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Di David Quammen 2007
Traduzione rivista e corretta da Marco Ferrari
Quando le malattie zoonotiche passano dagli animali agli esseri umani possono verificarsi pandemie, ed è per questo che gli scienziati stanno monitorando nuovi virus letali.
"Questo è quanto" disse Reid.
"E' questo l'albero insanguinato." In realtà avrebbe voluto
dire che era li che si radunavano i pipistrelli.
Nel settembre 1994 una malattia violenta scoppiò
tra i cavalli da corsa in un sobborgo di Brisbane, in Australia. Il posto,
chiamato Hendra, era un vecchio e tranquillo quartiere pieno di ippodromi,
stalle, edicole che vendevano riviste e caffè d'angolo con nomi come The Feed
Bin e Racing People.
La prima vittima fu una cavalla gravida di nome
Drama Series che iniziò a mostrare i primi sintomi presso un pascolo di
periferia; fu allora che venne riportata nella stalla dal suo allenatore, per
essere curata, ma finì per peggiorare. Tre persone lavorarono per salvarla:
l'addestratore stesso, il caposquadra e un veterinario. Nel giro di due giorni
Drama Series morì, lasciando solo incertezze sulle possibili cause.
Era stata morsa da un serpente? Aveva forse
mangiato delle erbe velenose in quella torbida e isolata prateria?
Queste ipotesi furono scartate due settimane
dopo, quando la maggior parte dei suoi compagni di scuderia si ammalarono. La
causa quindi non poteva essere il morso di un serpente e neppure del foraggio
avvelenato, era qualcosa di contagioso.
Anche gli altri cavalli iniziarono a soffrire di
febbre alta, difficoltà respiratorie, gonfiore facciale e goffaggine; in alcuni una
schiuma sanguinolenta iniziò a fuoriuscire dalle narici e dalla bocca.
Nonostante gli eroici sforzi del veterinario, morirono in pochi giorni altri 12
animali.
Nel frattempo l'allenatore stesso iniziò a stare
male; e altrettanto fece il caposquadra. Il veterinario invece, che lavorò a
stretto contatto con entrambi e in mezzo alle stesse folli circostanze, rimase
in buona salute.
Dopo alcuni giorni di ospedale l'allenatore morì
perché, mentre faticava a respirare, i suoi reni smisero di funzionare.
Il caposquadra invece, un uomo di grande cuore di nome Ray Unwin, che era semplicemente tornato a casa per curarsi la febbre in privato, sopravvisse.
Il caposquadra invece, un uomo di grande cuore di nome Ray Unwin, che era semplicemente tornato a casa per curarsi la febbre in privato, sopravvisse.
Lui e il veterinario mi raccontarono le loro
storie quando li incontrai a Hendra un anno fa.
Ray Unwin è un lavoratore di mezza età con una
coda di cavallo color rosso sabbia e una certa tristezza nei suoi occhi
stanchi. Mi dichiarò di non essere un piagnucolone ma, la sua salute non era
più la stessa da quella volta.
L'analisi di laboratorio rivelò che i cavalli e
gli uomini furono infettati da un virus fino ad allora sconosciuto.
In un primo momento i tecnici del laboratorio lo
chiamarono morbillovirus equino, il che
stava ad indicare che era strettamente imparentato con il morbillo. Più tardi
però, quando la sua unicità venne maggiormente apprezzata, fu rinominato con il
nome del luogo: Hendra.
Il veterinario, un tipo alto e gentile di nome
Peter Reid, mi disse che "la velocità con cui colpì quei cavalli fu
incredibile". Al culmine della crisi ben sette animali morirono, e lo
fecero dopo atroci ed indicibili dolori; fu anche per questo che richiesero
l'autopsia, e che ebbe luogo dopo sole 12 ore.
Uno dei cavalli morì scalciando e ansimando così
disperatamente che Reid non riuscì ad avvicinarsi abbastanza per l'iniezione letale.
"Non avevo mai visto un virus fare una cosa del genere prima d'ora"
disse. Poi, utilizzando un eufemismo, lo ricordò come "un momento
piuttosto traumatico".
Identificare il nuovo virus fu solo il primo
passo per risolvere il mistero di Hendra, per non parlare della comprensione
del caso nel suo contesto più ampio.
Il secondo passo prevedeva di trovare il
nascondiglio del virus: dove si annidava quando non uccideva cavalli e persone?
Il terzo passo comprendeva un certo numero di
domande: com'è emerso dal suo rifugio segreto, e perché qui e perché ora?
Dopo la nostra prima conversazione, Peter Reid mi
portò al sito dove Drama Series si era ammalata.
Da allora il paesaggio era cambiato; villette a
schiera, affacciate su strade private, erano state erette sopra il pascolo
originale.
Non restava molto del vecchio paesaggio ma, verso
la fine di una strada c'era una rotonda chiamata Calliope Circuit, al cui
centro c'era un singolo albero adulto, un fico autoctono della zona, sotto il
quale la cavalla era solita trovar riparo dal feroce sole subtropicale
dell'Australia orientale.
Le malattie infettive ci circondano. Le malattie
infettive sono una sorta di legante che unisce una creatura all'altra, una
specie all'altra, all'interno di strutture elaborate che chiamiamo ecosistemi.
Sono uno dei processi di base che gli ecologi studiano, tra i quali anche la
predazione, la competizione e la fotosintesi.
I predatori sono bestie relativamente grandi che
mangiano le loro prede dall'esterno. I patogeni invece (agenti che causano
malattie, come i virus) sono esseri relativamente piccoli che si nutrono delle
loro prede dall'interno.
Anche se le malattie infettive possono sembrare
macabre e terribili, fanno ciò che a noi appare naturale nei leoni, che si
nutrono di gnu, zebre e gazzelle.
Ma le condizioni non sono sempre le stesse.
Proprio come i predatori hanno le loro prede
abituali, i loro obiettivi preferiti, altrettanto accade per gli agenti
patogeni. Proprio come un leone potrebbe occasionalmente allontanarsi dal suo comportamento
normale e uccidere una mucca invece di uno gnu, o un essere umano invece di una
zebra, così un agente patogeno può passare a un nuovo bersaglio.
Gli incidenti accadono, e si verificano
aberrazioni. Le circostanze cambiano e, con esse, cambiano anche le opportunità
e le esigenze. Quando un agente patogeno salta da un animale a una persona, e
riesce a creargli problemi, il risultato si chiama zoonosi.
