione.

Gli scienziati avrebbero potuto descrivere i rischi, i funzionari della sanità pubblica tracciare una risposta, ma i burocrati delle agenzie e la leadership nazionale non sono riusciti a capire quanto potesse diventare grave l'epidemia.
Il 30 marzo Donald Trump disse: "Nessuno ne aveva un idea."
Il primo caso americano noto riguardò un uomo di trentacinque anni che aveva visitato parenti a Wuhan prima di tornare nella zona di Seattle il 15 gennaio. (Ultimamente, è arrivata la notizia di altri due primi casi, nella Contea di Santa Clara, in California, che suggeriscono che il Virus potrebbe essere stato presente negli Stati Uniti prima del 15 gennaio; entrambi i pazienti sono deceduti a febbraio ma, la loro positività al Covid è stata rilevata solo dalle indagini autoptiche di fine aprile.) L'uomo di Seattle si presentò in una clinica il ​​19 gennaio lamentando tosse e febbre persistenti. La sua tosse rispecchiava la SARS, che è il mezzo più favorevole per un virus come Cov 2 di propagarsi, e quindi, per almeno quattro giorni, si presume che abbia potuto trasmettere l'infezione ad altri nella contea di Snohomish, adiacente a Seattle, e forse anche sull'aereo (se contagioso pur essendo ancora asintomatico).
Alla clinica il racconto del viaggio suscitò preoccupazione, un medico informò il personale del dipartimento sanitario statale, che a sua volta informò il Centro operativo di emergenza del CDC.
Prelevate dei campioni e noi li analizzeremo, rispose il CDC, così all'uomo furono prelevati campioni di sangue e gli fu fatto il tampone, ma poi lo dimisero.
Il giorno successivo, quando i risultati dei test furono positivi, fu richiamato e ricoverato in un ospedale per poi essere collocato in un'unità di isolamento.
La risposta disastrosamente tardiva, inadeguata, confusa e (opinione di molti cittadini) disorientante del governo federale a Covid 19, sia prima che dopo il primo caso, è la causa di più fattori, troppi per essere qui elencati, ma ne citerò due:
L’incapacità di cogliere i segnali forniti da SARS e MERS, entrambi provocati da Coronavirus e l’inabilità negli ultimi anni, ai più alti livelli governativi, di comprendere la gravità e l'immediatezza delle minacce pandemiche. Il risultato di quei fallimenti è ciò che Ali Khan intende per "mancanza di immaginazione."
Beth Cameron, ex capo del Directorate for Global Health Security and Biodefense del National Security Council, la definisce l'assenza del “rilevatore di fumo".
Quelli al potere, incaricati di "tenere d'occhio le emergenze" devono annusare il fumo e soffocare il fuoco mentre è ancora debole, mi ha detto Cameron. “Non riuscirai a impedire che si verifichino focolai ma, puoi impedire che si trasformino in epidemie o pandemie."
Ha guidato la direzione dalla sua istituzione a seguito dell'epidemia di Ebola del 2014 in Africa occidentale, fino a marzo 2017. L’organismo sopravvisse sotto il suo successore per poco più di un anno e poi, dopo che John Bolton divenne consigliere per la sicurezza nazionale, fu sciolto; e un rilevatore di fumo non funziona quando la batteria è stata rimossa.
Dennis Carroll, un ex ricercatore di virologia, guidò per quasi quindici anni, un'unità di minacce pandemiche presso l'agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale. Nel 2009 creò un grande programma che chiamò PREDICT, distribuendo fondi per circa duecento milioni di dollari in sovvenzioni per sostenere la scoperta di nuovi Virus, potenzialmente pericolosi, prima che si trasmettessero agli umani. Quel programma sta giungendo al termine a causa "dell'ascesa di burocrati avversi al rischio", ha detto al Times lo scorso ottobre. Ha citato la decisione della Casa Bianca di chiudere il NSC, e ha affermato che sia il Congresso che le Amministrazioni di George W. Bush e Barack Obama sono stati "di grandissimo supporto", ma poi sono arrivati ​​gli attuali gelidi venti.
Gli Stati Uniti non sono però i soli. "La comunità globale fa davvero fatica ad investire in quello che si può considerare solo "possibile", mi ha detto Carroll di recente. Spendere denaro è considerato una forma di spreco, specialmente se si tratta di denaro pubblico, anche se lo si sta spendendo per assicurarsi contro un rischio maggiore.
E’ chiaro che se spendi un miliardo di dollari, o dieci miliardi, sono briciole se messe a confronto con quanto ci sta costando Covid 19, ma se la pandemia non si verifica durante il tuo mandato la minaccia diventa inconsistente, mi disse Carroll.
Quando compare una SARS, quando si verifica una pandemia di influenza suina, quando si verifica un'epidemia di Ebola i leader politici e i donatori privati ​​reagiscono con estrema generosità; ma quando la crisi finisce, mi disse, "vediamo un tracollo totale in questo tipo di investimenti".
I proprietari di case acquistano un'assicurazione contro gli incendi, i governi acquistano in grandi quantità armamenti sperando che non vengano usati, ma c'è riluttanza a investire seriamente nella preparazione contro le pandemie.

