Alla fine, con un grande dispendio di tempo ed energie, le Api che muoiono le ho trovate davvero.
Non è stato facile, anzi tutt'altro.
Ci eravamo lasciati con una domanda: le Api stanno davvero morendo?
Lo scritto risale a parecchi mesi fa e lo potete trovare qui.
E' lungo, impegnativo, ricco di tanti dati, aneddoti e nozioni a mio avviso utilissime ad un neofita, ma alla fine imperfetto come tutti i testi che si concludono con delle incognite.
Riassumendolo brevemente, ero arrivato ad una conclusione inquietante, la quale mostrava un quadro totalmente differente da quello dipinto dai social e dai quotidiani nazionali ed esteri.
La mia conclusione era che le Api non stavano morendo, anzi, godevano di ottima salute, tanto da essere raddoppiate di numero negli ultimi sessant'anni.
Quando parlo di numero di Api mi riferisco, ovviamente, al numero di colonie; numero piuttosto accurato ma suscettibile di variazioni perché il pianeta è vasto, ed è tutt'altro che facile censirle tutte.
Non sono vacche, con loro è nettamente più facile.
Ma non sono neppure cimici o zanzare, il quale censimento risulterebbe impossibile.
Quanti lombrichi da terra ci sono sul nostro pianeta?
Essendo le Api il terzo/quarto animale più sfruttato dall'uomo, censirle è impresa titanica, ma non impossibile.
Sono 100 milioni di colonie, colonia più colonia meno.
Negli anni sessanta erano poco meno di 50 milioni.
Questo dato, fornito dalla FAO, smentisce tutti i siti e quotidiani mondiali che asseriscono che le Api stanno scomparendo, e con esse il nostro futuro.
Ma una tal mole di informazioni non può essere ignorata; sarebbe una follia.
E' per questo che mi sono rimboccato le maniche, cercando di comprendere dove le menzogne si amalgamano con la verità.
Facciamo un salto indietro, a cavallo tra il 1914 e il 1920.
I protagonisti sono gli esseri umani e non le Api.
Un grafico approssimativo, per forza di cose, mostrerebbe una perdita stimabile in 15/17 milioni di morti a causa della prima guerra mondiale, consumatasi a cavallo tra il 1914 e il 1918.
Se potessimo osservare solo quel dato, ignorando le cause e il futuro, arriveremmo alla conclusione logica che l'essere umano stava correndo dei seri rischi e forse si sarebbe estinto.
A quel dato vanno sommate le vittime della tristemente nota Influenza Spagnola che dilagò tra il 1918 e il 1920.
500 milioni di infetti e 50/100 milioni di morti.
Ci siamo estinti? No, nel 1920 eravamo circa 2 miliardi e inspiegabilmente oggi siamo quasi 8, e anche se in quei sei anni abbiamo subito ingenti perdite, ci siamo ripresi.
Questo aneddoto non è dissimile all'immaginario collettivo che il mondo ha sulle Api.
Il collasso tra le Api è senza ombra di dubbio accaduto, ma mostra solamente una porzione di grafico.
Ma la questione è molto più complessa di così; non lo è quasi sempre?
Facciamo un salto nel passato, fin dove la memoria storica arriva.
L'anno è il 960 d.C.
In Irlanda accade il primo grande collasso di Api, uno sterminio.
Le cause reali sono sconosciute, quelle probabili sono note ma restano supposizioni.
Mille incognite ed una sola certezza; le Api erano quasi del tutto scomparse.
Poco alla volta ritornano e la memoria si cancella ma, nel 992 a 32 anni di distanza, ecco che scompaiono di nuovo; un ecatombe.
A quel tempo non ci sono contaminanti e l'azione dell'uomo è poca cosa.
Non esiste la chimica, i cambiamenti climatici sono quelli ciclici e le coltivazioni modeste.
Eppure le Api scompaiono.
Nel 1443 il collasso si ripresenta in tutta la sua forza distruttiva.
Ne accadono altri, più modesti, e quelli che la storia ricorda sono solamente quelli più eclatanti.
All'incirca ogni dieci anni, questo allora come oggi, le Api muoiono e se ne ignoravano (forse se ne ignorano anche oggi) le cause.
Abbandoniamo l'Irlanda e spostiamoci di poco, pochissimo, fino ad arrivare nel Regno Unito.
L'anno è il 1906 e il periodo è la primavera.
Nell'isola di Wight la maggior parte degli apicoltori perse le colonie.
Gli scritti riportano che tra il 1905 e il 1919 il 90% delle Api morì.
Riportano anche che non potevano volare e le vedevano strisciare, agonizzanti, all'ingresso degli alveari.
In America nel frattempo si susseguono perdite importanti e si presume sia accaduto in tutto il mondo.
Ancora una volta i collassi sono periodici, misteriosi, inspiegabili.
Nel 1903 dopo un duro inverno e una primavera fredda, nella Cache Valley dello Utah muoiono 2000 colonie, presumibilmente per una ridotta presenza di polline.
Nel 1915 a Portland (Oregon) e dalla Florida fino alla California accade lo stesso, ma i documenti sono pochi e le testimonianze mal riportate.
Però nel 1917 i documenti tornano a parlar chiaro: a New York, nel New Jersey, nell'Ohio e in Canada accade lo stesso e la colpa viene data ad una sovrabbondanza di polline.
Quando manca, il polline ha la colpa, quando abbonda pure.
Dal 1891 al 1896 il Colorado viene a sua volta colpito da misteriose e abbondanti perdite, e danno la colpa ad un fungo, l'Aspergillus.
Nel 1995 gli apicoltori della Pennsylvania persero il 53% delle colonie e le cause furono imputate al famoso "Mal di Maggio".
Poi arriva il tristemente noto 2007 con il suo CCD Californiano (sindrome dello spopolamento degli alveari).
I dati sono nuovamente inquietanti, le perdite ammontano tra l'ottanta e il cento percento.
Solo che, anche se le percentuali sono simili a quelle del 1906 sull'isola di Wight, i numeri non sono paragonabili perché nella sola Central Valley della California risiedono il 60% di tutti gli alveari degli Stati Uniti.
Ma il CCD non resta un evento isolato perché si espande a macchia d'olio in ben 22 stati, comprese le isole Hawaii e, inarrestabile, il collasso si abbatte in quasi tutti i paesi del mondo, come se ci fosse un vento a propagarlo.
Le cause sono ancora al vaglio, i report sono numerosi e gli studi pure. Si prendono delle precauzioni e si tenta di correre ai ripari ma, come accadde in passato, questo male oscuro scompare poco alla volta e gli apicoltori riescono ad incrementare, di nuovo, il numero degli alveari.