La parola zoonosi non è familiare alla maggior
parte delle persone ma, aiuta a chiarire la realtà biologica dietro i titoli
spaventosi sull'influenza aviaria, oppure la SARS e altre forme gravi, nonché
la minaccia di una futura pandemia.
Quel termine ci racconta qualcosa di essenziale
sull'origine dell'HIV. È una parola del futuro, destinata ad un uso sempre più
massiccio nel XXI secolo.
L'Ebola è una zoonosi e altrettanto fu la peste
bubbonica.
La febbre gialla, il monkeypox (vaiolo delle
scimmie), la tubercolosi bovina, la malattia di Lyme, la febbre del Nilo
occidentale, il Marburg, molti ceppi di influenza, la rabbia, la sindrome
polmonare da Hantavirus, e pure una strana e nuova infezione chiamata Nipah,
che uccide maiali e allevatori di maiali in Malesia. Ognuna di queste è causata
da un agente patogeno che è stato in grado di fare un salto di specie.
Questa forma di salto interspecie non è affatto
rara, anzi è piuttosto comune; circa il 60% di tutte le malattie infettive
umane attualmente note sono comuni a animali ed esseri umani. Alcune di queste,
in particolare la rabbia, sono diffuse e notoriamente letali, e sono in grado
ancora oggi di uccidere gli esseri umani, nonostante secoli di sforzi per far
fronte ai loro effetti, nonostante i tentativi internazionali mirati a
sradicarli o controllarli, e nonostante una maggiore comprensione scientifica
di come funzionano.
Altre sono nuove e inspiegabilmente sporadiche,
che mietono solo poche vittime (come ha fatto Hendra) o alcune centinaia in
questo o quel luogo, per poi scomparire per anni.
Il vaiolo, per fare un esempio, non è una zoonosi. Fu causato da un virus che infettava l'Homo sapiens e, in casi molto eccezionali, alcuni primati non umani, ma non cavalli o ratti o altre specie. Questo aiuta a spiegare perché, a partire dal 1979, la campagna globale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, mirata a eradicare quella malattia, ebbe successo. Il vaiolo fu eradicato perché il suo virus, privo di capacità di diffusione, se non nei soli esseri umani, non poteva nascondersi.
Invece gli agenti patogeni zoonotici possono
farlo.
Il vaiolo delle scimmie, anche se strettamente
imparentato con quello umano, differisce per una caratteristica importante:
cioè la sua propensione ad affliggere sia le scimmie che gli esseri umani, e
pertanto la capacità di risiedere in diverse specie, alcune delle quali non
sono ancora state identificate.
La febbre gialla, anch'essa infettiva sia per le scimmie che per gli esseri umani, è causata da un virus che si nasconde in diverse specie di zanzare e, probabilmente, non sarà mai sradicata. Ma anche il responsabile della malattia di Lyme, un batterio, si nasconde efficacemente in topi dai piedi bianchi e altri piccoli mammiferi.
La febbre gialla, anch'essa infettiva sia per le scimmie che per gli esseri umani, è causata da un virus che si nasconde in diverse specie di zanzare e, probabilmente, non sarà mai sradicata. Ma anche il responsabile della malattia di Lyme, un batterio, si nasconde efficacemente in topi dai piedi bianchi e altri piccoli mammiferi.
Questi patogeni non si nascondono
consapevolmente, ovvio. Per i loro scopi tale comportamento costituisce
semplicemente una strategia di trasmissione indiretta, o di sopravvivenza poco
appariscente.
Così può accadere che si nascondano all'interno
di quello che viene chiamato un ospite serbatoio (reservoir) cioè una specie
che accoglie l'agente patogeno e gli infligge pochi o nulli effetti, spesso
asintomatici. Quando una malattia sembra scomparire tra un focolaio e l'altro
(come fece Hendra dopo la carneficina del 1994), il suo patogeno causale
potrebbe essere apparentemente morto, almeno in quella determinata regione, ma
ricomparire di nuovo in futuro.
Forse sopravvive nelle vicinanze, tutto intorno,
all'interno di qualche ospite serbatoio: un roditore? Un uccello? Una farfalla?
Forse un pipistrello?
Certo perché risiedere inosservati all'interno di un ospite serbatoio risulta probabilmente più facile ovunque la biodiversità è elevata e l'ecosistema è relativamente indisturbato; ma è altresì vero anche il contrario; perché il disturbo ecologico provoca l'emergere di malattie: Scuoti un albero e i frutti cadranno.
Certo perché risiedere inosservati all'interno di un ospite serbatoio risulta probabilmente più facile ovunque la biodiversità è elevata e l'ecosistema è relativamente indisturbato; ma è altresì vero anche il contrario; perché il disturbo ecologico provoca l'emergere di malattie: Scuoti un albero e i frutti cadranno.
Alcuni mesi dopo l'epidemia in Australia, un
segugio scientifico di nome Hume Field iniziò a cercare l'ospite del serbatoio
di Hendra. Field era un veterinario che, dopo aver praticato privatamente per
anni, aveva deciso di conseguire un dottorato in epidemiologia veterinaria. La
ricerca del serbatoio divenne il suo progetto di tesi. Raccolse campioni di
sangue di 16 specie diverse, un intero serraglio di sospetti, tra cui
marsupiali, uccelli, roditori, anfibi e insetti. Inviò i campioni a un
laboratorio per lo screening, che però non gli fornì alcuna prova di Hendra.
Poi prese il sangue da uno Pteropus alecto,
una specie di pipistrello della frutta grande come un corvo, e comunemente
conosciuta come la volpe volante nera.
Bingo: Il team di laboratorio trovò tracce
molecolari lasciate dal virus Hendra. Ulteriori campionamenti produssero prove
simili provenienti da altre tre specie di volpi volanti, tutte originarie delle
foreste del Queensland (lo stato che comprendeva Brisbane) e di altre regioni
boschive dell'Australia.
Finalmente Field e i suoi collaboratori riuscirono a stabilire che i pipistrelli erano quel serbatoio.
Finalmente Field e i suoi collaboratori riuscirono a stabilire che i pipistrelli erano quel serbatoio.
Il rilevamento di tracce molecolari non è
l'ideale nella ricerca di particelle di virus attivo, ma all'interno di un
pipistrello femmina trovarono anche quelle.
Il lavoro di laboratorio suggerì che Hendra fosse
un vecchio virus, che probabilmente esisteva all'interno del suo serbatoio da
migliaia di anni.
Però, nonostante la sua età, non aveva mai causato malattie negli esseri umani, perlomeno per quanto i registri storici e la memoria umana potessero confermare.