"È un disturbo da deficit di attenzione su scala globale".

Alla fine di " The Next Pandemic", Ali Khan offre un'altra metafora: "È giunto il momento per noi di smetterla di vedere la salute pubblica come l'ascia nella vetrina antincendio: "in caso di emergenza rompere il vetro“. Abbiamo bisogno di investimenti in misure preventive, ha scritto, per rendere le nostre comunità più resistenti ad un simile incubo, e questo significa tracciamento virale sul campo, monitoraggio vigile per gli spillover, sistemi per produrre test diagnostici veloci e in grande abbondanza, migliorare la capacità di risposta degli ospedali, catene di approvvigionamento intelligenti per DPI e ventilatori e piani coordinati per spostarli da una giurisdizione all'altra. Occorre una pianificazione coordinata tra città, stati, province, nazioni e agenzie internazionali per aiutare a contenere il disastro infettivo, una educazione civica per il distanziamento sociale e il monitoraggio della quarantena, una migliore leadership nella sanità pubblica e cicli di finanziamento affidabili: e, soprattutto, la volontà politica di investire anche rischiando, per una preparazione che potrebbe anche non servire.

Forse avremo tutto quello che ci occorre per la prossima pandemia, ma per questa è purtroppo troppo tardi. "Di solito, il mio ruolo personale è di rispondere a questi focolai all'estero", mi ha detto Khan l'ultima volta che abbiamo Skyped.
Tali missioni hanno segnato la sua carriera in CDC e in quella successiva. Ma stavolta non ha dovuto viaggiare. "Il lavoro qui in America mi è bastato", ha detto. Probabilmente passa le sue giornate a prendere decisioni sulle lezioni d'autunno o sulle carenze di bilancio presso il College of Public Health, lavorando per spostare riunioni online, consultando i funzionari statali o locali sulle misure di sanità pubblica, o con le società private per proteggere i propri dipendenti e clienti.
Quando cinquantasette americani furono evacuati da Wuhan, all'inizio di febbraio, sbarcarono all'aeroporto di Omaha. Khan aiutò a organizzare la loro quarantena a Camp Ashland, una base della Guardia Nazionale lungo il fiume Platte.
Fa interviste con i media, sovrintende alla facoltà che distribuisce squadre di studenti per la ricerca dei contatti in Nebraska e Iowa, fornisce consulenza sui miglioramenti degli impianti di confezionamento della carne e fa parte del comitato direttivo della Global Outbreak Alert and Response Network (rete di allarme e risposta alle epidemie) che è una rete di esperti che lavorano nell'ambito del OMS per studiare, anticipare e rispondere agli eventi della malattia. Come la maggior parte di noi ora, trascorre gran parte del suo tempo su Skype, Zoom e al telefono, ma per lui la sostanza delle discussioni si estende alla ricerca di studi farmacologici, alla risposta immunitaria, alle ultime novità nella modellizzazione delle malattie e al modo migliore per decontaminare le mascherine N95.

Il numero di casi in Nebraska sta aumentando, da un paziente confermato il 6 marzo, si è arrivati a migliaia.
Restano bassi i decessi se confrontati con il resto del paese ma è basso anche il numero dei test in proporzione, quindi il numero reale di Nebraskan infetti è sconosciuto. Il governatore Pete Ricketts ha chiuso le scuole, ha proibito le riunioni con più di dieci persone e in alcune contee e ha dichiarato lo stato di emergenza ma, si è rifiutato di imporre il Lockdown.
Omaha è il capoluogo della contea di Douglas County, ed è il più popoloso dello stato e il suo aeroporto è il più trafficato ed è per questo che è stato quello maggiormente colpito. E così, mentre Ali Khan siede nel suo ufficio, tra immagini e ricordi di una vita in prima linea contro le malattie infettive, stavolta è la pandemia che sta arrivando a lui."
Fonte: New Yorker

C'è un articolo che consiglio caldamente perché Quammen lo scrisse nel 2007 per il National Geographic.
Si potrebbe definire profetico. Zoonotic Disease