Ma le cose, come dicevo, non sono mai semplici; bianche o nere, buone o cattive.
Come dicevo, alla fine le Api che muoiono le ho trovate davvero, e sono tante, ma non sono quelle che conosciamo e amiamo.
Cosa significa essere un Impollinatore?
Gli impollinatori sono animali che spostano il polline maschile agli stigma femminili dei fiori.
Grazie a questa azione i fiori si riproducono, dando origine ad un gran numero di frutti della natura.
L'Ape mellifera è l'impollinatore più numeroso del pianeta. E' l'ape che conosciamo e che amiamo, ed è anche l'unica che produce il miele (insieme alla Cerana) ed è la sola che gode di ottima salute.
Ma di Apidae ne esistono circa 4.000 generi e circa 25.000 specie.
Scopro che il numero di impollinatori è vastissimo e non si limita alle Api mellifere, a quelle selvatiche, alle vespe, ai bombi e ai calabroni; perché tra gli impollinatori ci sono le mosche, i moscerini, le farfalle, i coleotteri e le zanzare.
Ma non finisce qui perché ci sono anche i vertebrati, i pipistrelli, le scimmie, gli opossum, senza dimenticare i volatili e i roditori, le lucertole e le formiche.
E per ogni genere che ho elencato, dimenticandone certamente a iosa, vi sono ovviamente le diverse specie e sottospecie.
Scopro che ognuna di esse è in netto declino, tranne quella che scalda tanto i nostri cuori e animi, e che è sulla punta della lingua di tutti.
Grazie all'aiuto di Giacomo e al suo Entropyforlife scopro The IUCN Red List.
E' un sito con un proprio motore di ricerca, che contiene i dati su tutte le specie di animali del pianeta.
Sulla sommità del sito una banda, suddivisa in nove stadi, indica lo stato dell'animale.
- Non valutato
- Dati carenti
- Minima preoccupazione
- Quasi minacciato
- Vulnerabile
- In pericolo di estinzione
- In pericolo critico
- Estinto in natura
- Estinto
Digito Pollinators e trovo un unico riferimento che è della Society for Conservation Biology.
Ecco cosa dice l'abstract dello studio.
"La biodiversità è in declino, con effetti diretti e indiretti sulle funzioni e sui servizi dell'ecosistema. Qui, sviluppiamo la prima valutazione globale delle tendenze negli impollinatori, concentrandoci sull'impollinazione di uccelli e mammiferi. Un indice della Red List, per queste specie, mostra che nel complesso, le specie di uccelli e mammiferi impollinatori stanno diminuendo, con più specie che si stanno muovendo verso l'estinzione. In media 2,5 specie all'anno hanno cambiato categoria nella Lista Rossa, spingendosi verso un aumento sostanziale del rischio di estinzione. Questo può influenzare sui benefici che queste specie forniscono alle persone. Raccomandiamo che l'indice sia ampliato per includere gruppi tassonomici che contribuiscono in modo più significativo all'impollinazione, come api, vespe e farfalle, fornendo così un quadro più completo dello stato delle specie impollinatrici in tutto il mondo."
Poi digito Honey Bee e mi appaiono solo due voci, la Western Honey Bee (Apis Mellifera) e le Api intese come specie complessiva.
Scelgo la prima voce, perché è quella che mi interessa maggiormente, e con mia grande sorpresa la mia ricerca subisce un repentino stop: Dati carenti.
Non si sta estinguendo né sta aumentando; per la Red List risulta impossibile fornire dei dati.
Possibile, mi domando, che per la cronaca si stiano estinguendo e per la scienza manchino i dati? E siccome questo è l'unico dato concreto in tutta questa faccenda, la cronaca da chi e dove ha preso i dati?
Cerco qualche dettaglio in più e ne trovo uno, una valutazione del sito.
"Attualmente non è possibile quantificare le dimensioni della popolazione e le tendenze di tutte le sottopopolazioni selvatiche di Apis mellifera (definite in questa valutazione della Red List come colonie autosufficienti (ad esempio, non ricevono un trattamento veterinario o altri interventi di gestione ) che non sono influenzati dal materiale genetico introdotto).
È problematico distinguere tra colonie selvagge e gestite di A. mellifera in Europa ai fini di questa valutazione, in quanto i dati non sono prontamente disponibili.
Tuttavia, ci sono indicazioni che la specie è rara, se non estinta in natura (Moritz et al. 2007, Jaffé et al. 2010). Numerosi studi indicano che A. mellifera ha subito cali significativi in Europa; tuttavia, non è chiaro se questi studi si riferiscano alla riduzione della popolazione di colonie selvatiche, o gestite. Per tutta l'Europa, la dimensione della popolazione e la tendenza di A. mellifera rimane sconosciuta.
In relazione alle perdite di colonie di Honey Bee ci sono un numero crescente di articoli e numeri speciali di riviste scientifiche nell'ultimo decennio. Uno dei più completi è stato uno studio di Neumann e Carreck (2010) che affronta le possibili cause di perdita di colonie in 16 paesi.
In relazione alle perdite di colonie di Honey Bee ci sono un numero crescente di articoli e numeri speciali di riviste scientifiche nell'ultimo decennio. Uno dei più completi è stato uno studio di Neumann e Carreck (2010) che affronta le possibili cause di perdita di colonie in 16 paesi.
Molte di queste cause sono affrontate brevemente nella sezione delle minacce di questa valutazione."
Rimango un attimo interdetto, perché dai dati FAO so che Apis mellifera non è mai stata così numerosa come ai giorni nostri, e con questa affermazione intendo: mai così numerosa da quando esiste la specie, quindi dagli albori dei tempi.
Poi rammento che il sito è scientifico e che non è facile ragionare sempre in questo modo.
Red List non fa un distinguo tra Apis mellifera gestita dagli apicoltori, da quella selvatica, e non riesce a fornire dati certi. Si spinge oltre, affermando che Apis mellifera selvatica è quasi estinta in natura, ma è come se dicesse: le vacche in natura, allo stato brado sono praticamente estinte, capite?
Accolgo il consiglio e vado a vedere la parte riguardante le minacce, anche se stiamo parlando della sola Apis Mellifera selvatica.
- Sviluppo residenziale e commerciale (abitazioni e aree urbane).
- Agricoltura e acquacoltura (colture annuali e perenni, mancanza di legname e allevamento di bestiame e allevamento in generale).
- Modifiche del sistema naturale (altre modifiche all'ecosistema).
- Specie invasive e altre malattie, geni e malattie (specie/malattie invasive non autoctone/aliene e specie/malattie autoctone problematiche e materiale genetico introdotto).