Però, nonostante la sua età, non aveva mai causato malattie negli esseri umani, perlomeno per quanto i registri storici e la memoria umana potessero confermare.
Ma allora cosa può spiegare la sua comparsa nel
1994?
Beh, sicuramente un pizzico di sfortuna vi fu per
Drama Series, e per tutti quelli che la conoscevano. Accadde probabilmente che
i pipistrelli andarono a mangiare i fichi di quell'albero solitario e la povera
cavalla, in cerca di ombra, pascolando in tutta libertà, evidentemente ingoiò
non solo erba, ma anche qualcosa che lasciarono cadere ai suoi piedi; come
polpa di frutta, feci, urina, placenta ed evidentemente virus.
Ma doveva esserci anche una risposta più ampia.
Perché Hendra emerse nel 1994 e non decenni o secoli prima?
Accadde qualcosa di diverso? Forse una sorta di
cambiamento multifattoriale doveva aver innescato il trasferimento del virus
dal suo serbatoio ad altre specie.
Il nome di fantasia per tale trasferimento è
Spillover.
Forse il virus aveva bisogno di cavalli (che raggiunsero l'Australia solo con i coloni europei) diversi dai canguri (che da millenni mangiano erba sotto gli alberi di fico australiani) forse fu questo a mediare la fuoriuscita dal serbatoio.
Forse il virus aveva bisogno di cavalli (che raggiunsero l'Australia solo con i coloni europei) diversi dai canguri (che da millenni mangiano erba sotto gli alberi di fico australiani) forse fu questo a mediare la fuoriuscita dal serbatoio.
Forse i pipistrelli, i fichi, i cavalli e gli
umani semplicemente non erano mai stati così a contatto fino ad allora.
Hume Field è
attualmente ricercatore presso l'Animal Research Institute of Queensland’s
Department of Primary Industries, in Brisbane. Quando parlai con lui, nel suo
ufficio, sollevò la questione di "cosa potrebbe accadere ora, che non è
mai successo prima".
Parte della risposta è che la distruzione delle
foreste di eucalipti, per mano umana, ha interrotto le loro consuete abitudini
alimentari e di "appollaiamento" di alcune volpi volanti,
costringendole verso periferie ombrose, frutteti, giardini botanici, parchi
cittadini e, in molti casi, nelle vicinanze degli esseri umani.
Ma la vicinanza è una cosa; trasferire il virus
nei cavalli è un’altra. "Come avviene la trasmissione?" Si
chiese Field ad alta voce, alla fine della nostra lunga conversazione.
"Beh, ancora non lo sappiamo."
"Beh, ancora non lo sappiamo."
Quasi tutte le malattie zoonotiche derivano dall'infezione
da uno dei sei tipi di agenti patogeni: virus, batteri, protozoi, prioni,
funghi e “vermi” (elminti).
La malattia della mucca pazza è causata da un
prione, una molecola proteica spiraliforme che innesca deformazioni in altre
molecole, un po' come accadde all'acqua in Ghiaccio 9 (nell’originale Cat's
Cradle), un primo grande romanzo di Kurt Vonnegut.
La malattia del sonno è un'infezione protozoaria,
trasportata da mosche tse-tse a mammiferi selvatici e domestici, nonché persone
residenti nell'Africa sub-sahariana.
L'antrace è un batterio che può vivere in letargo
nel terreno per anni e poi, una volta smosso, infettare gli esseri umani per
mezzo del bestiame. La toxocariasi è una lieve zoonosi causata da nematodi; la
potete prendere dal vostro cane ma, per fortuna, come il vostro cane potete
essere sverminati.
I virus sono i più problematici. Si evolvono
rapidamente, non sono influenzati da antibiotici, possono essere estremamente
sfuggenti, versatili, possono infliggere tassi di mortalità estremamente
elevati e sono dannatamente semplici, almeno rispetto ad altre creature
viventi, o quasi viventi.
Hanta, SARS, vaiolo delle scimmie, rabbia, Ebola,
febbre del Nilo Occidentale, Machupo, Dengue, febbre gialla, Junin, Nipah,
Hendra, influenza e HIV sono tutti malattie causate dai virus, anche se
l'elenco completo è molto più lungo.
C'è un virus conosciuto come o virus schiumoso
delle scimmie (SFV) che infetta scimmie ed esseri umani in Asia, soprattutto in
luoghi come i templi buddisti e indù, dove le persone e i macachi (in parte
addomesticati) vivono a stretto contatto. Alcune delle persone che visitano
quei templi, offrendo cibo ai macachi, si espongono alla SFV, e solitamente
sono turisti internazionali.
"I virus non hanno gambe"
secondo l'eminente virologo Stephen S. Morse, "anche se molti di loro
hanno viaggiato per tutto il mondo". Non possono correre, non possono
camminare, non sanno nuotare, e non possono neppure strisciare: loro cavalcano.
Più o meno nello stesso periodo dell'epidemia di
Hendra, accaduta nei pressi di Brisbane, si verificò un'altra epidemia ma
questa volta nell'Africa centrale. Lungo l'alto fiume Ivindo nel Nord-Est del
Gabon, vicino al confine con la Repubblica del Congo, c'è un piccolo villaggio
chiamato Mayibout II. All'inizio del febbraio 1996, 18 persone si ammalarono
improvvisamente dopo aver partecipato alla macellazione, e al consumo, di uno
scimpanzé.
I loro sintomi includevano febbre, mal di testa,
vomito, sanguinamento degli occhi, sanguinamento dalle gengive, singhiozzo e
diarrea sanguinolenta. Tutti e 18 furono evacuati lungo il fiume in un ospedale
regionale, dove però quattro di loro morirono in breve tempo. I corpi furono
restituiti a Mayibout II e sepolti, senza precauzioni speciali; una quinta
vittima fuggì dall'ospedale e tornò al villaggio; dopo poco morì. Così casi secondari si verificarono tra le
persone infettate da persone care o amici, o a causa della gestione dei
cadaveri. Alla fine 31 persone si ammalarono, e 21 morirono, un tasso di
mortalità del 68%.
Questi fatti e numeri sono stati raccolti da un
team di medici ricercatori, alcuni gabonesi, alcuni francesi, che hanno
raggiunto Mayibout II durante l'epidemia. Tra loro c'era un francese di nome
Eric M. Leroy, impiegato presso il Centre International de Recherches Médicales
de Franceville (CIRMF) a Franceville, Gabon. Leroy e i suoi colleghi
identificarono la malattia come febbre emorragica dell'Ebola e dedussero che lo
scimpanzé macellaio era infettato dal virus Ebola. La loro indagine rivelò
anche che lo scimpanzé non era stato ucciso dai cacciatori del villaggio; era
stato trovato morto nella foresta e in seguito prelevato.
Quattro anni dopo mi sedetti presso un falò, nei
pressi dell'alto fiume Ivindo, con un gruppo di locali che lavoravano come
equipaggio forestale, impiegato per un lungo viaggio via terra. (Vedi "The
Green Abyss: Megatransect, Part II", marzo 2001.
Gli uomini, per lo più Bantu, avevano già
camminato per settimane prima che io mi unissi alla loro marcia. Il loro lavoro
prevedeva il trasporto di borse pesanti attraverso la giungla, nonché la
costruzione di un nuovo campo ogni sera; tutto questo sotto il comando del
biologo della Wildlife Conservation Society, J. Michael Fay, la cui
straordinaria grinta e senso del dovere servirono a portare avanti la missione.
Quel giorno fu relativamente facile; non
incappammo in paludi e nessun elefante ci caricò, il che agevolò un'atmosfera
rilassata e confidenziale nei pressi del fuoco serale.
Appresi che due degli uomini, Thony M'Both e
Sophiano Etouck, erano presenti a Mayibout II quando Ebola colpì il villaggio.
M'Both, tra i due quello di costituzione esile, più vecchio e più volubile
rispetto all'altro, fu più bendisposto a raccontare.
Parlava in francese mentre Etouck, uomo con il
pizzetto, più timido, con le spalle larghe e un certo cipiglio, rimase in
silenzio.
La famiglia di Etouck era stata devastata dalla
malattia. Esso stesso aveva tenuto una delle sue nipoti tra le braccia, mentre
moriva.
Aveva la flebo intasata nel polso, e le aveva fatto gonfiare la mano fino ad esplodere, ricoprendolo per intero del suo sangue.
Eppure Etouck non si ammalò e "neppure io" disse M'Both.
Aveva la flebo intasata nel polso, e le aveva fatto gonfiare la mano fino ad esplodere, ricoprendolo per intero del suo sangue.
Eppure Etouck non si ammalò e "neppure io" disse M'Both.
La causa di quella malattia era una questione
confusa, intrisa di racconti spaventosi. M'Both sospettava che i soldati
francesi, perlustrando quella zona, avessero ucciso lo scimpanzé con una specie
di arma chimica e l'avessero abbandonato con noncuranza per avvelenare ignare
persone. Ma qualunque fosse la causa, qualunque fosse il contaminante, i suoi
compagni di villaggio avevano imparato la lezione.
Ad oggi, mi disse, nessuno a Mayibout II mangia
più scimpanzé.
Tra il caos e il dolore durante l'epidemia,
M'Both mi disse che lui ed Etouck avevano visto qualcosa di bizzarro: 13
gorilla, tutti morti, sdraiati nella foresta. Quell'immagine di 13 carcasse di
gorilla, sparsi sopra un letto di foglie, è tremendamente brutale ma
plausibile.
Ricerche successive confermarono che i gorilla sono suscettibili all'Ebola. Essendo creature sociali, potrebbero facilmente passarsi l'infezione durante le reciproche pulizie, la cura dei cuccioli, o mentre cercano di risvegliare i loro malati o i morti.
Ricerche successive confermarono che i gorilla sono suscettibili all'Ebola. Essendo creature sociali, potrebbero facilmente passarsi l'infezione durante le reciproche pulizie, la cura dei cuccioli, o mentre cercano di risvegliare i loro malati o i morti.
Negli anni successivi al 1996, altri focolai di
Ebola colpirono sia le persone che le grandi scimmie (scimpanzé e gorilla)
all'interno della regione che circonda Mayibout II.
Un'area colpita duramente si trova lungo il fiume
Mambili, appena oltre il confine del Congo nord-occidentale, l'ennesima zona di
fitta foresta che comprende diversi villaggi, un parco nazionale e un santuario
dei gorilla noto come Lossi.
Anche io e Mike Fay attraversammo quell'area nel marzo 2000, durante una delle mie precedenti spedizioni. A quel tempo i gorilla erano di istanza presso il bacino idrico del Mambili, ma nel 2002 un team di ricercatori di Lossi iniziò a trovare carcasse di gorilla, alcune delle quali risultarono positive a Ebola. Nel giro di pochi mesi il 91% dei gorilla, che in passato erano stati studiati, (130 su 143 animali) era scomparso, e la maggior parte di questi erano presumibilmente morti.
I dati raccolti, estrapolati dalle vittime e sparizioni confermate, mostrano il prezzo che dovettero pagare. I ricercatori pubblicarono un articolo su Science con il titolo: "Ebola Outbreak Killed 5000 Gorillas".
Anche io e Mike Fay attraversammo quell'area nel marzo 2000, durante una delle mie precedenti spedizioni. A quel tempo i gorilla erano di istanza presso il bacino idrico del Mambili, ma nel 2002 un team di ricercatori di Lossi iniziò a trovare carcasse di gorilla, alcune delle quali risultarono positive a Ebola. Nel giro di pochi mesi il 91% dei gorilla, che in passato erano stati studiati, (130 su 143 animali) era scomparso, e la maggior parte di questi erano presumibilmente morti.
I dati raccolti, estrapolati dalle vittime e sparizioni confermate, mostrano il prezzo che dovettero pagare. I ricercatori pubblicarono un articolo su Science con il titolo: "Ebola Outbreak Killed 5000 Gorillas".
Lo scorso autunno sono tornato al fiume Mambili
con un team guidato da William B. (Billy) Karesh, direttore del programma
veterinario della Wildlife Conservation Society, un’autorità sulle malattie
zoonotiche. L'obiettivo di Karesh era quello di narcotizzare alcuni gorilla
sopravvissuti, prelevare campioni di sangue e vedere se mostravano segni di
Ebola. Insieme a un tracker esperto di nome Prosper Balo, oltre che ad altri
veterinari e guide, abbiamo cercato per otto giorni in quella grande
foresta. Prosper Balo aveva lavorato in
Lossi. Con la sua guida abbiamo esaminato una "bai" (una radura
naturale) piena di vegetazione succulenta, già nota per la presenza di decine
di gorilla che, ogni giorno, venivano lì per mangiare e rilassarsi. Lo stesso
Billy Karesh aveva visitato la medesima zona nel 2000, prima che Ebola
colpisse, per raccogliere dati di base sulla salute dei gorilla. "Ogni
giorno", mi disse, "nelle bai c'erano almeno un gruppo
familiare".