- Inquinamento (effluenti agricoli e forestali).
Il report entra ancor più nel dettaglio:
"Le popolazioni selvatiche di Apis mellifera in Europa sono state fortemente influenzate da: perdita di habitat (declino della disponibilità di nidi naturali e fonti di cibo); spostamento da fonti alimentari e nidi da colonie gestite; malattie e parassiti provenienti da api gestite/selvatiche; l'uso di pesticidi, erbicidi e fungicidi; specie esotiche invasive; pratiche di apicoltura dannose e la mancanza di un adeguato controllo dei parassiti.
Le principali minacce per le specie sono elencate di seguito:
Perdita di habitat e malnutrizione.
L'uso intensivo del suolo per l'agricoltura, lo sviluppo commerciale e residenziale ha portato a una diminuzione della gamma di habitat adatti e disponibili per le popolazioni selvatiche degli impollinatori (Kremen et al. 2002, Biesmeijer et al. 2006, Flynn et al. 2009).
Le principali minacce per le specie sono elencate di seguito:
Perdita di habitat e malnutrizione.
L'uso intensivo del suolo per l'agricoltura, lo sviluppo commerciale e residenziale ha portato a una diminuzione della gamma di habitat adatti e disponibili per le popolazioni selvatiche degli impollinatori (Kremen et al. 2002, Biesmeijer et al. 2006, Flynn et al. 2009).
La mancanza di risorse floreali (polline e nettare) nell'ambiente può avere un impatto sulle riserve e quindi sulla sopravvivenza della colonia, soprattutto durante l'inverno.
Patogeni e parassiti come la Varroa destructor e i suoi patogeni associati (virus) sono considerati la più grande minaccia che causa il declino in Europa di colonie gestite e selvatiche di A. mellifera. Sono stati implicati nel causare il declino delle colonie, nelle colonie gestite, e hanno probabilmente decimato la popolazione selvatica di A. mellifera in tutta Europa (Moritz et al. 2007, Jaffé et al. 2010, Moritz et al. 2010).
Le colonie gestite e quindi le colonie selvatiche sono colpite anche da molti virus (20 sono stati descritti fino ad oggi) alcuni dei quali sono associati e trasmessi dal distruttore Varroa (ad esempio, virus dell'ala deforme), agenti patogeni e parassiti (Nosema spp. e Acarapis woodi (Acaro tracheale di Honey Bee) , foulbrood e una serie di altri disturbi della covata (Moritz et al. 2010).
(2014) ha dimostrato il trasferimento della malattia dalle colonie gestite di A. mellifera a Bombus spp., un evento che può certamente applicarsi alle colonie selvagge di A. mellifera.
Inquinamento - pesticidi, erbicidi e fungicidi.
I pesticidi più utilizzati sono quelli della famiglia dei neonicotinoidi e, insieme agli erbicidi e ai fungicidi, questi possono avere un impatto sulla disponibilità di foraggi di A. mellifera oltre ad avere un impatto diretto sulla loro salute (Izuru 1999, Blacquiere et al. 2012). Le prove sui danni causati da questi insetticidi sono in conflitto per ora (Henry et al. 2012, Fischer et al. 2014).
Il calabrone asiatico.
Il calabrone asiatico (Vespa velutina) è stato introdotto per la prima volta nella Francia sud-occidentale. Si tratta di una nuova minaccia in quanto si nutre di A. mellifera e si è diffusa dalla Francia ai paesi limitrofi in Europa come la Spagna, il Portogallo e il Belgio. La specie è ora stabile, almeno in Francia, e l'eradicazione non è più possibile (Rortais et al. 2010).
Pratiche di apicoltura dannose.
Pratiche di apicoltura dannose creano problemi per le colonie di A. mellifera e, potenzialmente, altri visitatori/impollinatori di fiori (Evison et al. 2012, F. f. 2014,). Queste pratiche sfavorevoli includono: l'apicoltura migratoria, il commercio nelle regine, l'allevamento selettivo su larga scala e l'errata applicazione dei trattamenti per le malattie contribuiscono tutti alla perdita della diversità genetica e alla resilienza delle popolazioni di api, entrambe gestite selvatico (De la Ràa et al. 2009). La Buckfast Bee (una razza artificiale che combina un certo numero di sottospecie provenienti da Europa e Africa) può anche essere una minaccia perché contribuisce alla distruzione degli ecotipi locali in quanto è una razza di api artificiale da molti ceppi diversi di api.
Mancanza di un adeguato controllo dei parassiti.
Il controllo del distruttore Varroa è attualmente insostenibile in quanto le sostanze chimiche utilizzate sono efficaci a breve termine man mano che l'acaro sviluppa (evolve) resistenza. Le sostanze chimiche non sono pertanto molto efficaci."
Patogeni e parassiti come la Varroa destructor e i suoi patogeni associati (virus) sono considerati la più grande minaccia che causa il declino in Europa di colonie gestite e selvatiche di A. mellifera. Sono stati implicati nel causare il declino delle colonie, nelle colonie gestite, e hanno probabilmente decimato la popolazione selvatica di A. mellifera in tutta Europa (Moritz et al. 2007, Jaffé et al. 2010, Moritz et al. 2010).
Le colonie gestite e quindi le colonie selvatiche sono colpite anche da molti virus (20 sono stati descritti fino ad oggi) alcuni dei quali sono associati e trasmessi dal distruttore Varroa (ad esempio, virus dell'ala deforme), agenti patogeni e parassiti (Nosema spp. e Acarapis woodi (Acaro tracheale di Honey Bee) , foulbrood e una serie di altri disturbi della covata (Moritz et al. 2010).
(2014) ha dimostrato il trasferimento della malattia dalle colonie gestite di A. mellifera a Bombus spp., un evento che può certamente applicarsi alle colonie selvagge di A. mellifera.
Inquinamento - pesticidi, erbicidi e fungicidi.
I pesticidi più utilizzati sono quelli della famiglia dei neonicotinoidi e, insieme agli erbicidi e ai fungicidi, questi possono avere un impatto sulla disponibilità di foraggi di A. mellifera oltre ad avere un impatto diretto sulla loro salute (Izuru 1999, Blacquiere et al. 2012). Le prove sui danni causati da questi insetticidi sono in conflitto per ora (Henry et al. 2012, Fischer et al. 2014).
Il calabrone asiatico.
Il calabrone asiatico (Vespa velutina) è stato introdotto per la prima volta nella Francia sud-occidentale. Si tratta di una nuova minaccia in quanto si nutre di A. mellifera e si è diffusa dalla Francia ai paesi limitrofi in Europa come la Spagna, il Portogallo e il Belgio. La specie è ora stabile, almeno in Francia, e l'eradicazione non è più possibile (Rortais et al. 2010).