In quel viaggio aveva avuto successo, era stato l'unica persona in grado di narcotizzare i gorilla di pianura. Questa volta però ci accorgemmo che le cose erano diverse perché, da quello che siamo riusciti a vedere, non ne era sopravvissuto quasi nessuno.
Abbiamo intravisto solo due gorilla, mentre gli altri si erano dispersi in luoghi a noi sconosciuti, oppure erano... morti? Ad ogni modo in passato, quando se ne era andato, aveva lasciato una zona piena di gorilla, mentre ora non c'era più nessuno.
In quel viaggio aveva avuto successo, era stato l'unica persona in grado di narcotizzare i gorilla di pianura. Questa volta però ci accorgemmo che le cose erano diverse perché, da quello che siamo riusciti a vedere, non ne era sopravvissuto quasi nessuno.
Abbiamo intravisto solo due gorilla, mentre gli altri si erano dispersi in luoghi a noi sconosciuti, oppure erano... morti? Ad ogni modo in passato, quando se ne era andato, aveva lasciato una zona piena di gorilla, mentre ora non c'era più nessuno.
Anche il virus sembrava sparito ma, almeno per
quello, sapevamo che si stava solo nascondendo.
Nascondendo però dove?
Per un decennio l'identità dell'ospite del serbatoio dell'Ebola è stato uno dei misteri più oscuri nel mondo della scienza.
Diversi gruppi di ricercatori stavano cercando di risolverlo poi, due anni fa, Eric Leroy, insieme ad alcuni colleghi, fecero un annuncio sulla rivista Nature: "Abbiamo trovato prove di infezioni asintomatiche da virus Ebola in tre specie di pipistrello della frutta. È indice che questi animali possono fungere da serbatoio per questo virus mortale." Il gruppo di Leroy non aveva scovato alcun virus attivo ma avevano stabilito, grazie a risultati positivi da diversi tipi di test molecolari, che Ebola aveva soggiornato in alcuni dei pipistrelli esaminati.
Per un decennio l'identità dell'ospite del serbatoio dell'Ebola è stato uno dei misteri più oscuri nel mondo della scienza.
Diversi gruppi di ricercatori stavano cercando di risolverlo poi, due anni fa, Eric Leroy, insieme ad alcuni colleghi, fecero un annuncio sulla rivista Nature: "Abbiamo trovato prove di infezioni asintomatiche da virus Ebola in tre specie di pipistrello della frutta. È indice che questi animali possono fungere da serbatoio per questo virus mortale." Il gruppo di Leroy non aveva scovato alcun virus attivo ma avevano stabilito, grazie a risultati positivi da diversi tipi di test molecolari, che Ebola aveva soggiornato in alcuni dei pipistrelli esaminati.
Leroy stesso voleva ulteriori prove. "Continueremo
a catturare i pipistrelli per cercare di isolare il virus dai loro organi",
mi disse alla fine dello scorso anno, quando lo raggiunsi a Franceville.
Identificare con certezza l'host del serbatoio virale, però, ci lascerebbe ugualmente con domande senza risposta.
Identificare con certezza l'host del serbatoio virale, però, ci lascerebbe ugualmente con domande senza risposta.
Per esempio: come emerge Ebola da quel serbatoio?
"Non sappiamo se c'è trasmissione diretta tra i pipistrelli e agli esseri umani", mi rivelò Leroy. "Sappiamo solo che c'è una trasmissione diretta tra le grandi scimmie morte e gli esseri umani." E come ha fatto ad evolversi il virus, producendo quattro ceppi distinti? Perché il ceppo Ebola-Zaire, quello che si trova nel Gabon e nel Congo, è così letale (circa l'80% di letalità) per le persone? Qual è il suo ciclo di vita naturale? Qual è il meccanismo di fuoriuscita dai gorilla e scimpanzé? In che modo il virus influisce sul sistema immunitario umano? Come fa ad infettare gli esseri umani?
L'Ebola è difficile da studiare, mi spiegò Leroy, a causa delle caratteristiche della malattia. Colpisce raramente ma progredisce rapidamente, uccide o non uccide in pochi giorni, colpisce relativamente poche persone in ogni epidemia, e quelle persone generalmente vivono in aree forestali remote, lontane da istituti di ricerca o ospedali; poi si esaurisce localmente o viene bloccato con successo e scompare di nuovo nella foresta, come se fosse un guerrigliero esperto. "Non c'è niente da fare", mi disse Leroy, con la perplessità di un uomo paziente. Intendeva: niente da fare se non continuare a provare, continuare a lavorare in laboratorio, continuare a rispondere alle epidemie quando si verificano. Nessuno può prevedere dove potrebbe apparire Ebola. "Il virus sembra decidere in autonomia."
"Non sappiamo se c'è trasmissione diretta tra i pipistrelli e agli esseri umani", mi rivelò Leroy. "Sappiamo solo che c'è una trasmissione diretta tra le grandi scimmie morte e gli esseri umani." E come ha fatto ad evolversi il virus, producendo quattro ceppi distinti? Perché il ceppo Ebola-Zaire, quello che si trova nel Gabon e nel Congo, è così letale (circa l'80% di letalità) per le persone? Qual è il suo ciclo di vita naturale? Qual è il meccanismo di fuoriuscita dai gorilla e scimpanzé? In che modo il virus influisce sul sistema immunitario umano? Come fa ad infettare gli esseri umani?
L'Ebola è difficile da studiare, mi spiegò Leroy, a causa delle caratteristiche della malattia. Colpisce raramente ma progredisce rapidamente, uccide o non uccide in pochi giorni, colpisce relativamente poche persone in ogni epidemia, e quelle persone generalmente vivono in aree forestali remote, lontane da istituti di ricerca o ospedali; poi si esaurisce localmente o viene bloccato con successo e scompare di nuovo nella foresta, come se fosse un guerrigliero esperto. "Non c'è niente da fare", mi disse Leroy, con la perplessità di un uomo paziente. Intendeva: niente da fare se non continuare a provare, continuare a lavorare in laboratorio, continuare a rispondere alle epidemie quando si verificano. Nessuno può prevedere dove potrebbe apparire Ebola. "Il virus sembra decidere in autonomia."