Pratiche di apicoltura dannose.
Pratiche di apicoltura dannose creano problemi per le colonie di A. mellifera e, potenzialmente, altri visitatori/impollinatori di fiori (Evison et al. 2012, F. f. 2014,). Queste pratiche sfavorevoli includono: l'apicoltura migratoria, il commercio nelle regine, l'allevamento selettivo su larga scala e l'errata applicazione dei trattamenti per le malattie contribuiscono tutti alla perdita della diversità genetica e alla resilienza delle popolazioni di api, entrambe gestite selvatico (De la Ràa et al. 2009). La Buckfast Bee (una razza artificiale che combina un certo numero di sottospecie provenienti da Europa e Africa) può anche essere una minaccia perché contribuisce alla distruzione degli ecotipi locali in quanto è una razza di api artificiale da molti ceppi diversi di api.
Mancanza di un adeguato controllo dei parassiti.
Il controllo del distruttore Varroa è attualmente insostenibile in quanto le sostanze chimiche utilizzate sono efficaci a breve termine man mano che l'acaro sviluppa (evolve) resistenza. Le sostanze chimiche non sono pertanto molto efficaci."
Tutte queste cause, o quasi, le avevo trattate nel mio precedente report, ma le ho riportate comunque perché ogni report mi stupisce come se fosse il primo; perché pur includendo gli antiparassitari tra le cause, non li mettono mai tra quelle principali.
Restano ovviamente una delle tante e complesse cause, ma inspiegabilmente sono la sola citata dalla stampa.
Proseguo la ricerca con la seconda voce e mi compaiono 187 risultati, non male direi.
Sono 187 specie di Api selvatiche. Ad occhio e croce la maggior parte delle voci è seguita da un Unknown, però cerco di trovare la forza e davanti allo schermo del pc li faccio scorrere tutti, a gruppi di tre e questo è il risultato.
- Sconosciuto = 87
- Decrescita = 37
- Stabile = 63
Sotto esame ci sono solo 187 specie tra le migliaia, ma quello che balza subito all'occhio è che solo se sommiamo le specie stabili con quelle in decrescita, raggiungiamo il numero degli sconosciuti, che è solo una piccola parte delle migliaia di specie esistenti.
Di nuovo mi chiedo: perché, se tra le 187 specie ve ne sono il 19,7% in decrescita e l'8,5% in pericolo di estinzione, la stampa le dipinge tutte in pericolo di estinzione?
Che le Api con un trend stabile siano maggiori di quelle in decrescita mi conforta alquanto, ma ora è giunto il momento di valutare ad uno ad uno i report delle 187 specie!
Sto scherzando...
Ne prenderò tre con una popolazione stabile e tre con una popolazione in decrescita.
Cerco tra i nomi qualcosa di familiare e scelgo il Bombus perezi, che ovviamente non conosco ma è perlomeno un bombo, e a me stanno particolarmente simpatici.
Scopro che vive solamente in Corsica ed Elba. Il trend della popolazione è stabile. Dalla mappa noto che sta colonizzando, timidamente, anche il nord della Sardegna e mi scappa un sorriso.
Ne scelgo un altro e opto per il Bombus trinominatus. Il trend della popolazione è stabile e il dettaglio dice questo:
"Questa specie è fortemente legata alle foreste di pini in montagna, sia in Messico che in Guatemala, e anche molto limitata alle montagne del Messico (Guerrero, Oaxaca, Veracruz) e del Guatemala (San Marcos, Huehuetenango, Sololà e Quetzaltenango)."
Ne scelgo un altra e opto per la Nomada ferruginata (Geelschouderwespbij) anch'essa con una popolazione stabile. Vive in quasi tutta Europa, tranne in Bielorussia e manca anche in quasi tutta L'inghilterra e la Spagna.
La cosa che non mi farà dormire la notte è che osservando la mappa, vive attorno alla Bielorussia, la circonda abbondantemente, ma non la tocca (presumo che da lì non arrivino dati, ma sia comunque presente).
Il dettaglio dice:
"La specie è un parassita della covata di altre api, e l'unico ospite conosciuto è Andrena praecox (Alfken 1913, Perkins 1919, Stoeckhert 1933).
L'ospite raccoglie polline solo alle specie Salix. L'habitat si trova lungo fiumi, dighe, scavi abbandonati, terreni di scarto vicino all'acqua (Westrich 1989, J. Smit pers. obs.
La specie è univoltine cioè (ha una generazione all'anno) e vola da marzo a maggio."
L'ospite raccoglie polline solo alle specie Salix. L'habitat si trova lungo fiumi, dighe, scavi abbandonati, terreni di scarto vicino all'acqua (Westrich 1989, J. Smit pers. obs.
La specie è univoltine cioè (ha una generazione all'anno) e vola da marzo a maggio."
Ora mi faccio guidare dalla curiosità, tra le specie con un trend in diminuzione.
La mia prima scelta è il Bombus alpinus che vive in Europa, ad alta quota, sulle Alpi fino in Austria, in Romania e in quasi tutta la Norvegia e nella Svezia e Finlandia del nord. "
Scopriamo perché la popolazione è in calo.
"Le popolazioni montane meridionali sono minacciate dal cambiamento climatico. Ciò potrebbe causare un calo della quantità di habitat adatto disponibile (Manino et al. 2007, Franzen e Ockinger 2011, Franzen e Molander 2012, B. Cederberg pers. comm. 2013, Rasmont et al. 2014)."
Siccome non ho trovato altro, proseguo e scelgo il Bombus medius che vive in Messico e Guatemala; ecco i motivi del suo calo:
"Le principali minacce sono la perdita di habitat attraverso l'agricoltura intensiva, il disboscamento, il taglio della vegetazione non legnosa sui bordi delle colture e lo spostamento dell'agricoltura in ranch di bestiame, estrazione mineraria o insediamento umano. L'inquinamento da agrochimici, per lo più insetticidi, è anche una minaccia potenzialmente grave. In Guatemala non esistono documenti recenti in aree agricole intensive senza resti di foreste naturali (Vasquez et al. 2010). Ci sono anche possibili impatti di specie non autoctone (Quezada-Euan e Ayala 2010)."
Anche in questo caso l'inquinamento da agrochimici viene inserito solo alla fine e non tra le prime posizioni. Ps. stavo dimenticando di segnalare che la scala graduata segna vulnerabile.
L'ultima ape selvatica che decido di descrivere è una scelta facile e quasi obbligata, perché è in pericolo di estinzione.