Hendra ed Ebola fanno parte di un modello molto
più ampio: la recente comparsa di nuove malattie zoonotiche, anche se
differiscono tra loro per letalità e ferocia, sembrano essere associate ai
pipistrelli. Un'altra parte del modello sono le modifiche ai paesaggi selvaggi
causate dall'uomo.
Poi arrivò Nipah.
Poi arrivò Nipah.
Nel settembre 1998 un venditore di carne di
maiale, nella Penisola della Malesia, fu ricoverato in un ospedale con una
sorta di infiammazione cerebrale; morì. Più o meno nello stesso periodo un
certo numero di allevatori di suini perse la vita con sintomi simili, febbre
violenta che li condusse al coma.
I maiali della zona nel frattempo iniziarono a soffrire di una propria malattia (perlomeno è quello che sembrava); tossivano ansimando fino a che la morte non sopraggiungeva. La malattia dei suini venne catalogata come una classica peste suina.
Le morti umane invece vennero attribuite all'encefalite giapponese ma, nel giro di pochi mesi, gli scienziati dimostrarono che sia i maiali che le persone erano stati infettati dallo stesso virus, uno nuovo, inizialmente isolato da un paziente il cui villaggio natale si chiamava Sungai Nipah.
Il virus era altamente contagioso da maiale a maiale, ma non da persona a persona. Dalla Malesia si diffuse altrove, anche a Singapore, grazie alle spedizioni di maiali vivi, che furono in grado di infettare chiunque entrasse in contatto con gli animali malati o la loro carne. Nel giro di sette mesi l'epidemia causò 265 casi umani e 105 morti umane, e portò all'abbattimento di 1,1 milioni di maiali.
I maiali della zona nel frattempo iniziarono a soffrire di una propria malattia (perlomeno è quello che sembrava); tossivano ansimando fino a che la morte non sopraggiungeva. La malattia dei suini venne catalogata come una classica peste suina.
Le morti umane invece vennero attribuite all'encefalite giapponese ma, nel giro di pochi mesi, gli scienziati dimostrarono che sia i maiali che le persone erano stati infettati dallo stesso virus, uno nuovo, inizialmente isolato da un paziente il cui villaggio natale si chiamava Sungai Nipah.
Il virus era altamente contagioso da maiale a maiale, ma non da persona a persona. Dalla Malesia si diffuse altrove, anche a Singapore, grazie alle spedizioni di maiali vivi, che furono in grado di infettare chiunque entrasse in contatto con gli animali malati o la loro carne. Nel giro di sette mesi l'epidemia causò 265 casi umani e 105 morti umane, e portò all'abbattimento di 1,1 milioni di maiali.
Il profilo molecolare di questo nuovo virus
suggerì una stretta parentela con Hendra.
L'indizio fu che, non molto tempo dopo, i ricercatori trovarono Nipah che viveva senza problemi in un serbatoio animale: lo Pteropus hypomelanus, un'altra specie di pipistrello della frutta. Fu inoltre osservato che i pipistrelli della frutta, privati del loro habitat, si erano riuniti altrove, scegliendo frutteti siti tra agli allevamenti di suini.
L'indizio fu che, non molto tempo dopo, i ricercatori trovarono Nipah che viveva senza problemi in un serbatoio animale: lo Pteropus hypomelanus, un'altra specie di pipistrello della frutta. Fu inoltre osservato che i pipistrelli della frutta, privati del loro habitat, si erano riuniti altrove, scegliendo frutteti siti tra agli allevamenti di suini.
Non va dimenticato SARS che uscì dalla Cina
sudorientale all'inizio del 2003, diffondendosi facilmente da persona a
persona, viaggiando alla velocità con cui viaggiano gli aerei, uccidendo 774
esseri umani in nove paesi e spaventando le persone in tutto il mondo. Dopo un
po' i ricercatori indicarono come sospettato di essere l'animale serbatoio, la
civetta delle palme mascherata, noto anche come zibetto dell’Himalaya, un
mammifero di medie dimensioni spesso venduto nei mercati cinesi per la sua
carne. Questo sospetto fu poi scartato, dopo che gli esperimenti dimostrarono
che le civette delle palme sono anch'essi affetti da una SARS sintomatica. In
seguito un gruppo di scienziati, guidati da Wendong Li, dell'Accademia Cinese
delle Scienze, annunciò di aver trovato serbatoi ospitanti un virus molto
simile a quello che causò l'epidemia di SARS: c’entravano i pipistrelli a ferro
di cavallo, appartenenti al genere Rhinolophus.
C'è dell'altro; il lissavirus di pipistrello
australiano, un virus appena identificato e strettamente legato alla rabbia, ha
ucciso almeno due persone con sintomi simili alla rabbia, dopo che le vittime
erano state morse dai pipistrelli.
Menangle e Tioman sono anch'essi virus della stessa famiglia di Hendra
diffusi da pipistrelli, e gli scienziati li stanno osservando con attenzione.
La rabbia stessa e i virus simili alla rabbia,
che si trovano nei serbatoi di pipistrelli di tutto il mondo, se non trattati
sono probabilmente ancora oggi i più letali tra tutti gli agenti patogeni
virali, con quasi il 100% di letalità tra gli esseri umani.
Lo scorso autunno, nel Perù settentrionale, 11 bambini delle comunità autoctone, lungo le sorgenti dell'Amazzonia, sono morti a causa della rabbia contratta durante gli attacchi di pipistrelli vampiro.
Lo scorso autunno, nel Perù settentrionale, 11 bambini delle comunità autoctone, lungo le sorgenti dell'Amazzonia, sono morti a causa della rabbia contratta durante gli attacchi di pipistrelli vampiro.
A questo punto hai il diritto di chiedere:
dannazione ma cosa diavolo hanno questi pipistrelli?
Lo chiesi io stesso durante una conversazione con
Charles Rupprecht, un virologo e veterinario che guida la Sezione rabbia presso
il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie ad Atlanta.
Rupprecht mi recitò un elenco di fattori che rendono questo ordine di
mammiferi, i Chirotteri, i candidati ideali a ospitare una così vasta varietà
di virus pericolosi.
Alcuni pipistrelli si riposano in enormi colonie, vivono rannicchiati in stretta intimità; danno alla luce solo pochi piccoli, e quindi nutrono quei giovani abbondantemente; hanno una vita lunga, soprattutto se confrontata con gli altri piccoli mammiferi. Sono vecchi anche in termini evolutivi; essi comprendono una grande diversità di specie, circa il 20% di tutti i mammiferi; volano e quindi girano con facilità per mondo, trovando luoghi e modi per sopravvivere in quasi tutti i continenti, tranne l'Antartide. Va aggiunto a questi tratti il fatto che, essendo volatili notturni, sono difficili da studiare. "I pipistrelli sono davvero il paese ancora da scoprire", disse Rupprecht.