Il Bombus fraternus vive al centro degli Stati Uniti, fin quasi a sfiorare Miami, Atlanta e Washington.
Ecco il report:
"In generale, i bombi (Bombus spp.) sono minacciati da una serie di fattori tra cui la perdita dell'habitat, l'uso di pesticidi, gli agenti patogeni degli impollinatori gestiti, la concorrenza con le api non autoctone e il cambiamento climatico (rivisto a Goulson 2010, Williams et al. e Osborne 2009, Fàrst et al. 2014, Cameron et al. 2011, Hatfield et al. 2012). La riduzione della diversità genetica derivante da una qualsiasi di queste minacce può essere particolarmente preoccupante per i bombi, poiché il loro metodo di determinazione del sesso può essere interrotto dall'inbreeding, e poiché la diversità genetica tende già ad essere bassa in questo gruppo a causa della ciclo di vita coloniale (cioè, un gran numero di bombi trovati localmente può rappresentare solo una o poche regine) (Goulson 2010, Hatfield et al. 2012, ma vedi Cameron et al. 2011 e Lozier et al. 2011).
La perdita di habitat dovuta alla conversione delle praterie in agricoltura è probabilmente la principale minaccia per questa specie. Gran parte della sua gamma si sovrappone alle principali aree agricole, in particolare per la produzione di mais (ad esempio Midwest USA). (2009) ha scoperto di essere diminuito in Illinois, uno stato con un'estesa perdita di habitat naturale. Anche l'esposizione ai pesticidi in un habitat adatto può causare un declino. Il seme di mais è ora quasi interamente trattato con neonicotinoidi, un gruppo di pesticidi noto per avere un impatto negativo sulle api (Hopwood et al. 2012). I livelli di parassiti in natura non sono stati studiati in questa specie, quindi la minaccia di fuoriuscita di agenti patogeni in questa specie è sconosciuta. Gli incendi naturali e la combustione prescritta possono beneficiare le api creando foraggio aperto in habitat altrimenti inadatti. Come tale, la soppressione degli incendi naturali può comportare la perdita di habitat per le api e altre specie di praterie, in particolare nelle regioni boschive. Alla luce di ciò, la combustione prescritta è spesso utilizzata come strumento di gestione della conservazione per ripristinare gli ecosistemi naturali (ad esempio le praterie), aumentare la biodiversità (in particolare le specie vegetali) e controllare le specie invasive (ad esempio Brockway et al. 2002, Hatch et al. 2002). Tuttavia, a seconda dell'intensità, della durata, della stagione, della frequenza e della patch, il fuoco prescritto può comportare la perdita di popolazione per gli impollinatori, in particolare nei siti in cui esistono pochi individui di una specie (ad esempio Swengel 1996). Come tale, sia la soppressione del fuoco che il fuoco stesso possono minacciare questa specie in alcune aree."
La perdita di habitat dovuta alla conversione delle praterie in agricoltura è probabilmente la principale minaccia per questa specie. Gran parte della sua gamma si sovrappone alle principali aree agricole, in particolare per la produzione di mais (ad esempio Midwest USA). (2009) ha scoperto di essere diminuito in Illinois, uno stato con un'estesa perdita di habitat naturale. Anche l'esposizione ai pesticidi in un habitat adatto può causare un declino. Il seme di mais è ora quasi interamente trattato con neonicotinoidi, un gruppo di pesticidi noto per avere un impatto negativo sulle api (Hopwood et al. 2012). I livelli di parassiti in natura non sono stati studiati in questa specie, quindi la minaccia di fuoriuscita di agenti patogeni in questa specie è sconosciuta. Gli incendi naturali e la combustione prescritta possono beneficiare le api creando foraggio aperto in habitat altrimenti inadatti. Come tale, la soppressione degli incendi naturali può comportare la perdita di habitat per le api e altre specie di praterie, in particolare nelle regioni boschive. Alla luce di ciò, la combustione prescritta è spesso utilizzata come strumento di gestione della conservazione per ripristinare gli ecosistemi naturali (ad esempio le praterie), aumentare la biodiversità (in particolare le specie vegetali) e controllare le specie invasive (ad esempio Brockway et al. 2002, Hatch et al. 2002). Tuttavia, a seconda dell'intensità, della durata, della stagione, della frequenza e della patch, il fuoco prescritto può comportare la perdita di popolazione per gli impollinatori, in particolare nei siti in cui esistono pochi individui di una specie (ad esempio Swengel 1996). Come tale, sia la soppressione del fuoco che il fuoco stesso possono minacciare questa specie in alcune aree."
Di nuovo la perdita di habitat naturale è la causa primaria del loro collasso, e questa volta è una minaccia davvero importante.
Ma anche se le tre specie a rischio le ho terminate, non posso ignorare l'Ammobates dusmeti, presente in Spagna e in un breve tratto tra il Golfo di Lione e Marsiglia. Questa specie è in Pericolo critico.
"L'habitat e l'ecologia di questa specie non sono certi. La specie può verificarsi nelle praterie e negli arbusti aperti con terreno nudo. È una specie cleptoparasitica, in quanto parassita i nidi di altre specie di api, ma l'ospite(i) è/sono sconosciuti."
Le cause del loro declino, quasi scomparsa, sono sconosciute.
Ovviamente ho letto i report di quasi tutte le specie in decrescita e ho trovato un sunto piuttosto esaustivo, eccolo.
Ve ne lascio un piccolo stralcio, esortandovi a leggerlo completamente, ma a mio avviso la parte centrale del report descrive al meglio il collasso delle Api selvatiche e non.
"Molti suggerimenti ben intenzionati sulle possibili cause di perdita di colonie, tra cui idee improbabili come telefoni cellulari, colture geneticamente modificate e nanotecnologie, hanno forse oscurato spiegazioni molto più probabili come parassiti e antiparamitture, perdita di foraggi e pratiche di apicoltura. Ad esempio, il famoso parassita dell'apicoltura di A. mellifera, il distruttore ectoparassitico dell'acaro Varroa ha recentemente ricevuto relativamente poca attenzione, ma è certamente coinvolto. Infatti, gli ampi modelli di CCD coincidono con i continenti con pressioni diverse da V. destructor
(Fig. 1). Dal momento che le api melidee africane e africane sopravvivono senza trattamento per V. destructor (Martin e Medina, 2004), e l'acaro non è ancora stato scoperto in Australia, questo supporta un ruolo centrale di V. destructor per le attuali perdite di colonia."
(Fig. 1). Dal momento che le api melidee africane e africane sopravvivono senza trattamento per V. destructor (Martin e Medina, 2004), e l'acaro non è ancora stato scoperto in Australia, questo supporta un ruolo centrale di V. destructor per le attuali perdite di colonia."
Abbandoniamo per un attimo le Api e concentriamoci sulle farfalle Monarca.
Anch'esse sono al centro di un ampio dibattito. Bellissime, utilissime, indispensabili per l'uomo e seconde solo alle Api.
La famiglia è quella delle Nimphalidae e a quanto pare, per la stampa, ogni anno diminuiscono di numero.
Come potete notare la situazione è questa: il 69,9% delle Nimphalidae gode di ottima salute, anche se il 9,3% di esse risulta vulnerabile e il 7,3% in pericolo di estinzione e le cause sono di nuovo le stesse (ormai non stupiscono neppure più); al primo posto l'agricoltura e acquacultura e a seguire tutto il resto.
Andando nello specifico, la popolazione di farfalle Monarca (Danaus plexippus) con mia grande sorpresa risulta stabile.
Di nuovo mi soffermo a pensare dove la stampa possa trovare le informazioni che divulga.
I pericoli che corre, anche se stabile, sono descritti così:
"L'uso di erbicidi e insetticidi e la combustione dei rifiuti possono minacciare la specie di estinzione." Non riesco a trovare altro su Red List e rimango di nuovo interdetto.
Dentro di me cresce un idea, che era già radicata da tempo, ma con tutte le forze cerco di evitare colpi di testa, così cerco tra le maggiori autorità del settore, per scoprire qual'è la loro posizione.
Trovo un report della FDA (Food & Drug Administration) che non è certo l'ultima tra gli arrivati (La Food and Drug Administration è l'ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici. Esso dipende dal Dipartimento della salute e dei servizi umani degli Stati Uniti d'America).
Il titolo è questo: Aiutare le api mellifere utili all'agricoltura.
"Quando gli apicoltori pronunciano l'acronimo di tre lettere "AFB", non si riferiscono alla base dell'aviazione più vicina. Piuttosto, stanno parlando di foulbrood americano, una grave malattia infettiva delle api da miele. Causato dai batteri che formano le spore Paenibacillus e trovato in tutto il mondo, AFB è una delle malattie più diffuse che colpiscono la nidiata delle api da miele, e la più distruttiva. La malattia non comporta rischi per la salute delle persone, ma devasta tra le api. I focolai gravi possono indebolire o uccidere intere colonie /
I batteri possono produrre oltre un miliardo di spore in ogni larva infetta. Solo le spore sono patogene (che causano malattie) e purtroppo sono molto resistenti al calore e alle sostanze chimiche. Le spore delle larve di P. possono sopravvivere per molti anni nelle squame secche, così come nelle attrezzature per il miele, la cera d'api e l'alveare.
Le api operaie infermiere trasmettono il foulbrood americano alimentando il miele carico di spore o il pane d'api alle giovani larve. Le larve possono anche essere infettate da spore di P. larve che rimangono alla base delle loro cellule. Le api operaie "house" diffondono le spore in tutto l'alveare quando puliscono le cellule delle larve morte.
La malattia si diffonde rapidamente ad altre colonie nell'apiario:
Le colonie infette dall'AFB sono invitanti per le api ladre provenienti da colonie forti vicine. I ladri rubano il miele contaminato o il pane delle api dalla colonia infetta e riportano le spore delle larve nella loro colonia.
Le api operaie infermiere trasmettono il foulbrood americano alimentando il miele carico di spore o il pane d'api alle giovani larve. Le larve possono anche essere infettate da spore di P. larve che rimangono alla base delle loro cellule. Le api operaie "house" diffondono le spore in tutto l'alveare quando puliscono le cellule delle larve morte.
La malattia si diffonde rapidamente ad altre colonie nell'apiario:
Le colonie infette dall'AFB sono invitanti per le api ladre provenienti da colonie forti vicine. I ladri rubano il miele contaminato o il pane delle api dalla colonia infetta e riportano le spore delle larve nella loro colonia.
Mentre lavorano con i loro alveari, gli apicoltori possono esporre altre colonie nell'apiario al miele o alle attrezzature contaminate."
Non trovo neppure un accenno ai veleni dell'agricoltura, ma molto probabilmente perché questo report tratta di un solo problema, quello principale.
Così proseguo la mia ricerca e opto per la FAO (l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura.
Il report è questo.
"Vari fattori che influenzano gli impollinatori. La valutazione ha rilevato che circa il 16 per cento degli impollinatori dei vertebrati è minacciato di estinzione a livello globale - che sale al 30 per cento per le specie insulari - con una tendenza verso un maggior numero di estinzioni. Sebbene la maggior parte degli impollinatori di insetti non sia stata valutata a livello globale, le valutazioni regionali e nazionali indicano alti livelli di minaccia, in particolare per le api e le farfalle - con spesso più del 40% delle specie invertebrate minacciate localmente.
Gli impollinatori selvatici in alcune regioni, in particolare le api e le farfalle, sono minacciati da una serie di fattori, ha dichiarato Sir Robert Watson, vicepresidente dell'IPBES. Il loro declino è dovuto principalmente ai cambiamenti nell'uso del suolo, alle pratiche agricole intensive e all'uso di pesticidi, alle specie invasive aliene, alle malattie e ai parassiti e ai cambiamenti climatici.
Il declino degli impollinatori selvatici regionali è stato confermato per l'Europa nord-occidentale e per il Nord America. Anche se i casi locali di declino sono stati documentati in altre parti del mondo, i dati sono troppo scarsi per trarre conclusioni generali.
La valutazione ha rilevato che i pesticidi, tra cui gli insetticidi neonicotinoidi, minacciano gli impollinatori in tutto il mondo, anche se gli effetti a lungo termine sono ancora sconosciuti. Uno studio pionieristico condotto nei campi agricoli ha mostrato che un insetticida neonicotinoide ha avuto un effetto negativo sulle api selvatiche, ma l'effetto sulle api gestite era meno chiaro."
Gli impollinatori selvatici in alcune regioni, in particolare le api e le farfalle, sono minacciati da una serie di fattori, ha dichiarato Sir Robert Watson, vicepresidente dell'IPBES. Il loro declino è dovuto principalmente ai cambiamenti nell'uso del suolo, alle pratiche agricole intensive e all'uso di pesticidi, alle specie invasive aliene, alle malattie e ai parassiti e ai cambiamenti climatici.
Il declino degli impollinatori selvatici regionali è stato confermato per l'Europa nord-occidentale e per il Nord America. Anche se i casi locali di declino sono stati documentati in altre parti del mondo, i dati sono troppo scarsi per trarre conclusioni generali.