Dal suo punto di vista (il punto di un biologo della rabbia che ama i pipistrelli) è che non sono sinistri e, se sembrano ospitare un enorme varietà di malattie da incubo, è probabilmente perché sono così tante specie e così poco conosciute.
Alcuni pipistrelli si riposano in enormi colonie, vivono rannicchiati in stretta intimità; danno alla luce solo pochi piccoli, e quindi nutrono quei giovani abbondantemente; hanno una vita lunga, soprattutto se confrontata con gli altri piccoli mammiferi. Sono vecchi anche in termini evolutivi; essi comprendono una grande diversità di specie, circa il 20% di tutti i mammiferi; volano e quindi girano con facilità per mondo, trovando luoghi e modi per sopravvivere in quasi tutti i continenti, tranne l'Antartide. Va aggiunto a questi tratti il fatto che, essendo volatili notturni, sono difficili da studiare. "I pipistrelli sono davvero il paese ancora da scoprire", disse Rupprecht.
Dal suo punto di vista (il punto di un biologo della rabbia che ama i pipistrelli) è che non sono sinistri e, se sembrano ospitare un enorme varietà di malattie da incubo, è probabilmente perché sono così tante specie e così poco conosciute.
Un altro punto di vista mi arrivò da Xavier
Pourrut, un ricercatore veterinario impiegato presso CIRMF in Gabon. Il suo
lavoro consiste nel catturare e prelevare campioni di sangue dai pipistrelli
vicino a Ebola, in modo che Eric Leroy possa studiare il loro siero per i test
sul virus. "I pipistrelli rappresentano un antico lignaggio di
mammiferi", mi disse Pourrut, e come Rupprecht li vede con gli occhi di
un biologo appassionato.
La cosa da ricordare, mi disse, è che le abilità nel volo danno loro una grande gamma di possibilità; non solo volano orizzontalmente in tutti i luoghi del mondo, ma verticalmente all'interno e nelle profondità delle foreste.
Questo vantaggio li mette in contatto non solo con i frutti, o gli insetti, di cui si nutrono tra le cime degli alberi da cui penzolano, ma anche con un numero enorme di altre specie che vivono tra le cime e il suolo; roditori, scimmie, carnivori, uccelli, serpenti, scimpanzé e gorilla, nonché ovviamente le persone.
La cosa da ricordare, mi disse, è che le abilità nel volo danno loro una grande gamma di possibilità; non solo volano orizzontalmente in tutti i luoghi del mondo, ma verticalmente all'interno e nelle profondità delle foreste.
Questo vantaggio li mette in contatto non solo con i frutti, o gli insetti, di cui si nutrono tra le cime degli alberi da cui penzolano, ma anche con un numero enorme di altre specie che vivono tra le cime e il suolo; roditori, scimmie, carnivori, uccelli, serpenti, scimpanzé e gorilla, nonché ovviamente le persone.
Il contatto è fondamentale. Lo stretto contatto
tra due specie rappresenta, per un agente patogeno, l'opportunità di espandere
i propri orizzonti e le proprie possibilità. In questo modo l'agente patogeno
si può bene adattare alla sua nuova vita, tranquilla e sicura, all'interno di
un reservoir; l'opportunità in una nuova specie rappresenta una possibilità ma,
anche, qualche rischio di aumentare notevolmente il suo numero e la sua portata
geografica. Il rischio è che, uccidendo troppo in fretta il nuovo ospite, prima
di essere trasmesso, l'agente patogeno arrivi a un vicolo cieco.
Ma la teoria evolutiva suggerisce che alcuni patogeni, in certe occasioni, accettano quel rischio in cambio della possibilità di un grande guadagno. La sopravvivenza a lungo termine è solo una delle due forme di successo evolutivo, mentre l'abbondanza e l'ampia distribuzione sono l'altra.
Ma la teoria evolutiva suggerisce che alcuni patogeni, in certe occasioni, accettano quel rischio in cambio della possibilità di un grande guadagno. La sopravvivenza a lungo termine è solo una delle due forme di successo evolutivo, mentre l'abbondanza e l'ampia distribuzione sono l'altra.
Pensate alle tartarughe e ai ratti. Le tartarughe
tendono a vivere secondo una strategia conservatrice, rimanendo all'interno del
loro habitat preferito e riproducendosi lentamente. I ratti tendono invece a
essere opportunisti, viaggiando tra terra e mare come clandestini, arrivando in
posti nuovi, riproducendosi velocemente.
Allo stesso modo gli agenti patogeni possono differire nel loro grado di avventurosità. La fuoriuscita da un ospite serbatoio non è necessariamente un incidente, ma può essere tranquillamente una strategia che porta al successo evolutivo.
Il virus dell'immunodeficienza delle scimmie (SIV) ha raggiunto questo tipo di successo quando si è riversato da una sottospecie di scimpanzé nell'uomo, probabilmente nell'Africa centro-occidentale, ed è diventato HIV-1.
Allo stesso modo gli agenti patogeni possono differire nel loro grado di avventurosità. La fuoriuscita da un ospite serbatoio non è necessariamente un incidente, ma può essere tranquillamente una strategia che porta al successo evolutivo.
Il virus dell'immunodeficienza delle scimmie (SIV) ha raggiunto questo tipo di successo quando si è riversato da una sottospecie di scimpanzé nell'uomo, probabilmente nell'Africa centro-occidentale, ed è diventato HIV-1.
Lo stretto contatto tra gli esseri umani e le
altre specie può avvenire in vari modi: attraverso l'uccisione e il consumo di
animali selvatici (come accadde in Mayibout II), attraverso la cura degli
animali domestici (come per Hendra), attraverso il contatto tra animali
differenti (come con il vaiolo delle scimmie, diffuso attraverso il commercio
di animali domestici infettati da roditori africani importati), attraverso
l'addomesticamento con il cibo (ad esempio alimentando, con banane, le scimmie
in un tempio balinese), attraverso l'allevamento intensivo di animali, a
discapito della distruzione dell'habitat (come negli allevamenti di suini
malesi), e attraverso qualsiasi altro tipo di penetrazione dirompente degli
esseri umani in un paesaggio selvaggio, di cui, inutile dirlo, è pratica
abituale in tutto il mondo.