La valutazione ha rilevato che i pesticidi, tra cui gli insetticidi neonicotinoidi, minacciano gli impollinatori in tutto il mondo, anche se gli effetti a lungo termine sono ancora sconosciuti. Uno studio pionieristico condotto nei campi agricoli ha mostrato che un insetticida neonicotinoide ha avuto un effetto negativo sulle api selvatiche, ma l'effetto sulle api gestite era meno chiaro."
Il report consiglia qualche soluzione:
"Mantenere o creare una maggiore diversità di habitat per gli impollinatori nei paesaggi agricoli e urbani. Sostenere le pratiche tradizionali che gestiscono la patchiness dell'habitat, la rotazione delle colture e la coproduzione tra scienza e conoscenza locale indigena. Educazione e scambio di conoscenze tra agricoltori, scienziati, industria, comunità e il grande pubblico. Ridurre l'esposizione degli impollinatori ai pesticidi riducendone l'utilizzo, cercando forme alternative di controllo dei parassiti e adottando una serie di pratiche specifiche per l'applicazione, comprese le tecnologie per ridurre la deriva dei pesticidi; e migliorare l'allevamento gestito delle api per il controllo degli agenti patogeni, insieme a una migliore regolamentazione del commercio e dell'uso degli impollinatori commerciali."
Informa che esiste un organizzazione, la IPBES fondata anni fa, con 124 nazioni membri per formare un incrocio cruciale tra la comprensione scientifica internazionale e la creazione di politiche pubbliche.
Tra le miriadi di report, non sempre ma spesso, noto che la competizione che si innesca tra le Api gestite e quelle selvatiche è il tema del momento.
Va per la maggiore anche se alcuni lo definiscono "preoccupante".
Gli studi aumentano giorno dopo giorno e portano alla luce che le Api gestite, essendo aiutate dall'essere umano per i propri interessi, non hanno rivali nei loro territori, essendo lavoratrici impareggiabili.
Questo però accade a discapito delle Api selvatiche che perdono territorio e muoiono a causa della scarsità di cibo.
Ma non solo, le Api gestite sono soggette a infezioni parassitarie e virali che trasmettono a quelle selvatiche, bottinando negli stessi territori; e se le prime vengono curate periodicamente, preservandone la specie, le seconde non possono avere il medesimo trattamento, finendo per perire.
Tra i meandri di pagine che leggo, trovo un link che mi rimanda a questo report.
E' su ResearchGate un social network gratuito dedicato a tutte le discipline scientifiche (non è Nature per intenderci).
Anche se inizio a leggerlo con cautela, nel giro di poche righe mi appassiona.
Intanto scopro che Benjamin P Oldroyd, l'autore, ha diverse pubblicazioni importanti e che questo Pdf lo si trova pure su Google Scholar, ed è stato citato 544 volte.
Analizza tutti i maggiori problemi delle Api selvatiche e gestite e il titolo è: Cosa sta succedendo alle Api da miele Americane?
Sostanzialmente narra di molte cose che ho raccontato precedentemente, ma lo fa meglio, e poi si dedica al CCD della primavera del 2007 sviscerando l'argomento e fornendo dati che non avevo ancora trovato.
"L'avvelenamento da api non è molto probabile all'inizio della primavera negli Stati Uniti settentrionali, dove il CCD è stato più ampiamente riportato. Inoltre, i sintomi di avvelenamento da insetticidi acuti numero di api morte e morenti all'ingresso di colonie: sono facili da individuare."
Si spinge oltre raccontando la decisione Francese di abolire i neonicotinoidi, perché ritenuti potenzialmente pericolosi per le Api, anche se ammette che non tutti sono d'accordo.
A tal proposito mi corre in aiuto Donatello Sandroni, giornalista scientifico ed esperto in materia.
L'articolo è questo ed è pure molto bello. Parla della decisione Francese, presa con l'ausilio di calcoli errati, che hanno diminuito di fatto la resa agraria, costringendo la Francia ad importare prodotti Europei da nazioni che invece usano i prodotti da lei banditi.
Ecco uno stralcio di articolo che tratta di CCD.
"...Circa poi il famoso declino mondiale delle api, chiamata anche pomposamente "bee-pocalipse" (l'apocalisse delle api), pare che le cose non stiano affatto come abilmente disseminato dal fronte proibizionista della chimica agraria. In senso tranquillizzante si sono per esempio espresse l'EPA americana, analogamente all'Usda, alle autorità canadesi e a quelle australiane.
Perfino il fronte ambientalista parrebbe mostrare ripensamenti in tal senso, per lo meno da quanto emerge consultando i pareri espressi da Sierra Club. Questa associazione ambientalista è la più antica al mondo, essendo stata fondata dal naturalista e conservazionista John Muir nel 1892.
Traducendo un passaggio del loro documento, si evincerebbe infatti come gli impollinatori selvatici potrebbero essere messi a rischio sì dalle tanto vituperate pratiche agricole, ovviamente quando mal gestite, ma anche e soprattutto proprio dalle api allevate a scopi produttivi."
Perfino il fronte ambientalista parrebbe mostrare ripensamenti in tal senso, per lo meno da quanto emerge consultando i pareri espressi da Sierra Club. Questa associazione ambientalista è la più antica al mondo, essendo stata fondata dal naturalista e conservazionista John Muir nel 1892.
Traducendo un passaggio del loro documento, si evincerebbe infatti come gli impollinatori selvatici potrebbero essere messi a rischio sì dalle tanto vituperate pratiche agricole, ovviamente quando mal gestite, ma anche e soprattutto proprio dalle api allevate a scopi produttivi."
Prosegue con: "Il principale cambiamento che vorrei vedere è che l'apicoltura venga considerata un'attività estrattiva - afferma Juan P. Gonzalez-Varo, ricercatore dell’Università di Cambridge - Molte altre attività estrattive sono consentite in aree protette come la caccia e il pascolo del bestiame, ma tutte sono regolate. Fino ad ora, gli ambientalisti sono stati molto permissivi con gli apicoltori ".
Nel frattempo su Facebook una certa Monica Nikyta Milano trova la soluzione a tutto.
Il commento arriva da un post dove una Ape sta morendo per colpa dei pesticidi. Sono immagini forti e certamente quell'Ape sta soffrendo, anche se non forniscono nessuna fonte a riguardo.
Ma se l'Ape in questione sta morendo molto probabilmente per un qualche tipo di veleno, dal web arrivano altre testimonianze di avvelenamenti.
Luca Barra Secondi scalda gli animi con un racconto toccante vissuto in prima persona. 10.300 like e oltre 14.000 condivisioni. La storia tutta Italiana parla di Api morte nel suo alveare e la colpa, per lui, è degli antiparassitari.
Vi lascio qui un mio scritto in cui analizzo l'accaduto.
Siccome il mio intento è quello di ascoltare più campane possibile, decido di cercare un vero esperto di Api.
Marco Valentini inizia la sua attività nel 1977 e possiede 300 arnie.
Trovo una sua intervista per Apitalia, dove espone le sue considerazioni.
"La moria principale oggi in Italia è la peste americana?
No, assolutamente. E’ la varroa la prima causa e di gran lunga. Spesso gli apicoltori hanno paura di fare una brutta figura con i loro colleghi se affermassero che gli sono morti molti alveari per varroa; è come dire di non esser stati sufficientemente pronti ad intervenire. E allora meglio dare la colpa ad una serie infinita di altre cause (che non dico che non siano importanti) come nuovi parassiti, Nosema ceranae, antiparassitari, onde elettromagnetiche, OGM, ecc. ma la realtà è che le mortalità maggiori in Italia avvengono perché gli alveari sono debilitati dalla varroa."
No, assolutamente. E’ la varroa la prima causa e di gran lunga. Spesso gli apicoltori hanno paura di fare una brutta figura con i loro colleghi se affermassero che gli sono morti molti alveari per varroa; è come dire di non esser stati sufficientemente pronti ad intervenire. E allora meglio dare la colpa ad una serie infinita di altre cause (che non dico che non siano importanti) come nuovi parassiti, Nosema ceranae, antiparassitari, onde elettromagnetiche, OGM, ecc. ma la realtà è che le mortalità maggiori in Italia avvengono perché gli alveari sono debilitati dalla varroa."
Di nuovo un esperto, controcorrente al fiume di informazioni che arrivano a noi tramite i social e la stampa, valuta l'uso dei pesticidi un problema marginale.
Con il passare dei mesi trovo altri esperti di settore, uno in particolare mi affascina, si chiama Claudio Della Volpe ed è un chimico e divulgatore scientifico.
Me lo fa "conoscere" un mio contatto, descrivendolo in questo modo:
"E' cortese come gli uomini dei romanzi di cinquant'anni fa."
Divoro l'articolo nel quale analizza scientificamente un nuovo antiparassitario destinato a sostituire i Neonicotinoidi. Lo fa in maniera magistrale portando alla luce che il Sivanto è praticamente identico ai Neonicotinoidi proibiti, e ciò che lo differenzia è un cavillo sottile e irrilevante.
Siccome dal suo report intuisco che per lui la dannosità dei pesticidi è ancora al vaglio, ma praticamente certa, decido di contattarlo.
Gli faccio presente che i pesticidi sono sicuramente dannosi per gli impollinatori, ma che non sono la principale causa di morte, ma non troviamo un compromesso, anche se i toni sono assolutamente cortesi da entrambe le parti.
E' per questo che decido di inserire il suo studio tra gli altri, perché, come ho già scritto, il mio intento non è di aver ragione, ma di portare la verità alla luce e di far chiarezza sull'argomento.
Mi accorgo che lui, come potergli dar torto, ragiona da chimico e come tale deve valutare le sostanze per quello che sono.
Io invece, pur riconoscendo la loro pericolosità, cerco di valutarne il reale impatto sugli impollinatori.
Vi faccio un esempio: La sperimentazione animale (SA) fa uso dello 0,3% degli animali che l'uomo ammazza per svariati scopi, in primis per il cibo.
Alcune associazioni animaliste come la LAV sono impegnate da anni, cercando di abolire la SA perché la considerano una barbarie. Tra i mezzi che usano, quello più frequente è portare alla luce tutti i fallimenti che negli anni ha avuto.
Il fatto è che se dopo anni di studi su cavie, non si raggiunge lo scopo prefissato, restano una montagna di dati che verranno usati per trovare una soluzione. Non si riesce ad anticipare l'esito di uno studio, e non è possibile prevedere quale metodo sarà più efficace.
Occorre andare per tentativi e denigrare i fallimenti è iniquo perché nessuno di noi possiede la sfera di cristallo.
Detto questo, anche se fallimenti ce ne sono stati, con l'esito di aver sacrificato vite animali, fallimenti e conquiste toccano solo lo 0,3% di tutti gli animali.
Se la LAV riuscisse a debellare la SA resterebbe il restante 99,7% (cioè la quasi totalità) di animali imprigionati e torturati dall'uomo e per scopi certamente meno nobili.
Mi chiedo quanto valga la pena utilizzare una tal mole di energia per "risolvere" cosa?
Perché vorrei rammentare che senza la SA non esisterebbero neppure gli ospedali.
La stessa cosa vale per i pesticidi. Quanto impattano sul calo evidente, indubbio, degli impollinatori?
Perché è facile vietare per preservare, ma a volte non è la direzione giusta; perché presa di pancia, senza tenere conto di quello che la maggioranza scientifica dice.
Come la Francia, che dal 2021 tornerà ad utilizzare il Glifosate perché non usarlo risulta più deleterio.
Conclusioni.
In questo scritto porto alla luce che è da quando esiste una memoria scritta, che le Api muoiono con una cadenza decennale.
Spiego che le Api mellifere non rischiano l'estinzione e nella storia del pianeta non sono mai state così numerose come ora.
Scrivo di impollinatori, che sono loro ad essere realmente in declino, e porto alla luce l'evidenza scientifica che mette i pesticidi tra le cause probabili, ma non tra quelle principali.
Riporto la testimonianza di alcune associazioni ed esperti che cercano di far luce sui collassi di Api.
Cerco di comprendere i motivi per cui la stampa pubblicizza il declino delle Api mellifere, senza tener conto delle evidenze scientifiche.
Porto alla luce una nuova corrente di esperti che imputa, come concausa primaria, la competizione tra Api gestite e selvatiche.
Alla fine voglio terminare con una riflessione sull'odio.
Un mio contatto, il mio quasi amico Giovanni Lombardi, apicoltore, contadino, laureato in Scienze Agrarie con tesi sulla Varroa, autore di un libro che si intitola Malattie delle Api, mi confessa:
"Il libro l'ho scritto vent'anni fa, è una cosa tecnica, solo malattie e parassiti delle Api. E nonostante ci fossero insetticidi più bruttini di quelli di adesso, non si parlava di avvelenamenti, neanche gli apicoltori ne parlavano mai, non erano quelli i problemi.
Solo che ora c'è un onda emotiva che tende a scaricare tutto su quella causa, forse perché non vediamo l'ora di dare la colpa a qualcun altro, e ora abbiamo trovato a chi darla."
Grazie Giovanni.