Una volta che il contatto è avvenuto e l'agente patogeno è passato, altri due fattori contribuiscono alla possibilità di conseguenze catastrofiche: la grande abbondanza di esseri umani sulla Terra, tutti potenzialmente vulnerabili alle nuove infezioni, e la velocità con cui ci spostiamo da un luogo all'altro.
Quando una nuova e cattiva malattia si diffonde, è sempre quella in grado di trasmettersi da persona a persona tramite una stretta di mano, un bacio o uno starnuto, e potrebbe facilmente girare il mondo e uccidere milioni di persone prima che, la scienza medica, riesca a trovare un modo per controllarla.
Una volta che il contatto è avvenuto e l'agente patogeno è passato, altri due fattori contribuiscono alla possibilità di conseguenze catastrofiche: la grande abbondanza di esseri umani sulla Terra, tutti potenzialmente vulnerabili alle nuove infezioni, e la velocità con cui ci spostiamo da un luogo all'altro.
Quando una nuova e cattiva malattia si diffonde, è sempre quella in grado di trasmettersi da persona a persona tramite una stretta di mano, un bacio o uno starnuto, e potrebbe facilmente girare il mondo e uccidere milioni di persone prima che, la scienza medica, riesca a trovare un modo per controllarla.
Ma la nostra sicurezza, la nostra salute, non è
l'unico problema. Un'altra cosa che vale la pena ricordare è che le malattie
possono andare in entrambe le direzioni: dagli esseri umani ad altre specie e
da loro a noi. Il morbillo, la poliomielite, la scabbia, l'influenza, la
tubercolosi e altre malattie umane vanno considerate una minaccia anche per i
primati non umani.
L'etichetta per queste infezioni è antropozoonotica.
Ognuna di esse potrebbe essere trasportata da un turista, un ricercatore o una persona del luogo, con impatti potenzialmente devastanti su una piccola popolazione isolata di grandi scimmie, con un pool genetico relativamente piccolo, come i gorilla di montagna del Ruanda o gli scimpanzé di Gombe.
L'etichetta per queste infezioni è antropozoonotica.
Ognuna di esse potrebbe essere trasportata da un turista, un ricercatore o una persona del luogo, con impatti potenzialmente devastanti su una piccola popolazione isolata di grandi scimmie, con un pool genetico relativamente piccolo, come i gorilla di montagna del Ruanda o gli scimpanzé di Gombe.
Ecco perché Billy Karesh e i suoi colleghi della
Wildlife Conservation Society etichettano il loro programma con lo slogan
"One World, One Health".
I principi guida provengono dall'ecologia, di cui la medicina umana e veterinaria sono solo sottodiscipline. "Non si tratta della salute della fauna selvatica, di quella umana o della salute del bestiame", mi disse. "C'è davvero una sola salute": la salute e l'equilibrio degli ecosistemi in tutto il pianeta.
I principi guida provengono dall'ecologia, di cui la medicina umana e veterinaria sono solo sottodiscipline. "Non si tratta della salute della fauna selvatica, di quella umana o della salute del bestiame", mi disse. "C'è davvero una sola salute": la salute e l'equilibrio degli ecosistemi in tutto il pianeta.
Dopo il nostro infruttuoso appostamento lungo il
fiume Mambili, nel Congo nord-occidentale, Karesh, io e Prosper Balo, insieme
ad altri membri del team, abbiamo viaggiato tre ore verso valle a bordo di
piroghe. Da lì abbiamo percorso una strada sterrata verso una città chiamata
Mbomo, fulcro di un'area dove Ebola aveva ucciso 128 persone durante lo stesso
focolaio che decimò i gorilla a Lossi.
Alla fine ci siamo fermati in un piccolo ospedale, accanto al quale c'era un cartello, dipinto in lettere rosse:
Alla fine ci siamo fermati in un piccolo ospedale, accanto al quale c'era un cartello, dipinto in lettere rosse:
ATTENZIONE EBOLA
NE TOUCHONS JAMAIS
NE MANIPULONS JAMAIS
LES ANIMAUX TROUVES
MORTS E FORET
(Non toccare mai gli animali morti trovati nella
foresta).
Mbomo era la città natale di Balo. Visitando la
sua casa abbiamo incontrato sua moglie, Estelle, e alcuni dei suoi molti figli.
Abbiamo appreso che la sorella di Estelle, due fratelli e un altro parente
stretto morirono tutti di Ebola nel 2003, e che la stessa Estelle è stata
evitata dai cittadini a causa della sua associazione con la malattia. Nessuno
le venderebbe da mangiare. Nessuno le toccherebbe i soldi. Doveva nascondersi
nella foresta. Sarebbe morta se Balo non le avesse insegnato le precauzioni che
aveva imparato da Eric Leroy e dagli altri scienziati per i quali aveva
lavorato durante l'epidemia; cioè sterilizzare tutto con la candeggina, lavarsi
le mani e non toccare i cadaveri.
Ma ora il brutto tempo era passato e, con il braccio di Balo attorno al suo fianco, Estelle era una giovane donna sorridente e sana.
Ma ora il brutto tempo era passato e, con il braccio di Balo attorno al suo fianco, Estelle era una giovane donna sorridente e sana.
Balo ricordò l'epidemia a modo suo, piangendo sia
le perdite di Estelle che quelle animali. Ci mostrò un libro, una guida
botanica sui campi, sui cui fogli aveva scritto una lista di nomi: Apollo,
Cassandra, Afrodita, più quasi 20 altri nomi. Erano gorilla, un intero gruppo
che aveva conosciuto bene, che aveva rintracciato quotidianamente e osservato,
con amore, a Lossi. Cassandra era la sua preferita, mi disse. Apollo era il
Silverback (maschio adulto). "Sont tous disparus en deux-mille trois"
(scomparvero tutti nel 2003) disse. Aveva
perso la sua famiglia di gorilla e anche i membri della sua stessa famiglia. È
stato molto difficile, ripeté.
Per molto rimase con quel libro in mano, tenuto
aperto per mostrarci quei nomi.
Era riuscito a comprendere, attraverso le emozioni provate, ciò che gli scienziati comprendono dai soli dati: che noi, persone e gorilla, cavalli e maiali e pipistrelli, scimmie e ratti, zanzare e virus, siamo tutti un’unica cosa.
Era riuscito a comprendere, attraverso le emozioni provate, ciò che gli scienziati comprendono dai soli dati: che noi, persone e gorilla, cavalli e maiali e pipistrelli, scimmie e ratti, zanzare e virus, siamo tutti un’unica cosa.
